Viterbo- Quando pensi di aver visto i luoghi meno calpestati dal piede forestiero, ecco che ti appare un borgo che mai avresti sognato  di poter visitare.

Non è semplice raggiungerlo. Le tre o quattro volte in cui ho passeggiato per le sue vie, ho iniziato a vivere quella magnifica chimera nel momento in cui lasciavo la provinciale che esce dal paese di Blera e si dirige sul piccolo colle che ospita quel bon bon appoggiato sul tufo.

La strada asfaltata percorre vallate e supera ampie radure. A destra e a sinistra, enormi spazi verdi incantano l’occhio. I pensieri si perdono in quella piccola immensità.

L’Italia mi è sempre andata stretta proprio per i suoi spazi dalle dimensioni limitate, per cui, quando il paesaggio permette che lo sguardo si allunghi, esso non può che giovarne.

Diversi cartelli turistici indicano percorsi naturalistici e siti archeologici di notevole interesse tra cui l’abitato etrusco di San Giovenale, ai cui scavi partecipò anche il Re di Svezia.

I resti di quello che dovette essere un centro piuttosto importante, sono collocati all’interno del Parco Regionale Suburbano Marturanum, piuttosto distante dalla via che conduce da Blera alla sua unica frazione e nostra destinazione finale.

L’ambiente naturale interessato è  un altopiano tufaceo a forma di mezzaluna, che si eleva a strapiombo sul torrente Vesca e su due suoi affluenti. Non si hanno notizie certe circa il nome che fu del sito: quello con cui è noto deriva dalla chiesetta medievale intitolata a San Giovenale, Vescovo di Narni, di cui si possono notare i resti sul colle.

Gli scavi effettuati hanno portato alla luce un abitato le cui prime origini risalgono all’età del bronzo, sebbene siano stati individuati ben dieci strati archeologici appartenenti a insediamenti preistorici e protostorici.

Successivamente allo stanziamento etrusco  (che sorse  intorno all’ VIII secolo a.C. e che fu, all’inizio, sotto il controllo di Caere   per poi  passare, dalla metà del V secolo, sotto l’egemonia di Tarquinia),  la zona venne abitata in maniera continuativa fino al 1476, anno in cui si manifestò un’epidemia di peste. Nell’area fu anche edificato il Castello della Famiglia Di Vico.

Probabilmente, San Giovenale e il poco distante  centro di Luni sul Mignone, furono  protagonisti dell’ultima resistenza del popolo etrusco all’aggressione romana, all’epoca della conquista dell’Etruria avvenuta nel 338 a.C.

A seguito della campagna di scavi effettuati dall’Istituto Svedese di Archeologia, fu possibile disegnare una panoramica di come fossero le città ai tempi degli Etruschi. Si scoprirono case, complete di focolari e pozzi da cui veniva attinta acqua.

Alla sommità di una collinetta, si innalza la parte più interessante che ha come protagoniste le abitazioni. Naturalmente di esse non rimangono che grossi blocchi in tufo, pietra di cui è costituito l’intero territorio.  L’acropoli è sovrastata dai ruderi del Castello dei Di Vico.

Poco distanti da essa, vi sono numerose necropoli, dalle dimensioni ridotte. Tra queste, quella del Vignale, la quale è costituita da un buon numero di tombe, alcune ipogee, altre a tumulo.

E mentre si attraversano le campagne  in cui è sepolta gran parte della storia dei nostri padri, si giunge alla Tagliata delle Poggette, la via che essi percorrevano per giungere dalle città dei morti all’abitato sulla collina del borgo: per realizzarla, scavarono la pietra tufacea. Ai suoi fianchi una buona quantità di tombe rupestri.

Siamo ridiscesi sulla strada asfaltata, l’unica che porta a Civitella Cesi. In alcuni punti si inoltra nella macchia, il cui limite è recintato. Al suo interno si praticano  battute di caccia al cinghiale.

C’era il sole il giorno in cui abbiamo deciso di guadagnare un’oretta di quella pace che soltanto un minuscolo e silenzioso borgo può regalare. C’era talmente tanto sole che i miei pantaloni in pelle scottavano. Man mano che si sale verso l’abitato, seguendo una strana legge del contrappasso, la strada va restringendosi, come se volesse far sì che il minor numero possibile di persone possano addentrarsi in esso.

Le ruote dell’automobile si arrampicavano dolcemente sul pendio, mentre l’ocra del tufo, interrotto da piccole macchie di pomice nera, si avviluppavano attorno a noi. Abbiamo cercato un posto dove parcheggiare, ed è stato necessario superare l’arco scavato nel tufo.

Guardo ora, fuori dalla mia finestra mentre scende, neanche troppo lentamente, la neve e quel sole, sotto cui ho camminato una settimana fa, mi sembra un paradosso.

La  fata malefica, bianca e silenziosa, che avrei accolto con piacere qualche settimana prima mentre mi trovavo nei pressi di Barbarano Romano, ora mi appare nella veste in cui l’ho sempre pensata. Non posso far altro che guardarla mentre scende, e farmene una ragione.

Lasciamo la nostra macchina al di sotto di un robusto edificio che dà l’impressione di star lì da parecchi secoli. Osserviamo le abitazioni presenti  al di fuori del nucleo antico, costruzioni moderne, occupate da chi, con ogni probabilità, ha ritenuto troppo semplici le case del centro ma non ha voluto rinunciare alla pace di quel luogo ameno.

Man mano che superiamo la salitella che conduce in paese, e che pochi minuti prima avevamo percorso distrattamente in auto, ci accorgiamo di un punto d’osservazione davvero fuori dal comune. In un piccolo anfratto artificiale, posto sull’esterno della stradina, si apre sulla sua grezza parete una finestrella piccolissima e dai contorni irregolari. Con un rispetto quasi sacrale, mi sono introdotta al suo interno. Ho dovuto flettere le ginocchia,  per non sbattere contro il soffitto, tanto basso per la mia altezza. Ho toccato, un po’ come avevo fatto poco prima, senza  timore di impolverarmi le mani, quella roccia tufacea che sa di storia, e poi mi sono avvicinata a quell’ oblò  dalla circonferenza irregolare.

Fuori di esso, la magnificenza della natura… i colori. C’era quasi una continuità nella tonalità ocra del tufo che andava a congiungersi con quella degli arbusti invecchiati dalle temperature invernali. Più avanti, il verde, anch’esso provato dalla stagione fredda, i cui toni tendenti al grigio sembravano voler andare a braccetto con il cielo che regalava una luce nascosta carico com’era  delle polveri che porta lo scirocco.

La voglia di conoscere ci ha accompagnati fin dentro la porta, costruita in blocchi di tufo. Collocata dentro una piccola nicchia, una Madonnina, che sembra quasi  voler infondere bontà a coloro che si addentrano nel borgo. Al di sopra, dei merli ghibellini.

Così, siamo arrivati sulla deliziosa Piazza Castello. All’esterno del bar, alcuni uomini in abbigliamento da caccia e un paio di motociclisti, probabilmente attratti dai dintorni selvaggi che regalano quel gusto in più a chi li percorre con le moto da enduro.

Ci siamo seduti su una panchina ad osservare il castello, e a pensare a come si svolgesse la vita in questo luogo durante i secoli che lo hanno visto svilupparsi.

Alcuni ritrovamenti, segnalano la presenza di insediamenti urbani sin dall’età del bronzo. Successivamente vi si stabilirono i Romani, sebbene non siano stati recuperati elementi di notevole interesse. Non sono state rilevate presenze circa abitati etruschi, nonostante la tagliata tufacea che conduce al castello e le diverse tombe rupestri  situate nei dintorni.

Il buio che avvolse le terre limitrofe, calò anche su Civitella Cesi fino al basso medioevo, quando i signori di Tolfa Vecchia, possessori del borgo, produssero un atto di sottomissione a Corneto, l’odierna Tarquinia. La popolazione, in quel periodo, contava dalle 50 alle 70 persone.

A quel tempo venne eretto quello che oggi è conosciuto col nome di Castello di Civitella Cesi o, come qualcuno lo conosce, Castello Torlonia.

Le sue origini, difatti, risalgono ai primi decenni dell’XI secolo. Sembra sia stato  realizzato a partire dal  1024 per opera dei Conti Bovaccini oppure, dando credito ad una fonte contrastante, nel  1026 su volere della famiglia Monaldeschi.

Verso la fine del XII secolo la proprietà passò alla famiglia dei Guastapane, per poi arrivare, attorno alla metà del XIV alla famiglia degli Anguillara.

I suddetti signori non fecero vivere un periodo florido nè alla popolazione nè al castello stesso ma, quando questo fu acquisito dal Cardinal Federico Cesi, che lo restaurò, il borgo visse una stagione di prosperità, e fu vestito a nuovo, grazie ad un forte intervento di restauro.

Oltre un secolo dopo, esattamente il 2 maggio del 1678 l’intero borgo fu venduto a  Giovan Battista Borghese, Principe di Sulmona che, in un tempo brevissimo, addirittura quantificabile in poche settimane, lo vendette al nobile genovese Niccolò Pallavicini Rospigliosi.

Il Castello divenne successivamente di proprietà dalla famiglia dei Duchi Torlonia che, nel 1817, lo ristrutturò e riqualificò il borgo e il pianoro.

Anche oggi avrebbe bisogno di esser restaurato. Dalle finestre escono, mosse dal leggero venticello che spira da sud, delle tende color amaranto, lucide ma logore. Non c’è vita al suo interno, se non qualche piccione che ne è diventato inquilino.

L’aspetto esterno è tipico delle fortificazioni medievali, soprattutto sui lati e sulla parte posteriore, mentre la facciata presenta molteplici stili, tipici di secoli diversi. La pianta assume la forma, approssimata, di  un pentagono. Al di sotto del ponte che conduce all’edificio, un ampio  fossato.

Gli interni, che non è stato possibile visitare, presentano di vani coperti da soffitti a cassettoni o a capriate. Sono ancora visibili alcuni  antichi ambienti del castello, come, ad esempio, le cucine e  i saloni.

Una lunga via diritta, attraversa l’intero paese. Due parallele, completano l’abitato. A destra e a sinistra, diversi vicoli, dalla denominazione che evoca caratteristiche o elementi di vario genere che un tempo debbono esser stati presenti, le tagliano.

Il selciato, dall’aspetto irreprensibile nella via principale, si intervalla al muschio nella parallela che guarda a nord. Lungo l’arteria centrale, alcune panchine, sulle quali mi sono seduta per beneficiare della quiete di quel gioiello di soli 300 abitanti.

In fondo, una piccola piazza dalle sembianze di una rotonda e aperta sul lato sinistro, lascia, nuovamente godere della vista e del ruscello sottostante.

La cura che gli abitanti riservano a Civitella Cesi, si manifesta tra i tanti vasi che ornano le viuzze. Osserviamo le case. Alcune hanno ancora le chiavi inserite nella toppa, come usava tanti anni fa. Del resto, il paese ha un’unica via d’accesso e si può star sicuri.

Nella Via di Mezzo, sorge una chiesa, intitolata a San Leonardo, fatta ricostruire dai Principi  Pallavicini nella seconda metà del XVIII secolo. La famiglia, benemerita, fu molto attiva anche dal punto di vista sociale, tanto che introdusse la “maestre pie”, dedite all’educazione dei fanciulli.

Lasciamo il piccolo borgo, decidiamo di percorrere la strada che porta alla zona nuova. Vediamo la scuola, oramai in disuso. Nel  cortile c’è ancora un’altalena. chissà come si chiamava l’ultimo bambino che ha dondolato su quel seggiolino. Chissà che suono avrà avuto l’ultima campanella. Io me lo immagino come un segnale di resa.

Superiamo qualche curva, e notiamo un cancello aperto. Ci addentriamo nel parcheggio. Lo riconosco. E’ Antiquitates, il centro di Archeologia Sperimentale, un’ eccellente ricostruzione di villaggio del neolitico, in cui i bambini possono calarsi a pieno titolo nei panni dei loro coetanei preistorici.

Ci sono stata l’ultima volta sei anni fa. I miei alunni vissero una bellissima esperienza: visitarono capanne e scoprirono come si viveva prima che l’uomo iniziasse a scrivere, impararono l’arte di accendere il fuoco, dipinsero sassi e confezionarono con essi collane e monili vari. Si impegnarono in scavi allo scopo di riportare alla luce  finti reperti archeologici accompagnati da sapienti guide. Fu una mattinata interessante, che si concluse con uno gradevolissimo pic nic nel grande prato della struttura.

I bambini finirono la giornata scatenandosi nei vari giochi all’aperto, compreso l’immancabile calcio.

Quella mattina, Antiquitates, era deserto. Vittima, anch’esso, della pandemia in atto.

Siamo rimontati in macchina per andarcene.

Abbiamo salutato la sperduta Civitella Cesi, con l’intenzione di essere di ritorno per  la prossima sagra ferragostana. Con il cuore abbiamo ripercorso le sue strade e con la mente abbiamo pensato alla prossima meta che è lì, pronta ad accoglierci.

Avevamo incastrato un altro tassello nel puzzle della nostra, adorata, terra madre di Tuscia.

 

Fonte: Viterbox

 

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