Quando si risale la Via Cassia, di ritorno da Roma, sembra di vedere il presepe. Talvolta mi capita di tradire la sua rivale, la Cimina, con la quale contende il primato di strada della lentezza, per rientrare a casa.

Qualche chilometro dopo la bella Sutri, appaiono, arroccate su di una rupe, come per la maggioranza dei centri della nostra zona, le case di Capranica.

L’ultima volta che tornavo dalla capitale, dopo essermi arrampicata per le curve che portano in paese, la mia attenzione è stata catturata dalle bancarelle variopinte che mostravano i prodotti della terra. Ho parcheggiato la macchina nello spiazzo di fronte e, a lunghe falcate, mi sono diretta verso di esse per acquistare un sacco di castagne dei Cimini. Ho guardato verso sinistra, e ho notato la Porta di Sant’Antonio che immette in quella che è la parte vecchia di Capranica.

Ponte dell’Orologio

Ricordavo di esserci stata una sola volta, qualche anno fa, e per motivi legati al mio lavoro. Avevo percorso la via centrale frettolosamente, alla ricerca di un ufficio, e non mi ero soffermata sui particolari. Nonostante la visita fugace, le linee e i colori mi erano piaciuti, avevo l’impressione di trovarmi in un posto accogliente e che mi aveva sorpreso.

Ho deciso, così, di tornare con calma, per potermi immergere in tutta libertà in quell’atmosfera.

Quando si supera la stretta rotonda di La Botte, è come se si cambiasse di nuovo paesaggio. Il fitto bosco sulla destra e i locali di quella che fu una delle discoteche più rinomate dei miei anni, l’Imperiale, salutano il comune. La strada prosegue attraversando stabili commerciali e incroci transitati fino a giungere, appena qualche chilometro dopo, all’ultimo paese che ho pensato di raccontare in questo mio viaggio lungo i Monti Cimini che dura oramai da quasi quattro mesi.

Appena qualche decina di metri prima di introdursi nel comune, una piccola cappella, che mai sono riuscita a vedere aperta, e tantomeno a visitare, cui si appoggia una piantagione di noccioli. Mi attrae da sempre, come tutte le costruzioni che mostrano evidenti segni del passato. Non so a quale secolo risalga, ma non posso fare a meno di immaginare le genti del posto che, un po’ alla maniera leopardiana, attendevano la domenica per indossare i propri e unici vestiti della festa, e consacrare la settimana a quel Dio che ancora in pochi mettevano in dubbio.

Li immagino la sera del sabato, che appoggiano gli abiti sulle seggiole impagliate, e li vedo mentre percorrono le stradine polverose e assolate delle campagne e si incamminano verso la casa del Signore, facendo attenzione a non sciupare le scarpe buone, quelle che tiravano fuori una volta alla settimana.

Li percepisco persi nel loro tempo, segnato dal sorgere e dal tramontare del sole e dall’alternarsi delle stagioni. Non conoscevano la fretta, l’ansia, il timore di non riuscire a concludere ciò che era stato iniziato. Con certezza, erano molto più padroni delle proprie esistenze.

Le prime abitazioni che si incontrano hanno un aspetto assai gradevole, sono un ottimo biglietto da visita per chi arriva.

Tante delle mie visite erano per raggiungere la “clinica della pelle”, Villa Paola, affiliata (da poco meno di 70 anni) dell’istituto dermopatico fondato nel 1857 da Padre Monti allo scopo di prestare assistenza sanitaria e supporto spirituale ai bisognosi.

Proprio accanto all’istituto sorge una chiesa, il Santuario della Madonna del Piano che vede, come progettista il Vignola, celebre architetto cinquecentesco che firmò molti degli edifici, ormai detti storici, che fanno bella mostra di sé nella nostra provincia. Le fondamenta della chiesa furono gettate nel settembre del 1559 e gli interni vennero affrescati da Francesco Cozza. Nel santuario è presente una pala che raffigura la Madonna col Bambino che si pensa sia stata dipinta da Andrea Vanni, artista trecentesco e quindi precedente alla costruzione della chiesa.

Il tempio ecclesiastico, ogni 8 settembre, fa da scenario alla solennità della Natività di Maria. Per l’occasione viene illuminato da candele, e accoglie una processione notturna molto toccante che attraversa le vie dell’abitato e porta in trionfo il busto del patrono, San Terenziano, la cui festa ricorre il primo giorno di settembre.

Due file di platani, segnano la via che conduce al vecchio borgo, arroccato su di una rupe tufacea, che guarda a sud est e da cui si scorge la Valle Sutrina.

Panorama di Capranica

Abbiamo deciso di visitare il borgo in una giornata di fine autunno. Il sole riscaldava la pietra e, di rimbalzo, attenuava il freddo che ci stava prepotentemente regalando l’aria di dicembre.

Abbiamo superato la porta che immette su Corso Francesco Petrarca, e nella nostra non conoscenza, ci siamo stupiti di come una via tanto importante potesse essere intitolata al grande letterato italiano, visto che non eravamo a conoscenza di legami con il paese.

Informandoci, poi, sulla storia di Capranica, lo abbiamo scoperto.

Mentre calpestavamo quel selciato regolare e ben tenuto, abbiamo notato alcuni palazzi storici e, posta su uno slargo, la Chiesa di San Francesco, risalente al XIII secolo.

Chiesa di San Francesco

Due rampe di scale a semicerchio che cingono una balaustra, conducono all’interno, ricco di affreschi, uno realizzato dal viterbese Antonio del Massaro e un altro talmente raffinato da pesare che sia stato dipinto, addirittura, da Michelangelo.

Abbiamo continuato a camminare lungo la via, fino a giungere al Ponte dell’Orologio, riconosciuto come simbolo del comune. Alto e maestoso, ci ha colpiti anche per la luce che si rifletteva sulle pareti degli edifici posti ai suoi lati.

Esso costituisce la porta del paese e di quello che era il castello; comprendeva, fino al 1640, anche un ponte levatoio.  Successivamente il governatore, Cardinale Antonio Barberini, fratello del papa Urbano VIII, fece edificare il ponte in muratura che stava a  conclusione della nuova Strada Romana che immetteva nel borgo.  

Ma per comprendere, dobbiamo fare un salto indietro di quasi un millennio.

Racconta la leggenda che nel corso dell’VIII secolo, alcuni caprari lasciarono il poco distante villaggio di Vico Matrino e si insediarono nel territorio capranichese, che possedeva peculiarità di sicurezza e bellezza. Inoltre, venne riconosciuto come un luogo molto salubre.

Il suo primo nome fu Capralica, che stava ad indicare i temini “ilex” (elce, di cui probabilmente si cibavano gli animali) e “caprae”. Successivamente divenne Capranica, forse dal nome del capraro Nica, ma questo, come è  stato già scritto, appartiene alle credenze popolari.

Il territorio, in passato, fu anche sede di abitati etruschi, un po’ come tutta la zona circostante. Anche i Romani vi si stanziarono quando la vicina Sutri era un grande e importante borgo. Si ricorda anche la venuta, con l’intento di strappare Sutri ai nemici Etruschi, del Pater Patriae Marco Furio Camillo. Successivamente conobbe le violenze dei barbari che si dirigevano all’Urbe e poi il passaggio dei Longobardi, che distrussero  Vico Matrino da dove, poi, giunsero i guardiani delle capre che pare abbiano fondato quella che è conosciuta come Capranica.

Carlo Magno lo attraversò varie volte ed anche per giungere a Roma dove, nella giorno di Natale dell’anno 800 venne incoronato imperatore dell’Impero Carolingio.

Alcuni decenni prima, nel 728, Liutprando, re dei Longobardi, e d’Italia,  donò a Papa Gregorio II la “grande valle di Sutri”, che andò a costituire il primo nucleo del Patrimonio di San Pietro.

Grazie a questa concessione, divenne un centro di vitale importanza.  Il 31 maggio del 996 l’imperatore Ottone III lo donò ai monaci del convento romano di Sant’ Alessio che lì  pregarono e  lavorarono, salvando così le anime e bonificando le terre.

All’alba del XIV secolo, giunse nel piccolo borgo la famiglia degli Anguillara, contrapposta per lungo tempo a quella dei Prefetti di Vico, e le cui origini sono incerte, sebbene si ipotizzi che il nome possa derivare o dal luogo in cui era posta una villa romana sorta su un “angolo” del Lago di Bracciano o da un allevamento di anguille.

Iscrizione a ricordo della Famiglia Anguillara

Varie vicende segnarono la storia della famiglia, che grande potere ebbe nei territori di Santa Severa e Tolfa. Nel periodo della cattività avignonese, essendosi creato il caos nel Patrimonio di San Pietro, i conti, questo era il loro titolo, furono costretta a spostare i propri centri di potere da Roma a Capranica.

Nel 1336, il senatore di Roma Orso di Anguillara ospitò Francesco Petrarca. L’evento è ricordato anche dalla toponomastica cittadina. All’illustre poeta italiano, autore dei componimenti riconosciuti capisaldi della letteratura italiana è stato, difatti, dedicato il corso cittadino. Orso, la cui madre apparteneva alla famiglia Orsini, sposò Agnese Colonna. Grazie a lui la famiglia Anguillara venne annoverata tra la nobiltà romana. Nel 1341, a Roma, durante la domenica di Pasqua, Orso incoronò il Petrarca sommo poeta.

In quel periodo la famiglia risiedé a Capranica e la rocca fu ampliata. Il conte Everso degli Anguillara espanse il suo potere sui territori limitrofi e combatté, addirittura al fianco di Papa Eugenio IV allo scopo di cacciare l’ultimo dei Prefetti di Vico, Giovanni.

Gli Anguillara  si contrapposero a Papa Paolo II, ci furono disordini che provocarono la loro caduta il 7 luglio del 1465.

Il papa fece radere al suolo, eccezion fatta per una torre, il castello. Il paese fu per lungo tempo nelle mani dei cardinali governatori (Capranica fu capoluogo di un governatorato) che lo ampliarono e vi costruirono, fino al termine del XVII  secolo, degli importanti palazzi.

Sotto i cardinali-governatori il paese crebbe e, soprattutto prima del 1700, vi furono costruiti gli edifici più importanti. Nel 1831 Papa Leone XII, ricordato anche per la bolla “Quod divina sapientia”, che regolò il riordino delle università, tolse a Capranica il titolo di capoluogo.

Gli ultimi eventi riguardanti il paese sono ascrivibili al secondo conflitto mondiale, in cui vennero effettuati bombardamenti dai tragici risultati.

Proseguiamo sulla stretta Via degli Anguillara, guardando a destra e a sinistra, attratti dalle vetrine di alcuni negozi e dai vicoli che si introducono furtivi tra le vecchie case del borgo.

Di tanto in tanto li percorriamo per scoprirne angoli, particolarità e inquadrature diverse. Le facciate dei palazzi, dalla tinteggiatura non incorrotta e dagli infissi in malora, mostrano incontestabilmente i segni del tempo e ne ricordano il passaggio, severo e implacabile.

Sulla sinistra, collocato in una stretta piazza che non rende giustizia alla sua imponenza, il duomo, la Collegiata di San Giovanni Evangelista, di origine cinquecentesca, il cui campanile, romanico, sembrerebbe risalire al XIII  secolo. La vecchia chiesa fu demolita e, una volta ricostruita, venne consacrata nel 1842.

Duomo di Capranica

Siamo entrati, sempre con la solita trepidazione che ci accompagna nei nostri giri (noi, li chiamiamo così), all’interno della grande chiesa. Gli stucchi bianchi davano modo agli arredi di spiccare richiamando i nostri sguardi. Ci siamo concentrati sul crocifisso ligneo, che appartiene al XVI secolo e sulla pala d’altare, che abbiamo saputo essere di Andrea Pozzi. Altre opere impreziosiscono la chiesa, sebbene, una su tutte ci abbia rapiti: l’organo.

Non abbiamo sentito note uscire da quel meraviglioso strumento, prodotto dalla famiglia Morettini di Perugia nel 1838. In compenso, si è udita una melodia, diffusa dagli altoparlanti, che rendeva l’atmosfera ancor più suggestiva. I miei passi si sono fatti più leggeri del solito: non ho permesso al tacco degli stivali di profanare quel magico momento.

Interno del Duomo e organo

Abbiamo continuato a percorrere la via fino a raggiungere la Chiesa di Santa Maria, col suo ampio colonnato esterno. Purtroppo era chiusa, ma sappiamo essere al suo interno un Tabernacolo murale che si crede sia stato commissionato a Michelangelo, un trittico dei santi Terenziano, Rocco e Sebastiano e la tavola del Salvatore benedicente, del XII secolo, che rappresenta uno degli esempi più antichi della nostra regione.

Chiesa di Santa Maria

Camminando siamo arrivati al termine della via, in discesa, ci siamo sporti ed abbiamo ammirato lo snodarsi della  Cassia.

Ci è venuta fame e siamo tornati indietro a cercare un negozio che vendesse la nostra amata pizza bianca, compagna di tante colazioni. Gustando quel sublime impasto di acqua e farina cotto al forno e condito con l’oro liquido delle nostre terre, abbiamo segnato i passi lungo i vicoli che spesso declinano o risalgono. Abbiamo abbassato le teste per passare sotto gli archi e ci siamo voltati a cercare i percorsi che ci erano sfuggiti.

Siamo giunti al limitare meridionale e, da lontano, abbiamo intravisto gli stabilimenti della Ex Mineralneri, la gloriosa azienda che, nel 1949, grazie a Pietro Neri, iniziò la produzione del Chinotto che porta il cognome del fondatore. Per la produzione della bevanda, che negli intenti doveva sostituire le bibite americane, veniva usata l’acqua sorgiva di San Rocco, che sgorga a 300 mt s.l.m. Oggi l’azienda è chiusa, e i locali presentano malinconici segni di abbandono.

Ritorniamo verso la nostra automobile, lasciandoci alle spalle il paese in cui soggiornò il Petrarca, con la mente estasiata dai suoi versi più celebri, dedicati a Laura, la donna, avvolta nel mistero, che tanto amò.

Anche il nostro è amore. Amore verso quella terra che abbiamo misurato, come direbbe il poeta aretino, “a passi tardi e lenti”.

 

Fonte: Viterbox

 

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