L’umidità ha un effetto deleterio sul corpo umano. Penetra nelle ossa, provoca fastidi muscolari, priva i capelli della loro naturale piega e lucentezza. Anche su ciò che è inanimato lascia il proprio segno.

Bassano Romano, in quasi tutto il centro, l’effetto provocato da essa è  soprattutto cromatico. Ampie e morbide macchie verde muschio, ricoprono gli stabili che affollano le strette vie che vanno a formare un dedalo in tufo.

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Ho visitato questo borgo posto a sud della provincia, in una delle ultime giornate di febbraio. Il mercurio contenuto nella colonnina del termometro, in quei giorni, aiutato dalla presenza dei raggi del sole, aveva deciso di puntare verso l’alto, risollevando i nostri corpi e, soprattutto, i nostri animi.

Nell’ultimo anno, la vita non è stata facile per nessuno. E’ come se stessimo vivendo un incubo, dal quale, raramente e per poco, ci siamo risvegliati. Soltanto un numero minimo di persone, su questa Terra, avrebbe potuto fare una previsione tanto nefasta e, se l’avesse fatta, nessuno ci avrebbe creduto.

Ogni evento negativo, per la legge degli opposti, attira a sé fattori benevoli. Le varie restrizioni, e la chiusura delle regioni che si prolunga oramai da diversi mesi, ha portato agli italiani una forte voglia di conoscere tutto ciò che è loro prossimo.

Io, ho iniziato il mio viaggio alla scoperta dell’area che mi ospita dalla nascita, oramai quasi due anni fa, e mi sono resa conto, nonostante abbia ancora molto da scoprire, di quanto mi sia arricchita in questo lungo viaggio fatto di attimi strappati alla routine e sensazioni di calore nonché di ritorno alle origini.

La zona della Bassa Tuscia, che sto iniziando a conoscere da qualche settimana, mi era quasi totalmente ignota.

Nello specifico, l’antica Bassano di Sutri, mi era familiare soltanto dai racconti delle persone che la vivevano, o che vi si recavano a lavorare.

L’unico ricordo che mi lega ad essa è una gita scolastica a Parigi, in compagnia di una scolaresca del quinto liceo di Bassano.  In quell’occasione la raggiunsi, ma non vidi altro che un parcheggio.

Questa volta, invece,  ho deciso di approfondire la conoscenza regalandomi un lungo giro.

La via da percorrere, provenendo dal capoluogo, è la Cassia, la strada consolare che ci sta guidando lungo la provincia da tempo.

Di mattina, questa importante arteria, è sempre molto trafficata. Abbiamo proceduto lentamente, mirando ancora una volta lo spazio che ci circondava. Ogni volta le distese d’erba e quelle alberate si fanno più familiari, mentre i caseggiati e i capannoni che sfiorano la lingua d’asfalto, si arricchiscono di nuovi particolari.

Ogni nostro viaggio mattutino, si apre con una colazione. La profumata crema pasticciera, che abbondava nel caldo e fragrante croissant, andava ciclicamente a gettarsi dentro la morbida schiuma del mio, irrinunciabile, cappuccino.

Mangiando, osservavo lo sperone roccioso sul quale poggia l’antica Sutri, distante soltanto una manciata di chilometri dalla nostra destinazione.

Tutto sembrava immobile, indifferente allo scorrere del tempo.

Abbiamo proseguito per la SP 40, avvolti da cespugli e rigogliose chiome di alberi. Noccioli e olivi, completavano un paesaggio fatto soltanto di elementi naturali.

Proprio su una delle curve che si snodano lungo la strada, un casale abbandonato. Mi affascinano da sempre, nonostante io non possieda un animo contadino.

Dopo poco siamo giunti in quel paese che fu, un tempo, il Principato Giustiniani, come, con un impeto d’orgoglio, riporta il cartello d’ingresso.

Siamo andati alla ricerca di un posto che avrebbe segnato il punto di partenza, e lo abbiamo trovato prima del ponte che collega la parte nuova del paese al centro storico.

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C’era silenzio, la quiete tipica del mattino di un giorno feriale. Coloro che dovevano raggiungere il posto di lavoro lo avevano già fatto e le campanelle delle scuole erano  suonate lasciando il vuoto nelle strette vie bassanesi. Abbiamo percorso il ponte che conduce in Via Mariano Buratti, laddove sorge le casa in cui nacque l’insegnante e partigiano, dalla vita segnata da tragici eventi personali, cui è intitolato il liceo più blasonato del capoluogo della Tuscia. Buratti, dopo aver organizzato e militato come partigiano nella Banda Buratti, che operava sui Monti Cimini e in cui confluirono molti suoi ex allievi e il cognato, venne catturato e poi fucilato presso il Forte Bravetta in Roma.

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Le saracinesche che danno sulla via, erano tutte abbassate, e gli pneumatici delle rare macchine che la superavano, provocavano un rumore costante e, in quel silenzio, quasi gradito.  Al termine, la strada si allarga quasi a voler imitare una piazza, incorniciata da elementi preziosi.

Sul lato sinistro è visibile l’alto muro del palazzo che identifica la cittadina. Da esso si diparte un ponte che, sovrastando lo slargo, raggiunge quello che è il giardino all’italiana del principesco Palazzo Giustiniani-Odescalchi. Al di sotto di quello che sostituisce il vecchio ponte levatoio, un caratteristico negozio di frutta e verdura i cui prodotti multicolori donano vivacità alla piazza grigia.

Svoltiamo l’angolo, raggiungendo l’ingresso di Villa Giustiniani e del centro storico del borgo.

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Ci incamminiamo al di sotto del tunnel che termina in Piazza Umberto I, la principale del paese, che esisteva già quando la Famiglia Anguillara dominava queste zone. Al culmine della salita, un bar. Siamo entrati, e i miei occhi sono stati rapiti dalle decine di libri dall’aspetto vissuto che completano il gradevole arredamento.

Alcuni tavoli, dei divani e un caminetto, collocati su uno sfondo che va dal verde al viola. Non potrei giurare su questa mia affermazione. Forse i colori non erano quelli, forse non c’era un camino… ma come avrei voluto, in quella mattinata un po’ umida, sedermi su morbidi e avvolgenti cuscini e coccolarmi con un earl grey  al latte nell’intento di scoprire le avventure e immedesimarmi in qualche nobildonna, magari rinascimentale, attraverso le polverose e ingiallite pagine di un libro che sa di vita.

E dalla mia comoda e sognata postazione, avrei potuto ammirare l’imponente palazzo, che vede le sue origini in tempi molto remoti allorché, Enotrio Serco, attorno alla seconda metà del XII secolo, edificò un maniero feudale proprio su quell’altura. Poi, nei secoli, l’aspetto è stato trasformato, fino ad arrivare a quello che noi vediamo oggi, e che è tale dai primissimi anni del XVII secolo.

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Nel 1595, il palazzo divenne proprietà della Famiglia Giustiniani, di origine genovese.

Il marchese Vincenzo, importante mecenate e collezionista d’arte, noto per la sua collezione di dipinti del grande Caravaggio, iniziò i lavori di trasformazione  e completamento del complesso architettonico, che contava già un piano interrato e un piano terra. Si devono a lui il piano nobile, il ponte levatoio che collegava ai giardini all’italiana  e il casino di caccia situato all’interno del parco. Gli abitanti, lo identificano con il nome “La Rocca” per il suo aspetto piuttosto decadente. Molto simile nelle forme al palazzo, presenta una torre centrale. Precedentemente ve ne erano quattro, ma vennero abbattute dalla famiglia Odescalchi per rivalità con i Giustiniani. L’edificio era, in origine, molto simile a quello contenuto nello stemma dell’altra famiglia, il quale era sormontato da un’aquila. Intorno,  un parco solcato da lunghi e ombrosi viali, in cui svettano, fitti, alberi ad alto fusto come lecci, abeti, faggi, querce e castagni.

Il grande portone che introduce alla corte interna del palazzo, era serrato. Ho provato, scioccamente, ad aprire. Il desiderio di calarmi nei panni delle antiche signore mi tentava. Inutile a dirsi che nessuna magia sia avvenuta. Però, come una gradita sorpresa, ho notato che  la toppa della serratura era piuttosto ampia.

Con fervore e a passi lunghi, mi sono avvicinata ad essa e, chinandomi, ho sfiorato con l’occhio destro la porta in legno e in un attimo sono tornata indietro di almeno quattro secoli, a quando in quel richiastro, illuminato dallo splendore della Venere che lo abbellisce, si muovevano uomini e donne cui la vita aveva dato, almeno in termini materiali e di potere, molto più di quanto possedesse la maggior parte della popolazione. Il richiamo all’epoca romana, è forte. A destra e a sinistra, enormi busti che, secondo la tradizione popolare, rappresenterebbero le quattro stagioni. Sembra che essi siano stati lì collocati nel ‘600 e che della stessa epoca siano il busto e il basamento in peperino. Le teste in marmo, invece, risalgono all’età antonina (II sec. d. C.).

Mi sono voltata verso il palazzo settecentesco che ospita il Comune, alla sua sinistra, la Chiesa Parrocchiale della Santissima Maria Assunta, che risale al XVIII secolo sebbene sorga su una preesistente chiesa romanica. Altari, tele e organo, che siamo prontamente andati  a cercare, sono in linea con l’ultimo rifacimento dell’edificio sacro, mentre, all’interno della cappella è presente una statua lignea della Madonna con Bambino databile al XVI secolo.

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Dopo aver osservato la bella fontana ottocentesca in travertino e ghisa, ci siamo spostati verso il centro del paese, o meglio, uno dei centri, visto che il borgo, almeno a una prima impressione, si snoda su diversi nuclei.  Strette le une sulle altre, modeste costruzioni in tufo  che sembrano essere popolate soltanto da anziani e gatti.

Nella quiete di un borgo di neanche 5000 abitanti, la mente torna indietro, e il luogo in cui queste sensazioni colpiscono più nel profondo è la via intitolata a Maria, moglie di Andrea  Gustiniani, prima principessa di Bassano di Sutri che nel 1644, per decreto di Innocenzo X, da Marchesato venne elevata, appunto, a Principato.

L’antica via fungeva da collegamento fra le due porte del paese che racchiudono i due castelli, uno del feudatario e uno appartenente alla comunità. In essa, e sui balconi fioriti dei palazzetti rinascimentali,  si rivela l’amore degli abitanti per la propria terra. Abbiamo continuato a camminare, dialogando su quella che è la storia del principato nato, secondo la tradizione,  da una coppia di giovani etruschi, Velka e Tarkana che, successivamente alla loro unione,  decisero di spostarsi da Sutri a Bassano, attirati dal trionfo della natura e dalla quiete che emanava l’ambiente.

Essi, vissero in un tale stato di letizia e tranquillità che altre giovani coppie decisero di  imitarli. Qualche tempo dopo, sempre secondo la leggenda, arrivarono genti addette al taglio dei boschi, dal napoletano e dal senese. L’unione di persone di diversa provenienza e cultura portò un arricchimento notevole in fatto di usi, tradizioni e lingua che, nelle sfumature dialettali, è ancora percepibile.

Per quel che riguarda le attestazioni storiche, invece, le origini di Bassano non sarebbero antecedenti all’anno mille. L’arcaico castello sembrerebbe sia stato edificato dai sutrini tra il 1157 e il 1175. Non è stata rilevata alcuna traccia che porti ad origini etrusche o romane.

Il Feudus Bassani, rientrò nei domini dello Stato Pontificio. Il signore di Sutri Enotrio Serco, vi trasferì la propria residenza e costruì quello che divenne poi il famoso palazzo, votato ad essere dimora saltuaria ed utilizzata durante le partite di caccia.

Ai Serco succedettero i Di Puccio, i Savelli, patrizi romani, e gli Anguillara di Capranica, i quali ottennero da Papa Sisto VI anche la terza parte di Bassano che apparteneva i Savelli. Questi, rivendicarono i propri diritti e rivendicarono con successo, nel 1505, un compenso in denaro. Questo fu il momento dello sviluppo del feudo, che si espanse e si arricchì delle case costruite attorno al palazzo e a nord, sulla rupe tufacea.

Nel 1595 papa Clemente VIII cedette il Feudus Bassani ai Giustiniani  (nella figura di Giuseppe) nobile famiglia proveniente dalla Liguria, fuggita dall’isola greca di Scio, allora di proprietà genovese. In quegli anni, il palazzo più importante della cittadina venne ampliato e arricchito. Nel 1603 a Giuseppe Giustiniani, succede il figlio Vincenzo. Due anni dopo, grazie alla bolla di Papa Paolo V, il feudo diviene marchesato e si arricchì di nuove e preziosi costruzioni, tra cui la Chiesa di Borgo San Filippo  e quella suggestiva di San Vincenzo, battuta dal vento e  davanti alla quale si apre un meraviglioso panorama.

Nel momento in cui il territorio divenne Principato (1644), iniziarono le visite del papa e di altri principi, tra cui il pretendente al trono d’Inghilterra Giacomo III Stuart.

Il ‘700 è per Bassano un secolo buio. Nel 1701, il paese fu colpito da una grave epidemia e, negli anni che seguirono e fino al termine del secolo, sciagure di questo genere si ripeterono.

Il XIX secolo, invece, è segnato da scontri tra le truppe francesi e gli insorti che si opponevano alla Repubblica Romana.

I tanti fatti drammatici che hanno condizionato la vita nel paese, hanno fatto sì che la popolazione invocasse la pietà celeste. Nacque così la forte devozione alla Madonna della Pietà. Nella seconda metà del ‘800 il Principato passa dai Giustiniani agli Odescalchi che non mantennero, né regalarono la prosperità cui il borgo era abituato.

Anche il XX secolo ha determinato la vita del comune, difatti pesanti bombardamenti si abbatterono su di esso.

Tra vicoli e archi, siamo giunti al limitare opposto del paese,  nel Borgo di San Filippo Neri, voluto dal Principe Andrea Giustiniani nel XVII secolo, in cui è ubicata la chiesa omonima detta anche Maria Santissima della Pietà.

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La tela di San Michele che poggia i piedi sul corpo di  Lucifero, è la copia del quadro omonimo di Guido Reni che si trova a Roma nella chiesa di Santa Maria della Concezione.

Sull’altare maggiore è conservata l’ immagine della Madonna della Pietà, venerata con particolare ardore  dai  bassanesi.

Usciti dalla piccola chiesa, ci siamo incamminati lungo il lato settentrionale del paese, con gli occhi puntati sulla valle. Una leggera nebbiolina saliva verso di noi e, decisi ad andarle incontro per immergerci una volta ancora in una chimera, siamo scesi verso i lavatoi, elementi che conferiscono la denominazione alla zona. Abbiamo fatto un lungo giro, osservando antri e piccole grotte. Infine, siamo risaliti al livello del paese, diretti verso la nostra automobile.

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Abbiamo risalito la strada che esce dal paese e porta verso Oriolo Romano, la nostra prossima meta.

E così, ci siamo lasciati alle spalle quel borgo fatto di tufo e di muschio, di storia e grandi palazzi. Torneremo, per far sì  che quanto sognato sul morbido divano del bar, non resti soltanto un atto della nostra immaginazione.

 

Fonte: Viterbox

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