Marisa strizza lo strofinaccio col quale laverà il pavimento per l’ultima volta.

Sono le ore 19, e il bar è ancora aperto: un’ora dopo il limite stabilito, il dehors è affollato di avventori. Stanno seduti in modo ordinato, mantenendo le distanze.

Sorseggiano l’ultima birra, l’ultimo Prosecco, ingollando qualche tartina. E’ una specie di cerimonia silenziosa: la solidarietà per i baristi, condannati alla chiusura imposta dalla cosiddetta zona arancione.

E se passa una pattuglia, facendo notare che ai tavoli non dovrebbe più esserci nessuno?

Pazienza: ci faremo verbalizzare – dicono – e spiegheremo che non riusciamo proprio a mandarla giù, questa ennesima chiusura suicida, decretata solo per via del mitico indice di contagio, in lievissima risalita in termini percentualmente infinitesimali. Mastica amaro anche Alfonso, pensionato, che fino a qualche mese fa era sostanzialmente tollerante verso le restrizioni: le comprendeva. Ora invece ha cambiato idea: non capisce perché, in zona gialla, i ristoranti aperti a pranzo debbano restare chiusi a cena. E men che meno digerisce l’idea di dover fare a meno del suo amato bar, se scatta la zona arancione.

Il bar è un’isola sociale che racconta benissimo l’Italia, quella che lavora: è lo spazio-finestra dove si può parlare liberamente di tutto, con chiunque, nel breve interregno tra il lavoro e la vita familiare, tra le pareti domestiche. Lorella, studentessa, sospira: adesso basta, non se ne può più. Sono tutti d’accordo: il giovane operaio Walter, l’elettricista Beppe, l’idraulico Stefano, il taciturno Nicola che ogni mattina apre al mercato la sua bancarella di vestiario insieme alla compagna, Sonia.

Il bar-tabacchi interseca la società: a pranzo la cucina serve pasti per i dipendenti della vicina zona industriale, ma verso sera si trasforma in un’oasi in cui ciascuno può dire la sua: l’insegnante e l’infermiera, il manager che si gusta un calice di Franciacorta, il meccanico dell’officina all’angolo con la sua squadra di dipendenti. La pausa-caffè, il bicchiere di rosso. Un po’ di musica, e tantissime parole: per tentare di ricordarci chi siamo e cosa è rimasto di noi, malgrado tutto, dopo un anno di insopportabili ingiunzioni, spesso assurde, frutto di decisioni affrettate e confuse, mai trasparenti, calate dall’alto.

E senza alcun rispetto per gli esercenti, ancora in attesa dei mitici “ristori” che continuano a non arrivare.

Un anno fa, subito dopo il lockdown primaverile, il bar esplodeva di umanità sulle barricate: da una parte i sostenitori della banda Conte, disposti a ingoiare qualunque privazione perché proveniente dai presunti avversari di Salvini, e dall’altra i seguaci dell’opposizione, furibondi per la palese cialtroneria mostrata dal governo.

Il virus mordeva: era la televisione a esibire ogni sera lo spettacolo dell’orrore.

Governisti e antagonisti, col passare dei mesi, s’erano scoperti d’accordo su un punto: superata la tragica sorpresa dei primi mesi, le autorità avrebbero escogitato qualcosa per risollevare tutti. E invece, niente: anziché aggiornare il protocollo di cura introducendo finalmente i farmaci giusti per le terapie precoci, a domicilio, il ministro della sanità ha perso l’estate a scrivere un libro grottesco e auto-celebrativo (che poi non ha osato distribuire) e ha speso l’autunno a gridare alla “seconda ondata”, continuando a fare quello che aveva sempre fatto, cioè nulla, se non vietare, chiudere, sprangare.

Ultimissimo capolavoro, la beffa riservata alle aziende dello sci: fermate a poche ore dalla riapertura, dopo tutte le spese (e le assunzioni) effettuale in vista della ripartenza.

Ora la farsa è davvero finita: il tribunale del bar ha emesso la sua sentenza.

«Dobbiamo fare una rivoluzione?», si domanda Marisa, la barista, risciacquando gli ultimi bicchieri.

Sono ormai passate le sette, e là fuori non s’è vista nessuna pattuglia.

Gli avventori si avviano alla cassa, per saldare il conto: la mesta cerimonia della solidarietà è finita.

Ricordava un funerale, per la morte civile di un paese che, sul far della sera, sembra deserto e spopolato.

Il governo è cambiato, ma i risanatori virtuali non hanno ancora osato rimuovere neppure il coprifuoco.

Persino il ministro-fenomeno è rimasto al suo posto, davanti alla sua patetica cartina con le Regioni colorate.

Scandaloso: si chiude tutto, non appena il famigerato indice Rt accenna a risalire.

Esattamente come un anno fa: senza cure domiciliari, in sicurezza, si chiude l’Italia per evitare la corsa agli ospedali, in attesa dei famosi vaccini.

ll timore della pressione sul pronto soccorso è fondato: l’ospedale può tornare a ingolfarsi, ma solo perché i malati – ai primi sintomi – si continua a non curarli, a casa.

Così, si seguita a consegnare l’Italia alla fatalità dell’emergenza eterna, nemmeno fossimo un paese del terzo mondo.

E questo, dopo un anno, è davvero inaccettabile. Emerge, in tutto il suo fulgore, la vergognosa inettitudine di un governo di straccioni: per tutto il 2020 non ha saputo limitare la strage, né soccorrere le aziende a cui ha impedito di lavorare. Ormai l’hanno capito tutti: il virus è molto contagioso ma scarsamente letale, può essere pericoloso (anche mortale) quasi solo per i soggetti più anziani e più fragili.

In 12 mesi, non si è fatto nessun passo avanti: i medici hanno scoperto come affrontarlo, con farmaci efficaci e anche banalissimi come gli antinfiammatori, ma nessuno a Roma si è preoccupato di imporre alle Asl, tramite le Regioni, una procedura unica, nazionale, per agire con tempestività mediante i medici di base, spegnendo l’incendio alle prime avvisaglie.

I sanitari che hanno imparato la lezione, e somministrano in via precoce i farmaci adatti, sanno che in questo modo si riduce del 70-80% il rischio di ricorrere all’ospedale.

Traduzione impietosa: oggi significherebbe contare 30.000 morti anziché quasi 100.000.

Se si fosse agito tempestivamente, a partire da aprile-maggio 2020, il bilancio del coronavirus non sarebbe stato peggiore, statisticamente, di quello di una brutta epidemia stagionale di influenza. E invece: le televisioni hanno solo e sempre rilanciato la paura, evitando di dare la parola ai medici che curano e guariscono.

Così, il governo dei cialtroni ha potuto usare l’allarme per restare in sella, limitandosi a fare promesse a vuoto sui necessari soccorsi economici.

Fatti precisi: tre decreti su quattro, di quelli solo annunciati, non sono mai stati firmati. Questa l’eredità del nuovo governo, appena entrato in funzione: nessun passo avanti sul piano sanitario, e il 70% dei “ristori” rimasti tuttora nel cassetto.

Servono soluzioni immediate: vaccini e (soprattutto) cure tempestive, a casa, per chi si ammala. Si sono persi 12 mesi.

Ora si chiede l’ennesimo sacrificio, in arancione: serve altro tempo, per approntare finalmente le risposte giuste, rimediando al malgoverno dei cialtroni.

E così è amarissima anche l’ultima birra, servita alle ore 19, tre ore prima che scatti l’assurdità del coprifuoco (ancora più surreale nelle nuove zone arancioni, dove neppure i bar apriranno più).

Fonte: Libre Idee.org

One thought on “Il funerale del bar, in arancione: morte civile dell’Italia”

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