Delle due l’una: o c’è una guerra industriale in corso oppure siamo in balia di un banda internazionale di incapaci da rinchiudere.

Perché il panico comunicativo scatenato con gli annunci di più paesi sulla sospensione del vaccino di AstraZeneca risponde ad una logica surreale, indecifrabile.

Di più: persino l’agenzia italiana del farmaco, l’Aifa, si è esibita in una serie di comunicati in sequenza che sembrano presi dal set dell’aereo più pazzo del mondo, tanto sono stati contraddittori l’uno con gli altri. Francia, Germania e Italia buon ultima chiedono spiegazioni di quel che sta succedendo all’agenzia europea e questa che ti combina? Assicura che giovedì prossimo – tra 48 ore, un eternità, mentre il Covid ha il tempo pure di fumarsi incontrastato una sigaretta – valuterà la situazione di AstraZeneca. Spendendo tutta la sua autorevolezza nel giurare che però Pfizer, Moderna e Johnson sono sicuri anche contro le peggiori varianti. Siamo sicuri di essere in buone mani a Bruxelles, mentre fanno la fila per l’autorizzazione altri vaccini prodotti nel mondo e i novax sono in festa per l’improvvisa cilecca?

Fino allo stop di ieri, la comunicazione ha fatto impazzire la gente. Ne ha fatto le spese persino il povero assessore alla sanità del Lazio, Alessio D’Amato, che ha collezionato una figura di quelle barbine. Prima dello stop egli era arrivato a dichiarare col petto in fuori che chi rinunciava al vaccino AstraZeneca avrebbe perso il diritto alla prenotazione e sarebbe finito in coda. Ci è finito lui. Ma ciò che ha seminato sconcerto, panico, incredulità, è stata proprio la sequenza incredibile dei comunicati diramati dall’Aifa. Con un’avvertenza per chi legge. Quando la magistratura ha aperto inchieste sulle reazioni avverse, si è tentato di scaricare la materia incandescente sulle Regioni – vedi la polemica dei giorni scorsi del ministro Roberto Speranza contro il Piemonte che bloccava un solo lotto di AstraZeneca – salvo poi alzare la voce «a nome dello Stato» e complicare ancora di più la vicenda.

E così, in un susseguirsi di note stonate, l’11 marzo (giovedì scorso), Aifa ha fatto sapere di aver vietato un solo lotto del vaccino prodotto da AstraZeneca, riservandosi «ulteriori provvedimenti» immancabilmente «in stretto coordinamento» con l’Ema. A chiacchiere. Arriviamo a domenica quando con tutta la prosopopea necessaria, Aifa comunica all’Italia la bellissima notizia: «I casi di decesso verificatisi dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca hanno un legame solo temporale». Quindi, non ci dobbiamo preoccupare, ribandendo che «nessuna causalità è stata dimostrata tra i due eventi». Insomma, smettiamola con la paura perché «l’allarme legato alla sicurezza del vaccino AstraZeneca non è giustificato».

Di più, tanto per far capire che loro ci prendono: «Aifa sottolinea che le attività di farmacovigilanza proseguono sia a livello nazionale che europeo in collaborazione con Ema, monitorando con attenzione possibili effetti avversi legati alla vaccinazione. Aifa rassicura fortemente i cittadini sulla sicurezza del vaccino AstraZeneca per una ottimale adesione alla campagna vaccinale in corso». Fortemente.

Passano appena 2 ore dalle «rassicurazioni» che esce il nuovo comunicato, ieri: «L’Aifa ha deciso di estendere in via del tutto precauzionale e temporanea, in attesa dei pronunciamenti dell’Ema, il divieto di utilizzo del vaccino AstraZeneca Covid19 su tutto il territorio nazionale». Cioè, prima era un solo lotto, il giorno successivo tutto il vaccino… Giustificandosi col fatto che «tale decisione è stata assunta in linea con analoghi provvedimenti adottati da altri Paese europei».

Restiamo in curiosa attesa della prossima nota dell’agenzia del farmaco. Intanto, si è scatenato il terrore in chi si è già sottoposto a quella vaccinazione, mentre tira un sospiro di sollievo chi l’ha evitata. Ma si trattano così i cittadini? Che stanno facendo quelli che autorizzano il siero, a partire da chi sta a Bruxelles? Nel frattempo, Aifa ha visto ieri andare in tilt il suo sito per diverse ore. Troppi accessi, nessuna risposta.

di Francesco Storace

Fonte: Il Tempo.it

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