Sono quasi tremila le donne assassinate nel nostro Paese dal 2000 a oggi. Un vero e proprio bollettino di guerra, di una guerra subdola e spietata che si combatte quotidianamente all’interno delle famiglie italiane.

Potremmo chiamarla una “strage di genere”tremila donne che non sono più tra noi, semplicemente perché il loro cammino ha incrociato quello di un carnefice, che purtroppo non hanno saputo riconoscere, o di cui non si sono liberate in tempo.

Questi sono i numeri di una strage tanto evidente quanto ignorata, colpevolmente, dalle nostre istituzioni (a dire il vero, la confusione che regna in Italia su questo tema è tanta che potrebbe trattarsi di una stima per difetto).

E intanto, il numero delle vittime decedute o anche solo ferite continua ad aumentare senza sosta, giorno dopo giorno, per un motivo banale: le donne hanno iniziato a dire basta. Alcune almeno, le più coraggiose o forse solo le più stanche di un legame che le ha private della loro parte migliore. Alcune se ne accorgono che si è trattato di un gigantesco errore e corrono ai ripari. A volte però è davvero troppo tardi e cadono letteralmente dalla padella alla brace. E non è tanto per dire, perché alcune vittime di manipolazione affettiva e “malamore” sono davvero finite carbonizzate per mano dell’ex partner.

I dati non lasciano spazio a mielosi sproloqui sulla parità di genere ormai a portata di mano. No, non è così perché quando avviene un delitto in famiglia, due volte su tre la vittima è una donna, e l’assassino è il suo partner, o ex partner. Meno del 10% delle violenze viene commesso da sconosciuti. Il “nemico”, quindi, lo conosciamo bene e, solitamente, ci ha manipolato nel profondo per impedirci di separaci da lui in tempo. Il nostro “nemico” non ha solo le chiavi di casa nostra, ha anche le chiavi della cassaforte che contiene le nostre emozioni e bisogni più profondi. È questo che lo rende in grado di sferrare colpi letali che, molto prima di far sanguinare la vittima sotto il piano fisico, le lacerano l’anima in maniera spesso insanabile.

Già da molti anni gli studiosi hanno individuato dei campanelli di allarme affidabili che indicano un grave rischio di escalation mortale all’interno di una relazione. Se ne riconoscete qualcuno, correte ai ripari. Subito.

Il primo, di fondamentale importanza, è la recidività: se avete a che fare con maltrattatori “seriali”, ossia se vi hanno già maltrattate più volte in passato, il rischio aumenta esponenzialmente. Se poi addirittura lo avevano fatto anche con compagne precedenti… La maggior parte delle donne assassinate era legata a uomini di questo tipo. Se è il vostro caso, liberatevi immediatamente di questi “orchi della porta accanto” già dopo la prima aggressione (fisica e/o verbale).

Ormai lo sapete: queste persone non cambiano. Al limite peggiorano, e non occorre arrivare all’ennesimo occhio nero per rendersene conto. Più le perdonate, più hanno la conferma di avervi in pugno, e diventano spietate. Lo so, non è facile ammettere di aver scelto l’uomo sbagliato, e ormai sappiamo anche quali pastoie psicologiche si innescano (anche nei confronti delle aspettative della famiglia di origine), ma dovete farvi forza, superare questo ostacolo emotivo e sottrarvi alle grinfie del carnefice il prima possibile e a gambe levate. E denunciare.

Se il maltrattatore è stato condannato a provvedimenti cautelari (divieto di avvicinarsi ai luoghi che frequentate, arresti domiciliari, ecc.), ma non li rispetta, anche questo è un segnale di allarme decisamente squillante. Sappiamo che il narcisista maligno non riconosce alcun valore alla legge e ai suoi rappresentanti: è convinto di avere sulla compagna (o ex) e sui figli potere assoluto, al di là di qualunque regola, proprio perché è il marito/padre. È la mutazione più pericolosa del ben noto “padre padrone”. Non si fermerà davanti a niente e a nessuno. L’unica soluzione, in questi casi, è il carcere.
Altro indicatore da tenere seriamente in considerazione è la minaccia di morte (e/o di suicidio). Se la persona in questione arriva a minacciare la vittima di ucciderla, o di uccidersi, è il segnale evidente che l’escalation finale si sta delineando all’orizzonte.

Siamo già pericolosamente oltre la linea di sicurezza. Il manipolatore non vede più un futuro, non ha più nulla da perdere e sceglie la via dell’annientamento (abbondantemente preannunciato) per sedare la sua sete di controllo e la paura di essere abbandonato. Se poi descrive anche come compirà il suo piano («Ti faccio a pezzi con la motosega», «Ti metto le mani al collo finché non diventi blu», «Ti cancello la faccia con il martello», ecc.) e lo fa più volte (perfino davanti a terze persone, compresi i figli), allora siamo al livello di rischio più alto in assoluto. Ignorare minacce di questo tipo significa abbandonare la vittima al suo destino di morte.

L’abuso di alcool e/o stupefacenti (in particolare cocaina) e un disagio psicologico o psichiatrico possono amplificare ulteriormente il rischio. Se questi indicatori sono presenti, il pericolo di vita è altissimo e occorre agire immediatamente, mettendo in sicurezza la vittima. Niente alibi. Per nessuno.

 

Fonte: Interris

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