Sarebbe scontato affrontare il discorso su Baudelaire ricorrendo alle solite elucubrazioni in merito a “I Fiori del Male” e ricollegarvi tematicamente le varie riflessioni su droghe e alcool; più utile, all’opposto, appare dirigersi verso l’opera che, scritta in prima persona dal noto poeta francese, racconta e analizza gli effetti e i cambiamenti effettuati dalla droga realmente assunta sull’animo e il corpo umano.

Chi è stato, anche poco, a sentire durante le lezioni di italiano in quinto superiore, sa già bene chi sia Charles Baudelaire: vissuto nella prima metà dell’800, esso morì, secondo alcuni, per dei farmaci che utilizzò come veri e propri stupefacenti, più che come salva-vita, secondo altri per la vita sregolata che fece. Lo scrittore fu un anticipatore del decadentismo in tutte le sue forme europee, e soprattutto ricoprì il ruolo di protagonista nella corrente del simbolismo, diffusosi poi in tutto l’occidente.

L’opera di cui intendiamo parlare oggi, Paradisi Artificiali (il cui nome si riferisce ovviamente alla condizione di estasi apportata da sostanze create dall’uomo) fu pubblicata 7 anni prima del suo decesso, nel 1860 dall’editore Poulet-Malassais. Considerato un “saggio”, questo scritto comprende al suo interno un testo già pubblicato (“Del vino e dell’hashish raffrontati come modi di moltiplicazione dell’individualità”) oltre a due nuove sezioni (“Il poema dell’hashish” e “Un mangiatore d’oppio”).

Spaccato, come qualsiasi tossico-dipendente, in un duplice pensiero di amore e condanna verso le sostanze stupefacenti, Baudelaire parte da un elogio della droga quale strumento umano per soddisfare il “gusto dell’infinito”, per passare a una irrimediabile condanna: l’artista, che segue i Principi Superiori dell’Arte, non può che rifiutare le sostanze alteranti come mezzo di creatività. In riferimento a questo “orgoglio artistico”, infatti, lo scrittore afferma che “orrenda è la sorte dell’uomo la cui immaginazione, paralizzata, non sia più in grado di funzionare senza il soccorso dell’hashish o dell’oppio“.

Annotazioni di Charles Baudelaire su “I fiori del male”

Baudelaire passerà anche a un confronto diretto tra le varie droghe: paragona gli effetti del vino e dell’hashish, opponendo i positivi risvolti sociali provocati dal primo all’annullamento della volontà del secondo. Baudelaire privilegia dunque il vino quale strumento che l’uomo usa per esaltare la sua personalità e la sua grandezza, per ravvivare speranze ed elevarsi all’infinito, al punto da mettere in guardia da chi non ha mai fatto uso di questa bevanda. La predilezione di Baudelaire verso il vino è poi palesata nella sezione de “I fiori del male” dedicata appunto al vino: la trasposizione in prosa di alcune sue poesie quali L’anima del vino e Il vino dei cenciaioli vanno a formare il secondo capitolo di questo breve saggio iniziale. Se da una parte dunque, il vino per Baudelaire esalta la volontà, “l’organo più prezioso” di un artista, l’hashish la annulla, diventando “inutile e dannoso” per l’uomo creativo. L’esperienza dell’hashish, pur dunque condannata, non viene respinta però totalmente: tra gli effetti di questa droga infatti Baudelaire ricorda la scomparsa del Tempo e le sinestesie create tra suoni, colori, profumi, “corrispondenze” che entreranno a far parte della sua poesia e la caratterizzeranno per sempre.

Nell’incipit c’è spazio anche per la donna desiderata: il francese ama assimilare, seppur in modo non totalmente esplicito, il desiderio e il piacere della droga con quello dell’amata. Ella vive spiritualmente nelle fantasie che lei stessa ossessiona e feconda: è lo stilema ricorrente in questi secoli della “femme fatale“, la donna che distrugge e tormenta, ripreso poi dal nostro D’Annunzio ne “Il Piacere” e arrivato, forse, anche fino ai giorni nostri.

La droga diviene dunque un modo per andare oltre la realtà tangibile di cui il poeta si può servire, arrivando a cogliere quei “simboli” naturali di cui l’artista francese fu portavoce principale nel mondo: e la vita del poeta fu, in questo senso, perfettamente coerente con ciò, perché ormai larghissime testimonianze ci confermano che egli fece continuo uso di droghe per tutta la durata della sua vita.

Una poesia sul vino (come atteggiamento) di Baudelaire:

Bisogna essere sempre ubriachi.
Tutto sta in questo: è l’unico problema.
Per non sentire l’orribile fardello del tempo.
Del tempo che rompe le vostre spalle
e vi inclina verso la terra,
bisogna che vi ubriachiate senza tregua.
Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù,
a piacer vostro. Ma ubriacatevi.
E se qualche volta sui gradini di un palazzo,
sull’erba verde di un fossato,
nella mesta solitudine della vostra camera,
vi risvegliate con l’ubriachezza già diminuita o scomparsa,
domandate al vento, all’onda, alla stella, all’uccello, all’orologio,
a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme,
a tutto ciò che ruota, a tutto ciò che canta,
a tutto ciò che parla, domandate che ora è;
ed il vento, l’onda, la stella, l’uccello, l’orologio vi risponderanno
“È l’ora di ubriacarsi!
Per non essere gli schiavi martirizzati del tempo, ubriacatevi;
Ubriacatevi senza smettere!
Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro.

Una lettura da “I Paradisi Artificiali”:

 

 

By Simone Chiani

Nato nel 1997. Viterbo. Diplomato al Liceo Psicopedagogico e laureato in Lettere Moderne. Autore dei libri Evasione (Settecittà, 2018) e Impronte (Ensemble, 2020).

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