Per anni è stata soltanto una via. Di Monte Romano non conoscevo altro che la strada centrale, quella che conduce al mare.

Il piccolo comune della Tuscia, che non conta neanche duemila abitanti, è perfettamente tagliato a metà dalla Strada Aurelia bis, realizzata nel 1928 e che si diparte dalla vicina Vetralla, di cui costituisce una diramazione della Via Cassia, per giungere al comune tarquiniese, dove incontra la via consolare Aurelia.

Durante l’infanzia e la prima adolescenza, nei nostri numerosi spostamenti verso il mare, andavamo e venivamo per quella statale, e quasi sempre ci si fermava per una sosta alimentare. All’andata eravamo soliti acquistare il celebre pane cotto a legna o l’ottima carne ricavata dalle vacche maremmane degli allevatori locali, mentre al ritorno non potevamo esimerci dal gustare quel gelato dal sapore vellutato e cremoso venduto nei bar che si affacciano sul largo marciapiede che funge anche da “passeggiata”.

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Erano  molti anni che non lo assaggiavo e in quella mia nuova, e forse prima vera visita, ho deciso di farlo. Una bella giornata soleggiata non può che imprimere buon umore e voglia di rinascere dopo un inverno sostanzialmente difficile. L’elegante fluidità della crema all’arancia, accogliente e morbida al palato, ben si sposava al  sapore vivace e piccante  dello zenzero. La genuinità della nocciola, frutto della Tuscia, era resa cosmopolita dall’inebriante rum.

Peccato, che nel frattempo il sole avesse iniziato a scendere dietro agli ultimi colli che impediscono la vista del mare e si fosse fatto freddo, essendo iniziato a spirare un venticello fin troppo audace: in pratica, la fine di un dolce sogno.

Stavolta, per raggiungere questo borgo, non abbiamo percorso il solito itinerario, ma ci siamo arrivati seguendo la solitaria strada che si inserisce nel quadro bucolico delle campagne appena fuori Blera.

Non sono troppi chilometri, ma il tempo sembrava non voler mai terminare.  Usciti dal centro del comune che avevamo visitato qualche settimana prima, abbiamo superato l’ardito ponte che solca l’orrido verdeggiante  e selvaggio, e ci siamo immessi sulla SP 42. Dopo qualche chilometro, siamo stati felici di rivedere, per una volta ancora, la stazione abbandonata di Civitella Cesi. Quel giorno non ci siamo accontentati di gettare uno sguardo veloce su quell’edificio realizzato nello stile tipico dell’epoca fascista ed abbiamo accostato. Senza pensarci neanche un attimo, sono andata alla ricerca della strada ferrata, volevo essere testimone della presenza della vecchia ferrovia, oramai chiusa da decenni. Peccato, non l’ho trovata … ho saputo che è stata interrata per impedire agli escursionisti di utilizzarla come sentiero su cui muoversi.

Così, abbiamo proseguito tra dolci colline e prati, lentamente, ostacolati dai vari mezzi agricoli che si spostano da un appezzamento di terra all’altro.

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Monte Romano si apre dopo una stretta curva resa poco visibile da arbusti e siepi che crescono spontaneamente ai lati della strada, regalandole un aspetto di dolce abbandono.

Alcune case, la cui costruzione sembra non aver seguito un piano regolatore, introducono alla grande Piazza dello Statuto, centro della vita del paese; nelle ore in cui i bambini non sono impegnati nelle attività scolastiche, è un pullulare di maglie colorate, palloni da calcio e grida felici, uno scenario quasi in grado di azionare la leva  della macchina del tempo all’indietro.

Ci siamo seduti su una delle panchine poste nella piazza ad assaporare le creme del nostro gelato, ed abbiamo osservato le linee e i monumenti che segnano la storia del borgo e che, in senso più o meno ampio, hanno segnato un po’ anche la mia vita privata.

Non so il motivo, ma l’ampiezza degli spazi e la loro linearità, mi ricordano tanto la lontana San Lorenzo Nuovo, posta al limite settentrionale della provincia, distante geograficamente e collocata in un panorama del tutto diverso.

La cittadina, nonostante le sue origini risalgano a qualche secolo prima, mostra architetture in linea con la data della sua fondazione e del suo sviluppo.

Effettivamente, attorno al XIII secolo, nel punto più elevato del territorio, a quasi 370 mt s.l.m., sorse un primo nucleo abitato, conosciuto con il nome di Arx Montis Romanis, un castello edificato in un’’epoca in cui il paese a valle non esisteva ancora.

La sua collocazione gli ha permesso per un tempo abbastanza lungo di essere preservato dagli attacchi esterni e di poter esercitare un efficace controllo sulle terre sottostanti nelle quali confluivano molte tra le più importanti arterie appartenenti al sistema viario etrusco-romano come, ad esempio la Tarquiniense, altresì detta Via Latina, e la Clodia.

Il castello venne edificato in quel luogo che noi oggi conosciamo con il nome di Rotonda, il colle che identifica il paese, la cui cima è contraddistinta da querce secolari disposte a corona.

Secoli prima, nel cuore del medioevo, da noi considerato un periodo oscuro ma che, sostanzialmente, fu l’epoca in cui si nacquero e crebbero la maggioranza dei centri della Tuscia, Monte Romano era inserito  tra   diversi centri abitati come il Castellaccio dell’Ancarano,  Orcla (da noi conosciuta  come Norchia), Cencelle e Rocca Respampani, con cui era collegata da un’antica via, tutt’ora conservata all’interno dell’attuale Poligono Militare.

Alcune strutture, di cui rimangono soltanto rovine, erano in qualche modo collegate a quello che fu l’embrione del luogo di cui stiamo discorrendo, tra questi il Torrione di Torrionaccio, che fungeva da elemento di controllo sulla viabilità delle vie esistenti tra Blera e Barbarano.

Per ciò che nello specifico riguarda l’insediamento della Rotonda, esistono poche e frammentarie notizie, esso venne menzionato per la prima volta nella metà del XIV secolo e, successivamente nel 1371, quando sembra che entrò a far parte dei domini della Famiglia dei Prefetti Di Vico che, in quel periodo, deteneva la proprietà di numerosi castelli della Tuscia.

L’Arx Montis Romanis venne distrutto tra il 1431 e il 1435, nella guerra tra i Di Vico e Papa Eugenio IV.

Circa due decenni dopo, il grande appezzamento di terreno su cui sorgeva il castello, assieme alla tenuta della Rocca Respampani, venne ceduto all’Ospedale del Santo Spirito in Sassia, che si industriò al fine di sfruttare nella maniera più razionale possibile le terre. Sembrerebbe anche che, in questa prima fase di sviluppo, le costruzioni presenti sul poggio, sebbene in stato fatiscente, vennero occupate dai contadini e braccanti, i quali, successivamente, si sarebbero spostati a valle, sulla strada che da Vetralla conduceva a Corneto (antica denominazione di Tarquinia), mettendo le basi al nucleo originario di quella che sarebbe diventata l’odierna Monte Romano.

Successivamente venne edificata una piccola cappella dedicata alla Madonna che, nei primi anni del XVII secolo sarà poi ampliata e intitolata, nel 1615, all’Addolorata. Ad essa furono annesse alcune stanze che vennero date in affitto ai braccianti stagionali. Il villaggio si completava grazie ad un’osteria, in grado di ospitare i viaggiatori, i funzionari e i tecnici che lavoravano per l’Ospedale del Santo Spirito e alla Fontana dell’Oste.

Quando ci fermavamo a prendere un gelato, la mia attenzione veniva sempre catturata da quel grande complesso abitativo dalle linee particolari, che tanto assomiglia ad un magazzino un po’ fuori dall’ordinario o, forse, soltanto fuori dal tempo.

Quello che oggi è suddiviso in appartamenti e che si è meritato il titolo di Granarone, agli inizi del 1600 era un enorme granaio, l’Agucchi, ed offriva l’opportunità di accumulare il prezioso frutto della terra nel periodo in cui era possibile si presentassero carestie.

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A quell’epoca, di fronte ad esso, vi era il Castello Alessandro, una prima zona abitativa corredata da servizi essenziali, come un forno, un macello, una pizzicheria e tutto ciò che era ritenuto necessario.

Questa è la storia del primo sviluppo del borgo, tutto ciò non abbiamo potuto far altro che costruirlo nelle scenografie della nostra mente. Il resto, quel che è venuto successivamente, invece, abbiamo avuto la possibilità di scrutarlo, senza troppa fatica incamminandoci verso la scala che sale alla chiesa che tanto peso ha avuto nella mia vita.

La scala, la notai per la prima volta quasi trent’anni fa. Era ancora una volta domenica, faceva sempre tanto caldo, e il rumore assordante dei motori mi aveva quasi stordita. Viaggiammo a bordo di un furgone avana. In tre sul sedile anteriore. Dietro erano alloggiate le moto, sporche di fango già prima di partire.

Passai la giornata a fissare quei gradini e l’orologio posto sulla torre che svetta nei pressi. Non vedevo letteralmente l’ora di andarmene. Le gare di enduro mi annoiavano. Il pubblico femminile era scarsissimo, e quello maschile troppo impegnato ad osservare le evoluzioni dei centauri che, in maniera molto poco ortodossa, si arrampicavano proprio su quella bella scalinata.

La Chiesa di Santo Spirito, invece, la conobbi in una fredda serata invernale del 1993. Ad essa faceva capo la piccola cappella di Rocca Respampani, dedicata a Sant’Antonio Abate, in cui mi sposai, giovanissima, nel giugno dello stesso anno.

Ci sono entrata di nuovo, stavolta, con la curiosità del visitatore, e ne ho ammirato i colori, l’altare, la tela della Battesimo di Gesù, cui si antepone una fonte battesimale, e il grande organo, al momento inutilizzato a causa di un problema meccanico. A lato, la cappella di Santa Corona.

La struttura, realizzata in pieno XVIII secolo (1765), su progetto dell’architetto Pietro Sardi, progettista anche dei due Casini laterali, è stata rimaneggiata negli anni. Pareti e colonne, sono sapientemente dipinte in maniera da assomigliare a dei preziosi  marmi.

Poste sul lato, in una bacheca, delle carte che attestano il battesimo della Beata Cecilia Eusepi, una nativa di Monte Romano  che si distinse per la sua inclinazione alla santità, e che morì, dopo una breve vita dedicata a Dio, nella cittadina di Nepi, a soli diciotto anni.

Ci siamo soffermati brevemente all’interno della chiesa e a respirarne la pace che soltanto i luoghi consacrati riescono a emanare. Usciti, ci siamo diretti verso destra, richiamati dalla grande fontana voluta nel 1770 da Giovanni  Potenziani, appartenente ad una famiglia di marchesi reatini.

La Fontana del Mascherone, costituì un nuovo elemento di raccordo e di abbellimento tra la via di Montecavallo e la Chiesa di Santo Spirito.

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Una grande maschera centrale, da cui sgorga la salubre acqua della fonte locale, guarda di sottecchi ogni avventore.

A nord est si apre il Borgo Carlino, voluto dal commendatore Ludovico Carlini, in cui vennero edificate botteghe e case, destinate ai nuovi sposi.

La Torre dell’Orologio, che guarda l’abitato dal 1767 e le carceri, completano il piccolo mondo di cui stavamo conoscendo la storia.

Nel territorio comunale, fonda le proprie basi anche il castello seicentesco di Rocca Respampani. Non troppo distante dal grande maniero, nominato nel Regestum Farfense, attorno all’anno mille, ne sorse uno legato ad una nobile famiglia chiamata “De Re Spampino” o “De Spampino” o “De Spampinis”.

Dopo varie vicissitudini, che lo ridussero in uno stato di grave decadenza, nel 1607 venne avviata la costruzione di una nuova rocca per mano di Ottavio Tassoni d’Este.

La funzione del nuovo castello si configurava in un palazzo-fattoria che avrebbe dovuto ospitare  il governatore e  i funzionari al suo seguito. Inoltre avrebbe dovuto accogliere le famiglie contadine impegnate nel lavoro dei campi vicini.  Negli anni in cui il castello venne tenuto da Fra’ Cirillo Zabaldani, fu munito di “gagliarde fortificazioni e spingarde gettate di ferro”.

Parallelamente all’evoluzione del castello, stava crescendo il paese, quindi lo Zabaldani ne fece sospendere i lavori per dedicarsi con maggiore puntualità alla costruzione della Chiesa dell’Addolorata.

Anche le aspettative circa il popolamento della zona circostante il castello, vennero deluse. La gente non accettò di spostarsi dalla nascente Monte Romano  per insediarsi in un luogo tagliato fuori dalle maggiori vie di comunicazione. Naufragati, così, i progetti di un nuovo nucleo abitativo, i lavori del castello vennero interrotti nella metà del XVII secolo, lasciando l’immobile incompleto.

La storia, in questo luogo che con superficialità identificavamo soltanto con la strada del mare e col gelato, è in grado di stordirci.

Pensiamo alla vicina Norchia (posta nel territorio del comune di Viterbo) ricca di vestigia che, passando per Etruschi e Romani, partono dalla preistoria e arrivano sino al Medioevo; allo splendido Acquedotto delle Arcatelle che, confuso da tutti con un’opera romana, venne costruito nel ‘700 dall’architetto Barigioni, che progettò anche il Palazzo Comunale di Vetralla.

E il mio pensiero va alla mia storia, alle mie esperienze e alla meravigliosa visione che di quegli archetti avevo ogni volta che, la domenica, mi recavo al mare.

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Fonte: Viterbox

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