Gaio Petronio Arbitro, vissuto nella Roma del I secolo dopo Cristo, è noto nella storia della letteratura latina per essere stato uno dei pochi a essersi avvicinato al genere del “romanzo”, insieme, per esempio, ad Apuleio; il suo nome è tuttavia ancora oggi avvolto nell’oscurità, perché mancano documenti ufficiali che certifichino la sua persona e il suo operato.

L’opera per cui ancora oggi lo scrittore viene ricordato è il “Satyricon”, scritto durante l’impero di Nerone. L’opera, che in origine doveva essere molto lunga, narra delle vicende di un giovane, Encolpio, e delle sue avventure con Gitone, di cui è innamorato. Si tratta di un prosimetro che a noi oggi arriva in modo davvero frammentato. Come è dibattuta l’attribuzione dell’opera al Petronio nominato da Tacito, è dibattuto anche il titolo del romanzo e la causa della scelta: per quanto riguarda i nomi, appaiono Satiricon, Satyricon, Satirici o Satyrici (libri), Satyri fragmenta, Satirarum libri; per quanto invece riguarda la causa che avrebbe spinto a tal genere di denominazione, si sono tentate molte ipotesi, di cui la più accreditata pare quella che ri-collega a “satura lanx”, probabilmente il termine stesso da cui deriva la definizione di “satira latina” quale genere letterario nato miscelando vari stili letterari (“satura lanx” è un’espressione latina che indica il piatto misto di primizie della terra destinate agli dèi).

La vicenda narrata, oltre a essere molto divertente e ricca di avvenimenti e racconti, diviene particolarmente “pungente” quando entra nel vivo di un episodio in particolare: la “Cena di Trimalcione”, giunto integro fino a noi, a differenza delle restanti parti del romanzo. Si racconta la cena-spettacolo a casa del liberto Trimalchione (o Trimalcione) cui assistono, più che partecipare, i tre protagonisti dell’opera, Encolpio, Ascilto e Gitone. La scena non è utile in sé alla vicenda, ma serve (soprattutto a noi!) a fornirci uno spaccato concreto di come fosse la vita dei liberti in età romana e di come fossero, in genere, i comportamenti di certi tipi standard di persone; il tutto ovviamente caricato con uno spirito grottesco e iperbolizzante.

Trimalcione è l’emblema del “servo arricchito”, cioè del liberto che è riuscito ad accumulare notevoli ricchezze, ma che non sa come usarle (se non per farne sfoggio di fronte ai suoi ospiti) e che si dà arie da raffinato poeta, pur essendo rozzo e ignorante. Mette in atto scene spettacolari e grottesche sfoggiando le sue ricchezze; le portate offerte ai convitati sono incredibili e stravaganti e suscitano in Encolpio un senso di fastidio e di disgusto.

Insomma, vorrebbe essere ciò che non è, e quindi risulta ridicolo o grottesco. Allo stesso modo i suoi convitati, che sono anch’essi liberti o parassiti affamati, si improvvisano retori o poeti, ma in realtà sembrano interessati soprattutto alle gioie del cibo e del sesso.

La descrizione della cena è un documento prezioso, quasi una fotografia, per comprendere l’ambiente degli arricchiti del I secolo d.C. e la vita quotidiana di una cittadina della Provincia Romana, prospera e colta, residenza di immigrati di ogni specie e provenienza, quale poteva essere Pompei nei decenni che precedettero l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. .

Nel racconto della cena più che la descrizione, forse un po’ caricata, delle strane, interminabili portate di vivande, interessano i discorsi dei commensali, perché in essi la genialità estrosa e finissima di Petronio ha modo di sbizzarrirsi e di rivelarsi in tutta la sua pienezza.

 

 

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By Simone Chiani

Nato nel 1997. Viterbo. Diplomato al Liceo Psicopedagogico e laureato in Lettere Moderne. Autore dei libri Evasione (Settecittà, 2018) e Impronte (Ensemble, 2020).

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