Un anno dentro l’emergenza.
Sono trascorsi dodici mesi dalla sera del 20 febbraio 2020, quando a Codogno veniva registrato il primo caso di tampone positivo al Covid-19 in Italia. Il resto è già storia: le prime zone rosse tra Lombardia e Veneto, le strade lentamente svuotate, le forze dell’ordine a presidiare i confini e infine il lockdown nazionale il 9 marzo.

Da lì è cominciata la stagione delle chiusure, della lotta agli assembramenti e dell’obbligo delle mascherine. E poi ancora della divisione del Paese in zone colorate, delle feste in isolamento, dei divieti di spostamento, delle autocertificazioni e del coprifuoco nazionale.

A distanza di un anno, cosa è stato risolto? Le restrizioni sono servite a farci tornare liberi? L’Italia ha trionfato nella sua lotta contro il virus?

Si direbbe proprio di no.
A dirlo sono i dati: con quasi 100 mila decessi siamo tra i Paesi con la più elevata mortalità al mondo. E se li misuriamo in base alla popolazione, peggio di noi hanno fatto solo Belgio, Repubblica Ceca, Slovenia e Regno Unito.
Ma soprattutto, per ottenere questo record negativo, che prezzo abbiamo pagato? Attività chiuse, scuola allo sbando, imprese fallite, ristorazione e turismo rovinati, cultura, cinema ed eventi polverizzati, migliaia di posti di lavoro bruciati, un milione di persone in più in povertà assoluta che quest’anno non riusciranno a soddisfare i bisogni primari, come due pasti caldi al giorno.

Quindi, con la strategia di chiusure adottata, oltre ad avere dati disastrosi sul fronte sanitario, l’Italia è maglia nera anche sul versante economico. L’anno segnato dalla pandemia si conclude con un crollo del Pil dell’8,8% a fronte di un -6,4% nell’Unione Europea.

Oggi la domanda è d’obbligo: abbiamo scelto la strategia giusta? I costi sono stati proporzionali ai benefici? Esistevano strade potenzialmente migliori?

Sembra proprio di sì.
Sebbene altre strategie non siano mai state prese in considerazione da chi ci governa, oggi nuove evidenze scientifiche mettono in dubbio la bontà delle chiusure totali per contrastare l’emergenza.
In particolare, a sostenere l’inappropriatezza dei lockdown sono quattro professori dell’Università di Stanford, una delle più importati al mondo: Eran Bendavid, Christopher Oh, Jay Bhattacharya, John P. A. Ioannidis.

La loro tesi è stata pubblicata lo scorso 5 gennaio sullo “European Journal of Clinical Investigation” in un articolo intitolato: “Assessing mandatory stay‐at‐home and business closure effects on the spread of COVID‐19“, tradotto “Valutazione degli effetti dell’obbligo di stare in casa e della chiusura dell’attività sulla diffusione del Covid-19”.

Vediamo nello specifico di che cosa si tratta.

Lo studio indaga gli effetti delle misure restrittive non farmaceutiche. Ovvero le disposizioni che, in assenza di soluzioni farmaceutiche, sono state utilizzate per diminuire la diffusione del virus. Viene specificato che, in particolare, si vogliono capire gli effetti sulla crescita della curva epidemica dei provvedimenti più severi, come l’obbligo di stare a casa e la chiusura delle attività, in pratica il lockdown.
Le motivazioni dello studio sono chiare: i benefici delle misure restrittive più forti meritano un attento approfondimento a causa dei potenziali effetti nocivi che possono avere sulla salute.

Tra questi gli scienziati fanno riferimento a denutrizione, salute mentale e suicidi, abusi domestici, aumento delle malattie non covid per mancanza di servizi sanitari e conseguenze economiche con implicazioni per la salute. La ricerca si è concentrata su dieci Paesi: Inghilterra, Francia, Germania, Iran, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Corea del Sud, Svezia e Stati Uniti. Per tutti sono state prese in considerazione crescita dei casi e misure introdotte. Otto Paesi hanno adottato misure fortemente limitative, due invece hanno deciso di non affidarsi all’obbligo di stare a casa o al lockdown. Al fine di isolare gli effetti delle misure più restrittive sono stati valutati tutti i provvedimenti entrati in vigore nei diversi Paesi e a questi sono stati sottratti gli effetti di misure meno restrittive e le dinamiche epidemiche.

Si è cercato di capire quali sono stati i benefici degli interventi più limitativi delle libertà rispetto a interventi di minore severità. E, una volta appurati gli effetti positivi di questi ultimi, sono stati studiati i benefici delle norme più limitative. Ognuno degli otto Paesi che hanno adottato misure fortemente restrittive è stato paragonato con gli altri due Paesi, Corea del Sud e Svezia, che si sono mossi verso misure meno restrittive. In totale risultano così 16 confronti.

Quali sono stati i risultati?

Leggiamo che “il tasso di crescita dopo l’introduzione di alcune misure restrittive è stato positivo in tutti i casi di studio. Non è stato lo stesso quando sono stati misurati gli effetti delle norme più severe negli otto Paesi sopracitati”. Testualmente viene riportato quanto segue: “In nessuno degli otto paesi, in nessuna delle sedici comparazioni, ci sono stati benefici significativi degli effetti delle misure più restrittive”. Quindi in seguito all’introduzione di misure fortemente restrittive, come lockdown e obbligo di stare a casa, non sono stati trovati chiari e significativi vantaggi sull’andamento dei casi di tutti gli Stati presi in esame.

Il report è chiarissimo: “Nel quadro di questa analisi non ci sono evidenze che interventi non farmaceutici più rigidi abbiano contribuito sostanzialmente alla flessione della curva dei nuovi casi in Regno Unito, Francia Germania, Iran, Italia Olanda Spagna e Stati Uniti. Comparando il tasso di crescita dei casi nei Paesi che hanno implementato misure più restrittive con quelli che hanno implementato misure meno restrittive l’evidenza non indica che le prime abbiano fornito un vantaggio significativo rispetto alle seconde”.

Ecco spiegato come, nonostante i Paesi abbiano adottato politiche nazionali molto diverse, in realtà l’evoluzione della curva epidemica sia simile dappertutto. Si ritengono addirittura più determinanti i comportamenti personali rispetto alle politiche di chiusura volute dall’alto.

L’articolo nelle sue conclusioni non lascia dubbi: “Sebbene piccoli vantaggi non possano essere esclusi, non sono stati trovati significativi benefici sull’andamento dei casi nei Paesi che hanno adottato misure più restrittive. Riduzioni simili nella crescita dei casi possono essere ottenute attraverso misure meno restrittive, dunque con conseguenze negative inferiori per il Paese”.

La riflessione finale all’interno della ricerca ci sembra più che condivisibile: “Gli irrisori benefici delle misure più restrittive non corrispondono ai numerosi danni che queste apportano […]. Le misure restrittive, oltre a vantaggi discutibili, possono anche provocare danni. E i danni possono essere più evidenti per alcune misure rispetto ad altre. […] Le considerazioni sugli effetti negativi dovrebbero svolgere un ruolo preminente nelle decisioni politiche, specialmente se una chiusura si rivela poi inefficace nel ridurre la diffusione del virus”.

Guardando dentro casa nostra, in Italia, questa ricerca dovrebbe quantomeno indurre alla riflessione chi ancora in questi giorni invoca a gran voce la chiusura totale del Paese.

 

Fonte: RadioRadio

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