La Resistenza a Viterbo Mariano Buratti.

Sappiamo con certezza che, anche nella nostra città ci sono state persone che si sono attivate per cacciare i nazisti dal nostro suolo, seppure non a livello del Nord Italia. Tra queste persone un partigiano viterbese che ha pagato con la sua vita la propria fede è stato Mariano Buratti, nato a Bassano Romano, il 15 gennaio 1902, ma residente a Viterbo. 

Finito il periodo di leva con il grado di ufficiale di complemento presso il 26° Reggimento di Fanteria, entra nel 1924 nella Guardia di Finanza, pur continuando ad insegnare   storia e filosofia presso   il Liceo Ginnasio “Umberto Primo” che si trovava a Piazza Dante; in seguito verrà spostato in via Tommaso Carletti, e prenderà il nome di Mariano Buratti.

La sua vita è stata segnata da tanti dolori, prima gli muore una figlia, poi la moglie con la creatura che portava in grembo. Decide di arruolarsi nel 1936 e partecipare alla guerra d’Africa. 

Torna in Italia nel 1937, e riprende gli insegnamenti presso il liceo, pur continuando a vestire la divisa, che indosserà dal 1941 al 1943. Si costruirà una nuova famiglia.

Nel frattempo la conoscenza di un professore e filosofo liberale di nome Guido De Ruggiero influenzerà moltissimo i suoi pensieri.

Frequentava la casa della professoressa Maria Teresa Anselmi anch’essa giovane attivista socialista.

La vita di Buratti cambia radicalmente dopo l’8 settembre del 1943, con la dichiarazione dell’armistizio. Quasi subito organizza la Banda del Cimino, denominata anche Banda Buratti, una formazione partigiana che operò nella nostra provincia.

La sua banda era formata da tanti suoi giovani studenti, anche se poi non parteciparono mai ad azioni militari.  Tra i molti adepti c’erano anche Aldo Laterza, Gian Luigi Buffetti, Alessandro Vismara, Corrado Buzzi, Armando Franco, Renato Busich, il quale era un anello di congiunzione con la Banda Biferali, anch’essa operante nella nostra provincia.

C’erano altre due bande che operavano a Viterbo e provincia; una si attivò prima di quella di Buratti e fu fondata da Sauro Sorbini a dicembre del 1940, e fu chiamata Squadra d’Azione Italia Indipendente, poi segue quella di Mariano Buratti che è incaricato della costituzione della sezione viterbese del Partito d’Azione,  la terza e anche ultima, era costituita da una nutrita schiera di militari meridionali di stanza a Viterbo.

Erano prevalentemente paracadutisti e a capo di questo gruppo era il sergente Giuseppe Mazzini Sardo. 

Dopo l’armistizio avvenuto l’8 settembre 1943, la nostra provincia rivestì un’importanza rilevante per i tedeschi, vuoi per l’utilizzo della strada statale Cassia, vuoi soprattutto per i consistenti stanziamenti tedeschi a ridosso del fronte di guerra. Presso la zona tra il monte Soratte e Ronciglione si era stabilito il quartier generale di Kesserling, e presso Bolsena si era acquartierata, con possenti armamenti, la terza divisione Panzergranadieren.

Ritornando a Buratti, la sua banda trovava rifugio presso i monti Cimini, inizialmente tra S. Martino e Tre Croci; ma quando i nazifascisti presero in ostaggio alcuni abitanti di S. Martino per porre fine all’attività della banda, Buratti, per non mettere in pericolo la vita degli abitanti di quella zona, abbandonò immediatamente il rifugio sicuro, per accamparsi nella zona del lago di Vico.

Egli protesse diversi prigionieri angloamericani, aiutandoli ad arrivare al Sud, affinché potessero sfuggire ai tedeschi. Riuscì a nascondere molti militari italiani dispersi dopo l’otto settembre. La sua banda riuscì ad abbattere un piccolo aereo nazista, un Fokker.

La sua attività di partigiano però durerà poco, poiché verrà arrestato a Roma in prossimità di ponte Milvio il 12 dicembre 1943. La sera prima era stato ad una riunione tra partigiani a casa della professoressa Anselmi, presente anche l’avvocato Mario Pistolini, persona di grande fiducia per Buratti.

L’indomani partono insieme in automobile, vengono fermati dai nazisti e, nella perquisizione, a Buratti viene trovata una pistola di cui egli non era a conoscenza. Viene immediatamente arrestato e condotto nel famigerato carcere fascista di via Tasso, ed in quello di Regina Coeli.  Non sappiamo se fu il compagno di viaggio a mettere la pistola nella tasca del cappotto di Buratti, e sicuramente non lo sapremo mai; è certo però, che egli non venne arrestato.

Buratti subirà le torture e sevizie più atroci, ma non dirà una parola, non tradirà i suoi compagni.  Mariano Buratti verrà fucilato al Forte Bravetta insieme ad altri otto patrioti il 31 gennaio 1944. La notizia della sua fucilazione verrà data dalla radio fascista.

I familiari poterono riconoscere la salma solo attraverso i capi di vestiario e da una protesi dentaria, perché il viso era completamente deturpato dalle sevizie.

A Mariano Buratti verrà riconosciuta la medaglia d’oro al valor militare. Il 31 gennaio del 1964 il Liceo Ginnasio prenderà il suo nome. In una delle colonne d’ingresso di questo Liceo, sito in via Tommaso Carletti, troviamo una lapide che ricorda il sacrificio del professore, e ogni 25 aprile, in occasione delle celebrazioni ufficiali della Festa della Liberazione, viene deposta una corona di alloro.

Rosanna De Marchi

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