Viveva in una povera casa, circondato dall’affetto dei suoi cari, un bambino gracile e scherzoso chiamato Frisigello.

Viterbo era ancora lontana dallo splendore che ne fece la città ricca di chiese e palazzi dei secoli successivi, nonostante iniziasse ad espandersi ben oltre il Castello d’Ercole (posto dov’è attualmente il Duomo) e a imporsi sui centri vicini. Ferento non era ancora stata distrutta, il Conclave non si era ancora riunito: anzi, i fatti che portarono a chiamare l’assemblea dei cardinali in questo modo, non erano certo avvenuti.

Le strade, erano perlopiù polverose, il popolo non aveva svaghi e divertimenti, l’oscurità del medioevo incombeva sulle pietre grigie della Vetus Urbs.

Ma Frisigello era allegro, tanto gioioso da sollevare chiunque gli si avvicinasse e lo guardasse nel volto scarno, tipico di chi non vive nella prosperità.

Il ragazzo cresceva, ma la sua figura restava minuta e agile, gli occhi neri iniziarono ad assumere un’espressione profonda, e le sue labbra carnose erano spesso tirate in un largo sorriso.

Non aveva abiti propri, si vestiva con ciò che ai suoi fratelli non andava più. La sua mamma era abile a modificare i panni, scartandone le parti più logore.

Man mano che il tempo passava, Frisigello si attorniava sempre più di amici e persone che amavano stare in sua compagnia.

Iniziò a cimentarsi in giochi ogni volta più complicati e spettacolari, stupendo chiunque assistesse agli spettacoli che era solito fare.

Talvolta faceva scherzi: a volte simpatici, a volte fastidiosi.

Ma nei suoi occhi, scuri e lucenti, mancava qualcosa, forse la languida sfumatura che soltanto l’amore può donare.

Un giorno di primavera, il ragazzo era particolarmente agitato. Il suo stato aveva probabilmente origine dall’emozione che avrebbe provato, di lì a poco, quando avrebbe indossato il suo primo vero abito. Bellissimo, in lucido tessuto, giallo come il sole e azzurro come il cielo. La giacca stretta in vita, dalle lunghe maniche a sbuffo, come i pantaloni, incredibilmente stretti alle caviglie.

Il completo era bordato da un’alta passamaneria, anch’essa azzurra. In testa un cappello che gli accarezzava il volto allungato.

Frisigello iniziò a vestirsi, in un silenzio quasi religioso, tipico dei momenti più importanti. E quello, lo era per davvero.

Una volta fuori casa, si accorse che il suo vestito riluceva in maniera portentosa sotto il sole d’inizio aprile surriscaldandogli incredibilmente la pelle. Pian piano pensò di aver esagerato nel cucirsi un capo tanto prezioso quanto poco pratico.

Ad un certo punto, sulla sua strada, vide farsi incontro una dolce fanciulla, dalla pelle chiara e dai capelli tra il biondo e il castano. Anche la ragazza era esile, come lui, e dotata di un’eleganza naturale che faceva in modo che chiunque passasse non potesse far a meno di voltarsi per continuare a deliziarsi della sua bellezza.

Quando le due figure si trovarono l’una di fronte all’altra, i loro sguardi si penetrarono e le labbra si schiusero in un fremito d’emozione.

Fu amore. Così, a prima vista.

Il resto della storia è noto. Il padre di Galiana, questo il nome della donzella, non accettò Frisigello che, nel frattempo, era divenuto un giullare conosciuto e ammirato. L’uomo vide di buon occhio, però, la corte di Giovanni di Vico, facente parte di una famiglia prefettizia romana.

Galiana si oppose, lo respinse, e di Vico, per tutta risposta, cinse l’assedio a Viterbo.

La ragazza, così, si sacrificò, affinché la città che l’aveva vista nascere fosse di nuovo libera.

Una freccia scoccata da un soldato le trafisse il giovane cuore e lei si accasciò tra le braccia della persona che avrebbe voluto al suo fianco ancora per tanti anni.

E Frisigello? Si disperò, smise di fare il giullare e dimenticò ogni scherzo o canto gioioso.

Si spense nel dolore, ma prima fece una promessa: sarebbe tornato a far sorridere la città, anche se sarebbero dovuti passare oltre otto secoli.

Sarebbe tornato, col suo abito giallo come il sole e azzurro come il cielo, a scherzare con i bambini e a illuminare i volti delle tante belle donne viterbesi, eredi della magnifica e delicata Galiana, che attende, anch’essa, di essere risvegliata per unirsi in una giravolta infinita d’amore con il suo giullare del cuore.

 

Si ringrazia di cuore Lucio Matteucci e il suo comitato carnevalesco che ha tanto lavorato per riportare alla luce il personaggio protagonista della storia.

Fonte: Viterbox

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