Gettate nelle fenditure carsiche o deportate nei campi sloveni e croati, le vittime morirono di stenti e malattie: un vero e proprio stermini etnico che spinse allʼesodo migliaia di italiani dʼIstria

Furono migliaia gli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia che, tra il maggio e il giugno 1945, vennero uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle tipiche fenditure carsiche, le foibe, o deportati nei campi sloveni e croati, dove morirono di stenti e malattie. Le vittime furono collaborazionisti e repubblichini, membri del Cnl, partigiani, comunisti, e soprattutto cittadini comuni travolti dal clima di violenza.

L’accusa a loro rivolta era quella di opporsi all’annessione delle terre contese alla “nuova” Jugoslavia. Se nella Venezia Giulia le ferite rimasero aperte alimentando la memoria di quei tragici fatti, nel resto del Paese sugli eccidi di Tito è gravato per oltre mezzo secolo un quasi totale silenzio. Dopo la cessione dell’Istria, di Fiume e di Zara alla Jugoslavia, fu il turno dei sopravvissuti che, per il solo fatto di essere italiani, furono costretti all’esodo forzato dalle loro case.

I territori contesi La contesa dei territori di Nord-Est inizia con la fine della Prima Guerra mondiale, quando la frontiera tra l’Italia e la Jugoslavia viene stabilita sulla “linea Wilson”: agli slavi viene assegnata solo una parte minore dell’Istria, mentre i centri più importanti passano sotto il tricolore. 500mila slavi diventano improvvisamente “italiani” senza volerlo, e vedono (non senza ragione) gli italiani come “occupanti”, che impongono la loro cultura opprimendo le popolazioni slave. Una “dominazione” che gli jugoslavi non dimenticheranno facilmente.

Nel maggio-giugno 1945, quando i tedeschi vengono sconfitti, nei territori giuliani arrivano i reparti jugoslavi, accolti dagli italiani come liberatori alla stregua di americani e inglesi. Ma le intenzioni delle forze del maresciallo Tito sono ben diverse da quelle degli Alleati: riconquistare i territori che, alla fine della Grande Guerra, erano stati negati alla Jugoslavia. E così, a partire dal 1° maggio 1945, i Volontari italiani della Libertà vengono disarmati, e man mano che i partigiani sloveni avanzano in Venezia-Giulia disarmano e internano gli avversari, mandandone poi a morte a migliaia nelle foibe.

Avversari che non sono solo i (pochi) repubblichini rimasti nella zona: sono anche, e soprattutto, civili inermi, donne, vecchi, bambini: tutti coloro che, secondo un’ordinanza del governo di Tito, si oppongano al passaggio dell’Istria alla Jugoslavia o rifiutino di dichiararsi slavi. E, esattamente come durante il Ventennio, può bastare una denuncia anonima, magari di un vicino di casa invidioso che voglia acquisire rapidamente un alloggio, oppure di qualcuno che da anni covi una sua vendetta personale, per condannare a morte una persona. Ma tra le vittime si contano anche centinaia di persone uccise solo perché vengono identificate come simbolo del fascismo (come carabinieri, finanzieri, podestà), o della borghesia (come maestre e levatrici).

Gli infoibamenti erano iniziati nel ’43, dal 9 settembre al 13 ottobre, quando, dopo l’armistizio, i partigiani titini si erano impadroniti di gran parte dell’Istria iniziando con la loro sistematica opera di pulizia etnica. E proseguirono dal 1945 al ’47, ben oltre la fine della guerra, spingendo all’esodo migliaia di italiani d’Istria e sterminando coloro che si rifiutavano di andarsene.

Le foibe La parola foiba deriva dal latino fovea, fossa: si tratta di profonde voragini rocciose che le popolazioni slovene e croate del carso triestino utilizzavano come discariche, gettandovi rifiuti quali carcasse di animali, scarti di lavorazione, oggetti rotti. Ecco allora che le foibe non vengono scelte a caso come luogo per lo sterminio degli italiani: gettare gli italiani nelle voragini significa mostrare loro tutto il disprezzo possibile, trattandoli come rifiuti.

Migliaia e migliaia di persone morirono in quelle fosse (in Istria sono state trovate più di 1.700 foibe), alcune gettate nel baratro dopo una veloce esecuzione, altre dopo essere state torturate con metodi da far invidia ai nazisti più feroci, altre ancora addirittura vive, lasciate a morire duecento metri sottoterra circondate di cadaveri. Un conto preciso delle vittime è impossibile: secondo alcune fonti gli italiani sterminati furono dai 4 ai 6mila, per altre addirittura 10 o 20mila. Alcuni finirono fucilati, altri morirono nei campi di concentramento. Per la maggior parte, però, si aprirono le porte dell’inferno: le foibe.

I soldati di Tito Facevano irruzione di notte nelle case dei civili, caricando decine di persone alla volta sui camion. Le vittime predestinate, quindi, venivano legate una all’altra con corde, fil di ferro, filo spinato: qualsiasi mezzo che impedisse loro di fuggire. A questo punto, disposti sull’orlo del precipizio, i primi venivano fucilati, trascinando con sé nel baratro anche tutti gli altri, ancora vivi. Alcuni avevano la fortuna di morire subito nella caduta, altri resistevano per ore e ore, feriti, agonizzando circondati da cadaveri in putrefazione.

Ma l’orrore poteva essere ancora peggiore, perché prima della morte potevano esserci le torture e le sevizie: nelle fosse carsiche sono state trovate donne stuprate o con il ventre reciso per estrarre il feto che portavano in grembo, uomini evirati che, prima di essere gettati nelle foibe, venivano costretti a mangiare i propri genitali, cadaveri decapitati, con la testa dei quali i titini improvvisavano partite a pallone…

Basovizza, icona della tragedia L’emblema dello sterminio è sicuramente la foiba di Basovizza, alle porte di Trieste. Si tratta, in questo caso, non di una cavità naturale ma del pozzo di una miniera di carbone che, scavata nella roccia agli inizi del ‘900, venne successivamente abbandonata. Profonda inizialmente 256 metri, si scavò poi fino alla quota di -700 metri. Ma nel 1939 alcune prospezioni geologiche rivelarono che, a causa del cedimento della cava, il fondo si era nuovamente alzato fino a -226 metri. E dentro quella fenditura profondissima trovarono la morte non meno di 2.500 persone nei soli 45 giorni dal 1° maggio al 15 giugno 1945; alla fine dell’anno il livello del fondo si era alzato a 198 metri: 500 metri cubi di cadaveri, successivamente ricoperti di munizioni e di detriti.

L’esodo degli istriani La firma del Trattato di Parigi sancì anche l’inizio dell’esodo di migliaia di italiani dopo l’occupazione militare jugoslava di Fiume, di Zara e di gran parte dell’Istria: dalle 250 alle 350mila persone (la cifra, anche in questo caso, varia molto a seconda delle fonti) preferirono la fuga alla dominazione dei titini, i quali, peraltro, avevano instaurato un vero e proprio regime di terrore per spingere gli italiani ad andarsene. E quelli che non ne volevano sapere di abbandonare tutto venivano trucidati: una pulizia etnica non dissimile da quella che, cinquant’anni più tardi, porterà alla guerra del Kosovo.

La maggior parte degli esuli, arrivati in Italia, furono distribuiti in oltre 50 campi profughi, e mentre circa 60mila persone si fermarono nella zona di Trieste, moltissimi, aderendo al programma dell’International Refugee Organisation (Iro), si rifugiarono all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Canada. La fuga degli italiani terminò il 20 marzo 1947, quando l’ultimo traghetto, il piroscafo “Toscana”, partì da Pola diretto verso l’Italia.

Fonte: TGCom 24

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