Da tre settimane si cena al ristorante fino alle 23,30. E stanno per riaprire teatri e palestre. E’ l’unica regione con dati bassi di contagio. Per scelte virtose ma anche per fortuna. E ora non intende ricadere nel semi lockdown delle altre regioni italiane.

La balena bianca è ormeggiata al largo delle nostre vite di prima. La Sardegna galleggia placida senza divieti e senza terrori, come se nel pianeta malato non fosse mai successo niente. Si scende all’aeroporto di Elmas, si mostra il foglio del tampone (anche rapido) fatto nelle ultime 48 ore e poi si entra liberi nel mondo nuovo che ha la bellezza del mondo vecchissimo. Un banco di fiori, persone in attesa dietro le transenne, abbracci a chi ritorna. E dalle mascherine, quelle ci sono ma come a Carnevale, sbucano i nasi. C’è un sole bianchissimo e una luce elettrizzante. Il taxi infila il lungo rettilineo verso il lungomare e c’è coda, perché alle undici del mattino i cagliaritani vanno al Poetto anche se oggi tira un po’ di maestrale. Una fila di automobili verso la spiaggia: in quale sogno, film, ricordo, desiderio?

Unica regione bianca d’Italia, la Sardegna ha un indice Rt di 0,89 e solo il 12 per cento di letti occupati in terapia intensiva. Il Piemonte sfiora il 40 per cento. Per Pasqua e Pasquetta piovono prenotazioni come neanche in Grecia. «Non molliamo la presa, non disuniamoci adesso», ripete il governatore Solinas, il capitano Achab sulla tolda di un’isola che è nave e balena insieme, e che ha preteso uno screening di massa itinerante, va avanti da settimane e ha coinvolto centinaia di volontari, sabati e domeniche comprese. Il risultato sono questi bar pieni in piazza Yenne, attorno alla statua di Carlo Felice, ombrelloni verdi e rossi dove sedersi per uno spritz, naturalmente vicinissimi e a bocca libera. Giovani, vecchi, tutti.
Il mattino della domenica permette anche lo struscio in via Giuseppe Manno, la strada dei negozi che s’inerpica tra le vetrine aperte. In cima, dove lo spazio s’allarga ma non troppo in piazza Martiri d’Italia, triangolo d’ombra, tre danzatrici vestite di rosso ballano su musiche spagnole.

Ma che anno è? Sensazione strana, quasi assurda, camminare in una città con un cuore così bianco, senza paura che il vicino ti sfiori, senza aprire e chiudere compulsivamente il botticino del gel. I sardi hanno la percezione esatta della loro differenza: essere ognuno un’isola, stavolta, non è limite o distanza, ma protezione, forse orgoglio. Sono stati bravi a difendersi, forse sono stati anche un po’ fortunati perché i focolai non sempre seguono la strada del vizio o della virtù, possono presentarsi a caso e di rimbalzo. Qui non è successo, e la Sardegna si gode la terza settimana in zona bianca. Ha avuto qualche sporadico puntino scarlatto nella mappa geografica ma lontano da Cagliari, che adesso passa le notti a guardare Luna Rossa: da queste parti e su queste onde ha costruito il suo buon vento e tutti la sentono un po’ come una figlia, una sorellina corsara nei sette mari.

I centri commerciali la domenica sono ancora chiusi, ma ora apriranno le palestre e si può andare a teatro, e dal parrucchiere, e dall’estetista, e al bar fino alle nove di sera, ma soprattutto al ristorante fino alle 23,30: anche il coprifuoco scivola in avanti, concedendo ai sardi un’ora e mezza in più rispetto agli altri italiani ed è un’ora vera, non di libertà provvisoria portando a spasso il cane. Un’ora seduti a mangiare, bere, parlare fino a quando fa buio e oltre. Il ristorante è una sala che rimbomba, i bicchieri tintinnano, le posate picchiano allegre sulle porcellane: e chi se lo ricordava più? Nell’albergo dove eravamo alloggiati a due passi dal mare, ieri si davano tre ricevimenti di battesimo in tre diverse sale, con una sessantina di invitati per ogni pranzo, i nonni e i nipoti, le foto ricordo, insomma qualcosa di francamente e felicemente inaudito. Il cameriere al quale abbiamo esposto il nostro dimenticato stupore ci faceva notare che il distanziamento non si trascura neanche qui, ma con più tranquillità, convinti che tanto non morirà nessuno.

Qui si parla di Arzachena, non di AstraZeneca, anche se per scegliere i cibi dal menù bisogna puntare il codice Qr nel mirino dello smartphone. Visto che l’operazione incontra qualche intoppo tecnico, il cameriere ci porge il suo tablet e sussurra, senza mascherina, che possiamo smanettare da noi, toccando lo schermo a piacimento. Andarsi a spalmare il gel sulle mani, dopo, attraversando la sala dove la gente brinda, sembra quasi offensivo. Fino a quando si tornerà sull’aereo, e poi a spaventarsi in continente dove le pecore nere siamo noi. Invece qui, tutti loro, bianchissimi come angeli.

Fonte: La Repubblica.it

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