Gambotto (Università di Pittsburgh): «Il primo studio è del 2003, nel 2020 avremmo potuto lanciare il PittCoVacc, un cerotto con micro-aghi in grado di arrestare la corsa del virus».

Ma l’amministrazione Trump ha lasciato a secco i centri di ricerca per inondare di miliardi le case farmaceutiche. E le industrie hanno ricominciato la ricerca da zero.

Il professor Andrea Gambotto sorride ironico nel suo studio all’Università di Pittsburgh, in Pennsylvania. «Stavolta hanno vinto le case farmaceutiche – ammette – ma abbiamo imparato molto. Alla prossima pandemia non ci faremo trovare impreparati». Scienziato italiano trapiantato negli Usa, dove è ricercatore di punta dell’eccellenza Upmc, University of Pittsburgh Medical Center, è stato il primo studioso a individuare nel 2003 la proteina «spike» come bersaglio dei vaccini anti coronavirus. Racconta all’Espresso i risultati del suo gruppo di ricerca e il difficile rapporto con i governi e le case farmaceutiche. Rivelando una notizia: l’esistenza fin dal 2003 di un vaccino contro i coronavirus, mai testato sull’uomo, dal funzionamento simile a quello dei vaccini usati oggi contro il Covid-19. «Cercavamo un vaccino per la Sars – ricorda Gambotto – e riuscimmo a immunizzare le scimmie usando un adenovirus come vettore virale. Il nostro studio del 2003 pubblicato su Lancet è il primo in letteratura sul tema. Ma all’epoca nessuno finanziò i trial clinici sull’uomo. Altrimenti nel 2020 avremmo avuto già da subito un vaccino efficace anche contro il Sars-CoV-2, almeno per le fasi iniziali dell’epidemia, che così forse poteva essere circoscritta alla Cina».

«AVEVAMO IL VACCINO DAL 2003»

Pochi ricercatori al mondo conoscono i coronavirus come il professor Gambotto e il suo gruppo di ricerca di Pittsburgh. Le prime pubblicazioni relative a potenziali vaccini sui tre coronavirus passati all’uomo, quelli responsabili di Sars (2002) e Mers (2012), predecessori del Sars-CoV-2, e quello del Covid-19, portano la loro firma. Eppure nessuno li ha coinvolti nella corsa mondiale al vaccino o ha bussato alla loro porta per chiedere di rispolverare il vaccino sperimentato e mai testato contro le «polmoniti killer» della Sars, una malattia ben più letale che si è autoestinta verso la fine del 2003. Poco dopo lo scoppio dell’epidemia in Cina, all’inizio del 2020, a Pittsburgh i collaboratori di Gambotto scongelano i sieri delle scimmie vaccinate con il prodotto sperimentale contro il virus della Sars. «Ci siamo accorti subito a febbraio 2020 che il siero delle scimmie immunizzate contro la prima Sars funzionava anche contro il nuovo coronavirus – prosegue Gambotto – c’era una notevole cross-attività. In pratica qui noi il vaccino ce l’avevamo da 18 anni nel frigorifero. Non siamo andati più a fondo perché avremmo dovuto comunque iniziare gli studi di fase uno e due, e abbiamo preferito chiederli su un nuovo vaccino, che abbiamo elaborato in dieci giorni».

I TRIAL CLINICI MANCATI

Perché il vaccino contro la Sars non fu testato sull’uomo? E chi doveva finanziare i costosi studi clinici che avrebbero portato all’approvazione delle autorità regolatorie? Il progetto, spiegano da Upmc, doveva essere finanziato «in casa» dall’Università di Pittsburgh e dalla stessa Upmc con il contributo determinante del National Institute of Health (Nih), l’agenzia per la ricerca biomedica del governo degli Stati Uniti. «Nel 2004 ci risposero che tanto la Sars era scomparsa – ricorda Gambotto-. Anche nel 2014, quando arrivò la Mers, con una letalità del 35 per cento, ci dissero che era solo una malattia mediorientale dei cammelli. Non capivano perché fosse necessario investire in un vaccino. Ora purtroppo sappiamo perché». Upmc è un centro no profit che investe tutti i margini in sviluppo e non può sostenere da solo i costi della sperimentazione. L’istituto del Nih che si occupa delle malattie infettive, il National Institute of Allergy and Infectious Desases (Niaid) è diretto dal 1984 da Anthony Fauci, immunologo di fama mondiale e membro di spicco della task force per l’emergenza coronavirus della Casa Bianca. L’Espresso ha cercato di contattarlo per chiedergli di ricostruire il ruolo delle agenzie governative Usa nella decisione di abbandonare il progetto del vaccino contro la Sars, ma non è stato possibile: un messaggio automatico fa sapere che né il dottor Fauci né il suo staff possono rispondere a causa del suo «lavoro nella task force» e dell’«elevato numero di messaggi».

Il 17 aprile 2020, intervistato da Fox News, Fauci ha fatto riferimento in questi termini al vaccino mai nato: «La Sars è tutta un’altra storia. Avevamo sviluppato un vaccino, eravamo in procinto di fargli attraversare le varie fasi, era sicuro e aveva una buona efficacia. Ma poi la Sars è scomparsa. E non abbiamo più avuto bisogno di produrre un vaccino». Nel 2004 gli Stati Uniti erano nel pieno della guerra all’Iraq e la lotta alle pandemie non era certo al centro del programma dell’amministrazione di George W. Bush.

NESSUNO VUOLE IL «PITTCOVACC»

A distanza di quasi vent’anni, la storia sembra ripetersi. Pittsburgh ha trovato in tempi record un nuovo innovativo vaccino contro il Sars-CoV-2, una proteina che si può inoculare grazie a un semplice cerotto dotato di microaghi. Facilità di trasporto e di conservazione, possibilità di produzione praticamente illimitata. Si chiama «PittCoVacc». Il 2 aprile 2020 lo studio scientifico è già su Lancet e il professor Gambotto annuncia a un’Italia in lockdown la scoperta del primo vaccino anti-Covid: «Un cerotto con micro-aghi fermerà la corsa del virus» fa sapere insieme al professor Bruno Gridelli, a capo della divisione italiana di Upmc. Ma l’amministrazione Trump lascia a secco i centri di ricerca accademici e decide di inondare di miliardi le case farmaceutiche. Le principali industrie del farmaco però decidono di sviluppare da sole nei loro laboratori, ricominciando da zero, la tecnologia sperimentata per la prima volta a Pittsburgh diciotto anni fa, la cosiddetta «piattaforma adenovirale». Nascono così, in pochi mesi, i vaccini AstraZeneca, Johnson & Johnson, Sputnik V e i due sieri cinesi. Mentre i ricercatori arrivati per primi, nella corsa della scienza al vaccino, oggi sono ancora in attesa dei via libera delle agenzie regolatorie. Anche perché nel frattempo Pittsburgh decide di produrre il vaccino in Italia e i tempi si allungano ulteriormente.

SERVONO 20 MILIARDI DI VACCINI

Le carte arrivano a Roma nel dicembre scorso. Tutto il processo seguito negli Usa dev’essere trasferito in Europa e riprodotto da capo, in quanto i laboratori accademici americani non sono validati dalle autorità europee. Upmc così si trova costretta ad accantonare il programma del vaccino-cerotto, anche per via di un parere trasmesso il 20 febbraio scorso dall’Istituto superiore di sanità: «In sostanza se avessimo voluto produrre in Italia il cerotto con microaghi avremmo dovuto chiedere due autorizzazioni, una per il vaccino e una per il dispositivo cerotto – spiega il professor Gambotto – con tempi ancora più lunghi». Il vaccino di Pittsburgh così cambia nome e tecnologia: non più «PittCoVacc» ma «UPMCoVacc», un vaccino adenovirale «classico», che a differenza degli altri però sarà somministrabile via spray nasale, con notevoli vantaggi produttivi, di conservazione e di trasporto. L’iter per il cerotto PittCoVacc invece viene avviato presso l’Fda statunitense. E chissà che non si riveli il vaccino in grado di immunizzare gran parte della popolazione mondiale. «Non ci dimentichiamo che per sconfiggere la pandemia abbiamo bisogno di 20 miliardi di vaccini – conclude Gambotto – e al ritmo attuale ci arriveremo nel 2028. Le mutazioni saranno più veloci della vaccinazione. La sfida ormai è elaborare vaccini prima dello scoppio delle pandemie e mettere a punto un sistema pubblico-privato che permetta di produrre miliardi di vaccini in un periodo di tempo molto breve. Un dispositivo come il cerotto in questo senso potrebbe salvarci: la distribuzione potrebbe essere velocissima in tutto il mondo e non dare alcuna possibilità di emergere alle varianti».

Fonte: Espresso.it

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