Ci sono delle strade che sembrano volerti portare al di fuori della dimensione temporale. Dispersa tra  boschi e colline, si snoda agile all’interno di una vera e propria riserva naturale, un bosco, in alcuni tratti fitto, in altri piuttosto rado.

Sulla Strada della Chiusa di Valleriani, le ruote corrono veloci, anche per l’assenza assoluta di traffico che ne fa, a maggior ragione, un luogo solitario ed estraneo al normale scorrere del tempo.

La mattina in cui ci siamo lasciati cullare dalle sue dolci curve, il cielo era di un colore straordinariamente cupo. Faceva freddo, piovigginava, sembrava quasi volesse nevicare. Un po’ l’ho anche sperato. In genere, considero la neve “la strega bianca”, quell’entità all’occhio candida e pura che paralizza ogni ordinaria attività. Poi, non mi piace quando si scioglie, quando le linee definite che disegna si dissolvono in rivoli d’acqua impuri.

Quella mattina l’ho sperato. Ho sognato di rimanere bloccata in una di quelle piccole casupole di campagna disperse sui versanti delle colline, riscaldate da un piccolo camino. Quelle case che sanno di fumo e di legna umida. Dove le lenzuola, per quante coperte tu metta sul letto, rimangono sempre ghiacciate. Ho pensato di volgere, alzandomi, lo sguardo alla finestra e vedere acclivi e declivi ricoperti dal manto immacolato, fare colazione con una tazza di caffelatte, e incantarmi.

Invece, è caduta soltanto pioggia. Io mi sono stretta nel mio teddy, ed ho ammirato il panorama.

La strada, la percorrevo come tante altre della provincia per raggiungere, ancora una volta, la scuola presso cui ho lavorato, sebbene per pochissimo tempo. Una scuola che non c’è più. Chiusa qualche anno fa per le poche nascite e, di conseguenza, iscrizioni, ha lasciato un vuoto incolmabile. Era alloggiata in un edifico moderno e spazioso, con tutte le caratteristiche necessarie per svolgere attività didattiche nella più completa libertà.

Quando un paese perde una scuola, è come se si svuotasse. Ricordo che, talvolta, quando uscivo a metà mattina per dirigermi verso l’altra parte della mia cattedra, trovavo i genitori dei bambini seduti al bar a conversare. Alcune volte mi chiamavano per salutarmi, per chiedermi come si fossero comportati i propri figli e per porgermi gli auguri per un buon proseguimento di giornata. Sempre col sorriso in bocca e con lo stesso rispetto che io riservavo loro.

Dalle finestre della mia classe a Barbarano Romano vedevo, lontani, i monti della Tolfa, attraversati da quel fiume, il Mignone, che segna il confine tra le province di Roma e di Viterbo, e che è testimone della presenza di insediamenti e necropoli etrusche.

Siamo arrivati nel piccolo paese della Tuscia  al mattino molto presto. Digiuni dalla sera precedente e dolcemente infreddoliti dal clima invernale, ci siamo precipitati all’interno dello stesso bar cui passavo davanti quando insegnavo là.

Non abbiamo potuto consumare la nostra colazione all’interno, ci siamo appoggiati al di là della strada, sfruttando un davanzale. E’ stato a suo modo piacevole, segno ancora una volta di come l’uomo si adatti a situazioni che, immaginate in tempi normali, sarebbero sembrate improponibili.

Alcune insegne, poste poco prima dell’ingresso al nucleo antico del borgo, indicano l’inizio di percorsi naturalistici che conducono a siti d’interesse archeologico e alle suggestive località limitrofe.

Da quel punto si ammira l’incorrotto lato sud della cinta muraria: questa si interrompe sulla Porta Romana, che venne aperta nella metà del XV secolo  quando il paese si estese oltre le mura del castello. A protezione fu eretta un’ulteriore cinta muraria (la prima risale all’XI secolo) e realizzato un vallo artificiale. Alla porta furono aggiunte due torri e, nel 1863, l’edicola e l’orologio.

Barbarano Romano, è arroccato su un lungo sperone tufaceo dalla forma vagamente triangolare. I suoi lati sono segnati dalla confluenza di due brevi affluenti che vanno poi ad ingrossare le acque del Torrente Biedano. L’abitato, posto a 340 metri d’altezza, è inglobato nel lussureggiante Parco Naturale Regionale Marturanum.

L’intero territorio è stato forgiato dall’attività vulcanica Vicana che, ben 160 000 anni fa, ha fatto sì che nella zona si formasse la pietra tufacea dal caratteristico colore rosso striato di nero.

In era preistorica, durante l’Età del Bronzo, l’altopiano venne probabilmente scelto come luogo in cui erigere un villaggio, alcuni ritrovamenti, tra cui manufatti, ne testimonierebbero l’esistenza.  Durante il periodo villanoviano fu sede di un pagus, protetto dai fossi di San Giuliano e della Chiusa. Contrariamente alle ampie e vicine necropoli etrusche, di Poggio Caiolo e di Chiusa-Cima, dell’abitato non rimane alcun  segno. Si crede che il periodo di maggiore splendore sia stato attorno al VI sec. a.C., quando l’antica Marturanum, o Borgo di San Giuliano risultava strettamente legata alla cultura dell’antica Cere. Dal secolo successivo, con la caduta di Cerveteri e Vejo, iniziò una crisi che non pose via d’uscita al centro abitato. In età romana venne annessa al municipio di Blera. Assunse, probabilmente, il suo nome per volere del re longobardo Desiderio, che lo variò, facendo sì che si abbandonasse il vecchio Marturanum. Nella toponomastica, Barbarano, starebbe ad indicare il rifugio individuato dai Barbari all’interno delle mura della città.

Ma il borgo cominciò a popolarsi in maniera stabile agli inizi del 1100. Al sorgere del millennio, la popolazione decise di spostarsi, per motivi legati alla sicurezza, sullo sperone roccioso in cui si trova ancora oggi l’abitato.

Uno dei pochi documenti che narrano la storia del comune della bassa Tuscia, rende noto che il castello  di Barbarano venne sottomesso al comune di Viterbo dalla contessa Kiera, figlia del conte Farolfo. Poche notizie ci giungono dai secoli che seguirono, fino ad arrivare alla metà del XIV quando, nel 1354, venne concesso dalla Camera Apostolica a Giovanni della famiglia degli Anguillara. Quasi mezzo secolo dopo fu sotto il controllo di altre famiglie per essere successivamente controllata da un commissario straordinario inviato da Papa Innocenzo VIII. Il provvedimento venne preso allo scopo di punire i Barbaranesi dalle violenze perpetrate contro gli abitanti dei vicini centri di Blera e Capranica. In tempi poco successivi passò alla famiglia Orsini e poi ai Borgia.

Nel 1872, al nome originale venne aggiunta la specifica “Romano”, per indicare l’appartenenza alla provincia romana.

Il sole non riusciva a bucare le nuvole mentre, conversando amabilmente, percorrevamo la via centrale del borgo. A destra e a sinistra le abitazioni, curate e dal fascino antico. Il selciato segnava, ancora una volta, i nostri passi, mentre ragionavamo su come potrebbe essere per noi  trascorrere la vita in un piccolo paese come quello, abituati come siamo alla città che, seppur di dimensioni limitate, ci dà comunque modo di spaziare, almeno un po’.

Argomentando, siamo giunti di fronte ad un palazzo che mostrava peculiarità ornamentali molto interessanti. L’antico splendore, che deve esser stato il tratto che lo ha contraddistinto, era offuscato, o valorizzato, a seconda dei punti di vista, dal risultato del forte grado di umidità cui deve esser sottoposto. Non abbiamo visto insegne o cartelli turistici a ricordarci davanti a quale edificio storico o nobiliare ci trovassimo. Poco distante, dall’altro lato della strada, abbiamo notato una luce che proveniva dal piano terreno di un palazzo. All’interno, nella sala da pranzo, alcuni ragazzi facevano colazione, aiutati dai propri educatori.

Camminando siamo arrivati nei pressi di Palazzo Mastini, una dimora storica oggi trasformata in hotel e sulla piazza su cui si affaccia il Palazzo Comunale, un tempo detto Palazzo dei Priori.

Siamo entrati, abbiamo cercato qualcuno con cui parlare, ma vista l’ora forse scomoda, non abbiamo trovato nessuno ad accoglierci. I bassi soffitti a volta, tinteggiati di un tenue color avorio che si accompagnava all’ocra del tufo, rendevano l’atmosfera molti intima. Alle pareti alcune foto aeree del paese, che mettevano in risalto lo splendore conservato per oltre un millennio.

La costruzione in cui ci trovavamo venne edificata sui resti del circuito murario, innalzato a cavallo tra il 900 e il 1000, che racchiudeva la zona che, tuttora, viene ancora denominata “castello”.

Il nucleo originario dell’antico abitato includeva la porta merlata d’Ognissanti e una torre pentagonale fatta realizzare dal re longobardo Desiderio che rimase in piedi fino agli anni ’30 del secolo scorso, quando crollò a terra.

Le cronache riportano l’evento come un fatto miracoloso, uomini e animali rimasero incolumi sotto le macerie.

Il nostro giro per vicoli e piazzette è proseguito accompagnato da qualche raro passante e alcuni gatti, particolarmente socievoli, che hanno amato strusciarsi contro le nostre gambe, forse alla ricerca di un po’ di calore, merce rara in quella giornata che sembrava volerci destabilizzare con un’improvvisa nevicata.

Barbarano Romano conserva alcune chiese con elementi piuttosto interessanti. E proprio un gattino dal pelo chiaro ci ha guidati, con il tipico passo felpato,  verso la piccola Chiesa del Crocifisso, che venne costruita tra il XII e il XIII secolo. Al suo interno, ad unica navata arricchita da due cappelle laterali aggiunte in epoca successiva, abbiamo ammirato un Crocifisso in legno, risalente al XVI secolo, momento in cui venne per la prima volta citata nelle cronache. In quel luogo sacro aveva la propria sede la Confraternita del SS Nome di Dio, che venne mutato poi in “della Morte”.  Lì è anche conservata una statua della Vergine scolpita nei primi anni dello scorso secolo. La preziosa raffigurazione di Gesù, in passato, veniva portata solennemente in processione per chiedere protezione dalle calamità. La processione, istituita poi nel 1861, è a tutt’oggi effettuata e richiama un gran numero di fedeli. Prima di uscire un arazzo, posto sul lato destro, ha attirato i nostri sguardi.

Abbiamo continuato a muoverci, incontrando altre chiese tra cui la Collegiata di Santa Maria Assunta, una chiesa parrocchiale, esistente già alla fine dell’XI secolo. Affacciandoci al suo interno, ci siamo resi conto che  è stata ricostruita e restaurata più di una volta, in special modo nel corso del XVIII secolo. Sono evidenti diverse opere, tra cui un meraviglioso trittico e un affresco di Maria mentre allatta  Gesù con i Santi Giovanni e Antonio Abate, risalente al XIV secolo. Guardando verso l’alto, ci siamo incantati osservando i bei pulpiti dipinti.

L’arte e la storia ci ha riempito ma, di certo, non più dello spettacolo naturale offerto dalla maestosa valle su cui si sporge il paese. Le vie, al loro termine, si aprono su una piazzetta lastricata. Il trionfo del verde e della profondità hanno avuto il privilegio di irrompere nella quiete che, fino a quel momento, aveva   accarezzato la nostra camminata.

Di fronte a noi, anche se separati da un’ampia vallata, i paesi di Blera e Villa San Giovanni In Tuscia che, con piacere, abbiamo conosciuto nelle scorse settimane. Abbiamo immaginato di poterci arrivare volando su questa meraviglia che il Creatore, o chi per lui, ha voluto donarci. Sarebbe emozionante farlo agganciati ad una fune d’acciaio, di quelle che si utilizzano per il volo dell’angelo.

Troppo frequentemente non ci rendiamo conto delle ricchezze che possediamo e che non riusciamo a sfruttare. Forse è retorico… ma è così. La nostra Tuscia, ancora selvaggia e non sfruttata. La sua forza e la sua debolezza.

Tra le antiche fontane e i palazzi che, guardinghi, ci scrutavano, ce ne siamo andati dal bellissimo borgo, con la promessa di ritornare, magari per imboccare la vecchia porta ad arco di Piazza Diaz e percorrere i vetusti sentieri che un tempo venivano battuti dalle genti del posto che si avviavano, o ritornavano, dalle campagne e, ancor prima, dagli Etruschi, di cui rimane memoria nei vari siti archeologici.

Invece, abbiamo preso la macchina e ci siamo avviati verso nuove destinazioni. Abbiamo attraversato un’ulteriore valle, solcata da un ponte lungo 75 metri e dalle cui arcate la luce filtra per 40 metri, che venne costruito dal celebre ingegnere Riccardo Morandi. Il suo nome è legato allo sfortunato ponte di Genova e ad altre opere sparse per il mondo, dal Sud America all’Africa.  Il ponte sul Renale venne progettato e realizzato nel 1954,   lungo la strada che porta da Barbarano Romano a Monteromano. Questa infrastruttura mise in collegamento le due statali che solcano il Lazio, la Cassia e l’ Aurelia.

Siamo usciti da Barbarano Romano per quella via, in cerca di quel luogo che, poco tempo prima tanto ci aveva attratti: avevo voglia di tornare sulla Luna, e non c’è stato miglior modo che raggiungere, di nuovo, il campo brullo che incontrammo in un sogno.

 

Fonte: Viterbox

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