Gli interni in stile shabby chic, accolgono gli avventori con calore e delicatezza, come la signora bionda che dispensa cappuccini, morbide e fragranti paste, e sorrisi cordiali.

Ci piace sederci in quel piccolo bar, situato lungo la Via Cassia, che più di un locale ha l’aspetto di un living. Le seggiole in legno e i piccoli tavoli quadrati guardano ora al bancone, ora al paese, posto più in alto rispetto al livello stradale.

A sinistra, relativamente alla cassa, un grande ritratto fotografico della bella cittadina sotto un cielo grigio, squarciato da un raggio di sole sfuggito al tramonto.

Sutri, abitata da oltre 6500 persone, è quasi al limitare della provincia, tra i comuni di Capranica e Monterosi, equidistante dal capoluogo viterbese e dalla tangenziale che attornia la capitale.

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Panorama di Sutri

La statale non ricalca fedelmente il tracciato originale, che è difficile da definire a causa delle numerose modifiche subite dal terreno.

La rupe, ti avvolge. Ogni volta che passo di lì, mi sembra di essere abbracciata dalle rocce millenarie  su cui poggia l’antico e glorioso abitato. Raramente mi è capitato che il sole fosse alto in cielo, o che splendesse.

Anche durante quest’ultima visita, Apollo non sovrastava col suo carro  la volta celeste al di sopra di Sutri. Enormi cumuli di nubi, impenetrabili, disposti testardamente sull’intero territorio del Centro Italia, hanno deciso di tenerci compagnia per l’intera nostra visita, facendo in modo che venissimo accompagnati da una leggera pioggerellina che, di soppiatto, scendeva.

Usciti dal bar, abbiamo proseguito per qualche centinaio di metri in direzione dell’antico anfiteatro, dissotterrato soltanto nel 1835 per mano della popolazione locale che, tre anni dopo, lo restituì alla luce.

Anfiteatro di Sutri

La macchina, l’abbiamo lasciata poco prima dell’ingresso alla villa, che abbiamo deciso di raggiungere nonostante non ne conoscessimo la storia.

Abbiamo varcato il cancello che immette sulla strada che raggiunge la parte alta e panoramica, da cui si gode una visione frontale del paese e il magnifico quadro regalato dalla grande costruzione tagliata direttamente nel tufo, in cui si mimetizza alla perfezione, fondendosi come  un  unico corpo poco percepibile dalla strada. Non si ha la certezza rispetto all’anno esatto in cui venne realizzato, ma è probabile che risalga ad un periodo compreso tra la fine del II secolo e l’inizio del I.

Come il suo ben più noto fratello romano, l’Anfiteatro Flavio, era dotato di un coronamento finale in cui facevano mostra di sé nicchie, statue e colonne, tutt’ora visibili. La base ha la forma di un’ellissi, da essa si dipartono tre ordini di gradinate che erano in grado di contenere fino a 9000 persone.

Non lo avevo ammirato che dal di fuori, così, approfittando del tempo a disposizione, ho cercato di godere della sua visione da un punto privilegiato, il Bosco Sacro di Villa Savorelli, un’alberata di lecci secolari.

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Bosco Sacro

L’appellativo “Sacro”, si deve  ad un’antica  credenza pagana secondo cui i boschi e le foreste erano popolati di ninfe, folletti e fauni, i quali rappresentavano, personificandola, l’eterna capacità di rinnovamento della natura.

In quel momento, mentre mi trovavo sotto le fitte chiome dei lecci, riparata da un ombrello che si intonava col verde della natura che ci circondava, e con le scarpe che si stavano ricoprendo di puntini più scuri a causa dell’umidità presente nel manto d’erba che stavo calpestando, mi sentivo anch’io una creatura dei boschi. Ero in sintonia con la madre che ci ha generati, e che non ci abbandona.

Siamo giunti all’affaccio sul teatro. Lo spettacolo donato dal verde brillante dell’erba che si appoggia sul marrone del tufo da cui è ricavata la costruzione, offre  uno scenario davvero coinvolgente.

Durante gli anni in cui Roma predominava sul mondo conosciuto, vennero costruiti diverse di queste grandi opere in grado di ospitare un vastissimo pubblico.

L’origine dei teatri, e degli anfiteatri, risale al V-IV secolo a.C.: da allora, le rappresentazioni che vi si svolgevano hanno accompagnato, rallegrato e formato l’uomo e la storia.

Oggi sono tristemente, e ovunque, chiusi.

Abbiamo ripercorso il bosco all’inverso, soffermandoci ad osservare con gli occhi affascinati da quel trionfo di bellezza.

Sul grande masso di tufo, conosciuto come Colle Savorelli, sono state identificate le rovine di un antico edificio, che sembra siano appartenute al Castello di Carlo Magno.

La sua storia è avvolta da una leggenda tramandata oralmente, secondo la quale nell’800, l’imperatore, diretto a Roma per essere incoronato durante la notte di Natale, si soffermò a Sutri per un breve periodo.

Numerose sono le cavità ricavate dal tufo, in gran parte visibili dalla strada. In una di queste, Berta, la sorella di Carlo I detto il grande, Re dei Franchi e dei Longobardi e Primo Imperatore dei Romani, incoronato da Papa Leone III nella Basilica di san Pietro, primo tempio della religione cristiana, diede alla luce il celebre Orlando. Berta era incinta del maniscalco Milone, e Carlo, non condividendo la relazione la ripudiò. Essa trovò rifugio a Sutri. Allorché il futuro imperatore si fermò nella cittadina della Tuscia, riconobbe il nipote, lo abbracciò e decise di farne il nuovo paladino della corona.

Orlando divenne anche eroe cavalleresco, difensore della Cristianità e mito letterario nel poema epico la Chanson de Roland, su cui tanti di noi, quando erano studenti, hanno  passato ore e ore di studio.

Insomma, personaggi di un certo calibro calcarono queste terre.

Le vicende di Orlando ci arrivarono per mano, probabilmente, di un certo Turoldo, che nella metà dell’XI secolo narrò nel suo francese medioevale, ciò che accadde   nella battaglia di Roncisvalle, avvenuta il 15 agosto 778 e, in particolare, quando la retroguardia di Carlo Magno, che era comandata dal paladino Rolando, il nostro Orlando, prefetto della Marca di Bretagna, di ritorno da una spedizione in terra di Spagna,  fu attaccata e annientata dai  soldati Baschi, che nella trasfigurazione epica vengono trasformati in Saraceni.

Rolando, o Orlando, muore nello sforzo di suonare il suo Olifante, un corno ricavato da una zanna d’elefante, dopo essere caduto vittima di un’imboscata, tesa dai Mori, vicino a Roncisvalle.

E forse è proprio a causa di questi fatti che tra la cittadina di Sutri e la Francia, esiste un legame storico che si rileva sin dal medioevo, quando costituiva uno dei punti di transito e di sosta più noti e considerati lungo la via Francigena, l’arteria che collega Parigi a Roma, e che, come tutti sanno, rappresentava la strada che percorrevano i pellegrini che, dal nord, si dirigevano verso la Roma del Papa.

Sparpagliati nelle aree circostanti, si trovano elementi architettonici in stile gotico francese che non hanno simili in zona e che sono a garantire la presenza di maestri muratori in terra sutrina sin dal XIII secolo.

In realtà, seppure ci piace pensare che uno dei personaggi più importanti della storia abbia lì soggiornato e lasciato al territorio un castello, le particolarità architettoniche dell’edificio farebbero pensare che la una costruzione sia avvenuta nel XIV secolo.

Il grande e affascinante affaccio, ci ha riportati indietro nella storia, ai nostri progenitori Etruschi e Romani, e ci ha rammentato l’epoca d’oro in cui queste due civiltà hanno impreziosito la nostra zona. Con la mente abbiamo percorso centinaia di anni, fino a giungere ai secoli bui dell’alto medioevo, quando l’Italia era parte del Sacro Romano Impero.

Villa Savorelli

Abbiamo poi compiuto un salto di oltre mezzo millennio, fino ad arrivare all’elegante Villa Savorelli, la cui  storia parte dal XIV secolo, quando era una casa di campagna di proprietà di una famiglia fiorentina, gli  Altoviti, che la ricevettero per donazione di Papa Clemente VII.  Nei secoli è stata rivista e restaurata, tanto da costituire testimonianza di secoli di storia, dal Rinascimento al Barocco, fino all’Età Romantica.

Nel 1629, l’ultimo discendente degli Altoviti, nominò il marchese Giovanni Battista  Muti Papazzurri erede universale, questi portò la proprietà allo splendore, ingrandendola verso il Castello di Carlo Magno e in direzione dell’anfiteatro.

In un tempo successivo ci si occupò della riedificazione della chiesa e della costruzione di nuove aree di pertinenza del palazzo. Verso la metà del XVIII secolo, estinta la famiglia proprietaria, venne acquisita dai forlivesi Conti Savorelli, che la possedettero fino al 1944. Il prezioso edificio, difatti, venne incendiato dai Tedeschi in ritirata, e i Savorelli vendettero l’intera proprietà alla famiglia romana  Staderini, che fece in modo che ne venisse eseguita la ricostruzione. Giorgio De Chirico, fu colui che curò il rifacimento della facciata e la scelta della tonalità dell’intonaco.

L’intero sito, dal 1987, è proprietà del Comune di Sutri.

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Villa Savorelli e Giardino all’Italiana

Di fronte alla villa, un bel giardino all’italiana, che abbiamo visto imperlarsi di pioggia. Ci siamo addentrati in esso, girando tra le sculture in erba formate dalle siepi che lo compongono. Per un attimo abbiamo avuto l’impressione di essere piacevolmente imprigionati all’interno del labirinto che vi è disegnato. Volevamo soltanto scattare qualche foto, e avremo dovuto accontentarci di ammirare l’esterno del tempio sacro, visto che le sue pesanti porte in legno erano chiuse.

Mentre eravamo al centro del labirinto, immersi nella magia partorita dall’innato gusto estetico degli italiani, e persi in un tempo indefinibile, siamo stati interrotti dallo squallido suono del cellulare che ci ha riportati alle ordinarie questioni che interrompono i momenti più belli.

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Chiesa di Santa Maria del Monte

Abbiamo scoperto, dalle esaustive spiegazioni che abbiamo trovato informandoci dalla gente del posto, che la Chiesa di Santa Maria del Monte venne fatta riedificare nel XVIII secolo dalla Famiglia Muti Papazzurri nel luogo in cui, anticamente, sorgeva un vecchio edificio religioso.

Essi ricevettero uno speciale permesso vescovile che  consentiva di costruire liberamente, sebbene dovesse essere assicurata la frequentazione della chiesa da parte del popolo. La nuova costruzione presentava un’abside in più e due cappelle laterali rispetto alla prima.

La facciata si erge in maniera accentuata grazie alle due torri campanarie. L’intenzione, avvalorata anche dal punto elevato in cui la si edificò, fu quella di rendere la chiesa ben visibile dalla cittadina.

Peccato, avremmo potuto compiere un viaggio indietro nel tempo, se soltanto la villa e la chiesa fossero state aperte.

Abbiamo lasciato quel luogo elegante e ricco di fascino, incamminandoci sul selciato bagnato, riparati da quell’ ombrello che intonava la propria tinta a quella del paesaggio circostante.

Siamo ridiscesi verso il luogo in cui avevamo parcheggiato la nostra autovettura. Nell’incertezza di mantenere l’equilibrio su di una strada resa scivolosa dalle tenui ma insistenti precipitazioni, ho dato il braccio a chi, pazientemente, mi accompagna in questi brevi ma appassionanti viaggi alla scoperta delle radici che ci legano alla nostra terra.

La bella Sutri, seppur ammantata da una lieve nebbiolina, ci attendeva, desiderosa di raccontarci la sua storia, recente e antica, e di mostrarci le chiese, le piazze, le fontane, le piccole vie e la gente che la vive.

 

Fonte: Viterbox

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