“La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua.”

83 anni fa ci lasciava Gabriele D’Annunzio, autore simbolo del Decadentismo e dell’Estetismo italiano.

Gabriele D’Annunzio era nato a Pescara, il 12 marzo 1863, sotto il segno dei Pesci, e morì a Gardone Riviera, il 1º marzo del 1938.

Terzo di cinque figli, visse un’infanzia abbastanza serena e si distinse per intelligenza e vivacità.

La madre si chiamava Luisa de Benedictis (1839-1917) ed era dotata di fine sensibilità; dal padre, Francesco Paolo Rapagnetta D’Annunzio (1831-1893) (il quale aveva acquisito nel 1851 il cognome D’Annunzio da un ricco parente che lo adottò, lo zio Antonio D’Annunzio), Gabriele ereditò il temperamento acceso, sanguigno, la passione per le donne e anche, purtroppo,  la disinvoltura nel contrarre debiti, che portarono la famiglia da una condizione agiata a una difficile situazione economica.

Scrittore, poeta, drammaturgo, militare, politico, giornalista e patriota italiano,  dal 1924 insignito dal Re Vittorio Emanuele III del titolo di Principe di Montenevoso, cantore dell’Italia umbertina, fu chiamato anche “l’Immaginifico”, rivestì un ruolo importante nella letteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924.

Influenzò così tanto gli usi e i costumi nell’Italia del suo tempo che il periodo in cui visse  più tardi sarebbe stato definito, appunto, dannunzianesimo.

Una delle espressioni che spesso accompagnano il nome di D’Annunzio è “vivere inimitabile”: questa frase venne inventata dallo stesso poeta e, in effetti, riassume benissimo la sua vita, ricche di esperienze, che non può essere imitata.

Con il suo famosissimo romanzo Il Piacere, si fece portavoce di un Estetismo che, oltre a essere un movimento letterario, era un atteggiamento: prevedeva che si vivesse sempre a contatto con il Bello, con il lusso, con le opere d’arte; che si vestisse elegantissimi e che si parlasse di argomenti elevati, disprezzando spesso le masse e il popolo incolto.

La vita che il poeta condusse a Roma lo sommerse di debiti, così, anche per scappare ai creditori, cominciò un periodo di spostamenti in Italia. Fu nella romantica città lagunare di Venezia che conobbe colei che diventerà il grande amore della sua vita, la bellissima attrice Eleonora Duse. Con lei D’Annunzio viaggiò e scrisse tantissimo, ispirato dalla donna.

Questo è anche il periodo della sua vita in cui, leggendo Nietzsche, D’Annunzio arrivò a fare suo il concetto di superuomo che sembrava essere un proseguimento naturale del suo Estetismo: il superuomo infatti è colui che si distacca da ogni convenzione sociale, che rinasce come spirito libero contro le severe restrizioni del vivere civile e quindi della società.

È questo anche il periodo in cui egli cominciò a scrivere opere per il teatro, in cui compose il romanzo Il Fuoco e in cui divenne deputato del Regno d’Italia; in questa veste lottò affinché, durante la Prima Guerra Mondiale, il nostro Paese entrasse in guerra.

Partecipò direttamente al conflitto, anche in alcune battaglie aeree e per un periodo, in seguito alle ferite riportate, perse la vista ad un occhio scrivendo quello che fu il romanzo della sua convalescenza, Il Notturno.

Il 3 marzo 1901 inaugurò  con Ettore Ferrari, Gran Maestro della massoneria del Grande Oriente d’Italia, l’Università Popolare di Milano, nella sede di via Ugo Foscolo, dove pronunciò il discorso inaugurale e dove, successivamente, svolse un’attività di docenze e di lezioni culturali. L’amicizia con Ferrari aveva avvicinato il Vate alla “libera muratoria”: D’Annunzio era infatti massone e 33º grado della Gran Loggia d’Italia degli Alam detta “di Piazza del Gesù”.

In seguito al conflitto mondiale, e con l’ascesa di Mussolini, D’Annunzio si ritirò dalla vita politica e passò gli ultimi anni sulla villa sul lago di Garda (che diventerà poi il Vittoriale degli Italiani, un museo ancora oggi visitabile). Morì il primo marzo del 1938, dopo una vita, effettivamente, inimitabile.

L’importanza della sua opera è tale che gli valse l’appellativo di Poeta Vate: un poeta in grado cioè di interpretare ed esprimere al meglio le tensioni e lo spirito del suo tempo storico.

Il soprannome il Vate (come fu detto anche Giosuè Carducci), cioè “poeta sacro, profeta” ben si adatta a Gabriele D’Annunzio, che ci ha lasciato liriche meravigliose. Fra le tante, ricordiamo “La pioggia nel pineto”.

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