Il lato selvaggio e nascosto del territorio, mi appassiona. E se cela qualche mistero, o aneddoto, mi affascina ancor di più.

Vejano è uno di quei paesi di cui so davvero poco.  Prima di quella mattina non lo avevo mai visitato, le mie incursioni erano sempre state veloci e motivate da uno scopo, mai per il solo piacere di assaporare la magia delle sue vie e del vecchio borgo.

Si stava facendo tardi, e dovevamo assolutamente ritornare prima che fossi costretta ad avvisare. Mi dà fastidio non rispettare gli impegni e il dovere, così, la nostra visita al piccolo parco poco sotto il paese, è durata lo spazio di una manovra.

Siamo stati attirati lì dai racconti di alcuni uomini incontrati in piazza, come nelle migliori tradizioni della provincia italiana. Stavamo prendendo un caffè all’aperto assieme ad un gentilissimo signore: faceva abbastanza freddo, e il cielo era cupo, dello stesso colore di quello sotto il quale ci eravamo mossi il giorno che avevamo girato per Barbarano Romano.  Chiacchierando del loro borgo natio, è stato ricordato un tragico incidente avvenuto circa trent’anni prima quando, durante una battuta di caccia, due giovani uomini romani, padre e figlio, nel tentativo di recuperare il proprio cane caduto in un dirupo, rimasero uccisi dalle velenose esalazioni delle acque sulfuree provenienti dalla sorgente Acquaforte.

Le acque  in questione, hanno la caratteristica di essere fredde. Questa proprietà fa sì che siano molto velenose in quanto contengono un’ alta percentuale di anidride carbonica: il gas, essendo più pesante dell’ aria, può ristagnare fino anche all’ altezza di due metri e uccidere.

I residenti, consapevoli da tempo immemore della loro pericolosità, hanno provveduto a recintare la zona. Negli anni, diversi animali domestici, sfuggiti al controllo dei padroni, sono rimasti vittime di questo fenomeno.

Dalla fonte sgorga un’acqua dal gusto ferruginoso e leggermente frizzante, cui si riconoscono proprietà terapeutiche.

Poco distante dal fontanile, si possono osservare depositi che costituiscono la base della formazione del tufo rosso a scorie nere”, un esteso deposito ignimbritico che ricopre una vasta porzione di questo territorio. La base  del tufo testimonia un periodo di inattività vulcanica che ha permesso lo sviluppo della vegetazione.

Ancora al di sotto affiorano depositi lacustri: ciò testimonia che prima delle grandi eruzioni legate all’attività del vulcano di Vico, qui, c’era un lago.

Per arrivare al parco, meta delle scampagnate di tanti giovani della zona, eravamo discesi lungo una strada curvilinea da cui si vede il quadro pittoresco disegnato dalle costruzioni che vanno a comporre l’antico borgo.

Il comune, situato in  quella zona geografica denominata Tuscia Minore, è posto al confine con Tolfa e Canale Monterano, cittadine appartenenti alla provincia capitolina. Sorge su un altopiano segnato dalla confluenza di alcuni torrenti con il fiume Mignone, che nasce poco distante dal paese. Il territorio si sviluppa su un susseguirsi di colline che si estendono dai Monti della Tolfa fino ai Monti Cimini.

Queste terre risultano essere state abitate sin dal XVIII sec. a.C., epoca in cui l’uomo era dedito alla lavorazione del bronzo. In tempi successivi vennero occupate da insediamenti etruschi e romani, si hanno notizie relative a siti chiamati Alteto e Torre dell’Ischia. Il primo di questi, il “Castrum Alteti” è collocato al di sopra di un pianoro tufaceo che, ancora oggi, conserva come denominazione la contrazione del nome originale, il toponimo “il teto”, posto alla confluenza del Mignone con i propri affluenti.  Sebbene non sia noto il periodo esatto in cui il sito ebbe origine, sono state individuate nel territorio le tracce di un pagus etrusco.

Dalla cultura romana, giungono a noi tratti della Via Clodia, che collegava i siti sopracitati, i quali dovevano avere molta importanza dal punto di vista commerciale. Nei pressi di quelle zone, precisamente tra i centri di Vejano e della vicina Oriolo Romano, in una località chiamata Fontiloro, sono stati ritrovati resti di una villa consolare. Questo sito sembra fosse molto praticato per motivi  religiosi e di vita sociale.

E così, la storia di Vejano e dei suoi dintorni, si spense per più di un millennio, dato che, in alcuni documenti stilati nel 1012 e relativi alla vicina Barbarano, viene citato soltanto il sito fortificato di Alteto.

Ci piace tanto girare in macchina, forse quanto camminare a piedi. In genere alterno i movimenti del capo, volgendo di continuo lo sguardo al di fuori dal finestrino, attenta ad osservare ogni minima singolarità del territorio, per poi voltarmi verso il mio accompagnatore, nella speranza che mi chiarisca i dubbi che sorgono nella mia mente e che dia risposta alle innumerevoli domande che sono solita porre.

Talvolta sono talmente presa dai discorsi, che non bado alla strada percorsa e mi ritrovo nel luogo d’arrivo senza capire come io ci sia finita.

Ecco, non saprei dire quale sia stata la strada percorsa per arrivare nel borgo. Mi ci sono ritrovata dopo un breve viaggio lungo la Via Cassia e la Via Claudia Braccianese.

L’ingresso al borgo, in cui vivono poco più di 2200 abitanti, non dà l’idea di trovarsi in una cittadina che conserva la memoria di secoli di storia.

L’ampia Piazza XX  settembre, realizzata agli inizi dello scorso secolo, preclude al borgo antico ed è arricchita da una grande fontana monumentale e da giardini in cui si eleva il monumento ai caduti nelle due tragiche guerre che hanno segnato la storia della nostra patria e del comune della Tuscia.

Negli anni della seconda guerra mondiale, difatti, durante il periodo che seguì l’8 settembre, i tedeschi si stabilirono in paese con un contingente, un’officina meccanica e una Santa Barbara.

I cittadini furono pervasi da una buona dose di preoccupazione. Essi ritenevano il paese un luogo sicuro, e lo stessa cosa erano portati a credere anche un buon numero di sfollati, avendolo scelto come posto in cui rifugiarsi.  Nessuno immaginava la tragedia di cui quelle secolari pietre sarebbero state testimoni involontarie.

Il 5 giugno del 1944, durante la mattinata, vennero sganciate circa un centinaio di bombe sul comune vejanese. L’attacco fu talmente massiccio da radere al suolo molte delle vie del paese, provocando la morte di alcuni soldati e circa novanta civili, tra cui degli sfollati.

Successivamente all’arrivo delle truppe americane, i tedeschi demolirono ciò che era rimasto ancora in piedi, compreso il ponte sul Mignone; alcuni palazzi posti sulla via centrale furono minati ma, fortunatamente, vennero messi in sicurezza dopo l’arrivo degli alleati.

“Labor omnia vincit improbus”, questa l’iscrizione che campeggia sulla facciata del palazzo in cui ha sede l’amministrazione comunale, a ricordare l’importanza del lavoro, capace, soltanto esso, di sopraffare qualsiasi cosa, specie se negativa.

Ci siamo intrattenuti un po’ a conversare con alcune persone del luogo, abbiamo chiesto notizie sull’imponente struttura, edificata chiaramente a scopo difensivo, che si trova all’ingresso della parte antica, e ci siamo calati, ancora una volta nella lunga storia di Vejano, anzi, di Viano, come era chiamato all’epoca, probabilmente per via della sua posizione geografica, all’incrocio tra quattro strade, oppure per derivazione da quella città di Vejo, i cui abitanti, sconfitti dai Romani nel 396 a.C., si stabilirono in queste terre.

Dai primi anni del XIII secolo, dal 1213, per la precisione, il nome della cittadina appare su atti di transizione tra famiglie nobiliari che si alternarono nella proprietà del territorio, di frequente, a seguito di periodi di belligeranza. Durante quegli anni la popolazione fu colpita da terribili sciagure, tra cui epidemie e terremoti.

Nei due secoli che seguirono, fino ad arrivare al 1465, le famiglie Vico e Anguillara si alternarono nel dominio del Feudo Viani.

Nel lunghissimo periodo in cui i Prefetti di Vico detennero il potere del Feudo, essi furono signori del un vasto territorio circostante, fino a quando, al termine delle lotte per il potere, Giovanni di Vico fu decapitato, e i possedimenti della famiglia finirono nelle mani dei Conti Anguillara, alleati del papa. Essi, però, non dominarono a lungo. I di Vico tornarono a godere delle simpatia di Papa Paolo II, che scomunicò i conti e tolse loro ogni bene, arricchendo, così, le proprietà della Camera Apostolica.

I possedimenti passarono dai Rovere ai Cybo, per finire agli Orsini che, nel 1493 cedettero il feudo di Viano alla famiglia di Giorgio I Santacroce, che fu elevato a marchese.

Entrando nel caratteristico borgo, non abbiamo potuto fare a meno di notare l’imponente rocca. La luce del mattino, lattiginosa come soltanto durante l’inverno riesce ad essere, metteva in evidenza il verdissimo e nutrito pratino sottostante a quello che doveva esser stato un ponte levatoio.

L’animo del fotografo non ha resistito e, sfidando l’umidità che rendeva scivoloso uno dei muretti adiacenti la costruzione, ha immortalato in una suggestiva immagine le antiche pietre, poste l’una sull’altra allo scopo di dar vita ad una costruzione che avrebbe resistito nel tempo.

Difatti, quello che fu il Castello degli Anguillara, distrutto da Cesare Borgia nel 1493, venne ricostruito da Onofrio III. La pietra utilizzata per la struttura, fu il tufo locale, mentre il basamento è parte integrante della roccia. Un largo e profondo fossato fu scavato a protezione di questo edificio, caratterizzato da tre grandi torrioni, cui si accede tramite un ponte realizzato in tufo e legno.

La famiglia Santacroce, che costituì in termini di importanza un parallelo dei Farnese, mantenne la proprietà della Rocca dal 1493 al 1604, quando venne ceduta agli Orsini che la vendettero a loro volta agli Altieri, di cui rimasero proprietari per circa tre secoli. La morte di Ludovico Altieri segnò la fine della famiglia, e la proprietà passò ai Principi di Napoli-Rampolla.

Dirimpetto alla rocca, sorge la Chiesa di Santa Maria Assunta, della quale si hanno notizie sin dal 1334, data in cui, presumibilmente, fu fatta costruire dagli Anguillara. Nel secondo decennio del XVI secolo venne ristrutturata da Onofrio Santacroce , in cui la salma troverà riposo il 21 ottobre del 1551. Gli Altieri la fecero nuovamente risistemare nel 1671, ma subì forti danni a causa dei bombardamenti alleati.

Gli elementi in marmo, di origine cinquecentesca, riportano gli stemmi delle famiglie che segnarono la storia del paese, come gli Orsini e i Santacroce.

Gli interni, a causa dei numerosi rimaneggiamenti,  sono in stile barocco, e i suoi sotterranei ospitano un cimitero, utilizzato fino al 1872.

Dell’ultima famiglia nominata, è presente, poco distante, un sacello funerario che venne disegnato  dall’architetto Bartolomeo Baronino,collaboratore di Antonio da Sangallo il Giovane, ed edificato per volere di Scipione Santacroce Vescovo di Cervia nel 1569.

La scoperta del paese è proseguita verso le vie più interne dell’antico quartiere, tra i sanpietrini antracite resi lucidi dall’umidità e la pavimentazione in pietra multicolore. Le case in tufo, dipingevano di un tenue marrone la nostra camminata che si è aperta tra gli immancabili vicoli e le piazzette, allietate da vasi contenenti piante da esterno.

Ogni angolo, sprigionava un’emozione diversa che, al termine del giro, si sono andate a sommare all’ultimo quadro che abbiamo avuto la possibilità di apprezzare.

 

Come ho raccontato all’inizio di questo breve scritto, c’è un luogo, al di sotto del borgo, che narra una storia fuori dal tempo. Un lavatoio, due schiere di casette in tufo, qualche magazzino che si appoggia ad esse e, al centro, attorniato da una via curvilinea e sterrata, un grande arbusto.

Ho immaginato come potesse essere trascorrere una vita in quel quadrato di terreno. Alzarsi che è ancora buio, coprirsi per sfuggire all’onnipresente umidità, e incamminarsi verso gli animali e l’orto. Lavorare, lavorare fino a sera, fino a quando il sole scompare dietro alle alture. Tornare verso casa, sfiniti. E pensare alla nuova e laboriosa giornata che si appresta ad arrivare.

Un lavatoio, all’altro lato della via, accoglieva le stesse donne che lavoravano i campi e quelle che se ne stavano in paese.

Ce ne andiamo, e percorrendo la strada che raggiunge la stazione di Vico Matrino prima e la Cassia poi, osserviamo l’alto edificio in cui si lavora il prodotto principe di queste terre, la nocciola.

Mentre calchiamo la striscia d’asfalto che ci risveglierà ancora una volta dal sogno, apriamo uno dei libri che ci ha regalato il signor Domenico Recchia, la raccolta di poesie “I quattro Recchia”, evidentemente familiari del signor Domenico.

Ci accorgiamo di quanto il paese, il ventre materno, il luogo del cuore, da cui abbiamo origine e in cui viviamo,  ci faccia sentire al sicuro…

Ne leggiamo una.

Dedicata ar borgo

Borgo, Borgo nostro, Borgo antico

Tu ci hai dato i natali e tanta vita

Io ti vorrei chiamare Borgo amico

Anima grande, anima infinita.

A te dedico tutto e lo ridico

La tua sfortuna è la mia ferita

Da te, in te sono nato, sono cresciuto

La tua visione mi dà sempre aiuto

 

Fonte: Viterbox

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