Quello che leggerete sotto  è un passo del libro di Luca Palamara, ex membro del Csm, ex capo dell’Anm (l’associazione magistrati), ex re delle nomine.

“Le spiego una cosa fondamentale per capire cosa è successo in Italia negli ultimi vent’anni. Un Procuratore della repubblica in gamba, se ha nel suo ufficio un paio di aggiunti e di sostituti svegli, un ufficiale di polizia giudiziaria che fa le indagini sul campo altrettanto bravo e ammanicato con i servizi segreti, e se questi signori hanno rapporti stretti con un paio di giornalisti di testate importanti – e soprattutto con il giudice che deve decidere i processi, frequentando magari l’abitazione…Ecco, se si crea una situazione del genere, quel gruppo e quella procura, mi creda, hanno più potere del Parlamento, del premier e del governo intero. Soprattutto perché fanno parte di un “Sistema” che li ha messi lì e che per questo li lascia fare, oltre ovviamente a difenderli”.

 È un libro appena uscito in libreria e del quale continueremo a parlare e scrivere nei prossimi giorni perché di straordinario interesse. Perché di straordinario interesse? Perché racconta fatti precisi (sui quali Palamara offre ampi riscontri e documenti in grado di dimostrarne la veridicità) i quali costituiscono la storia di un potere occulto ed eversivo – sì: occulto ed eversivo – che da alcuni decenni domina l’Italia azzerando la democrazia. No, no: non è la P2 di Licio Gelli, che fece solo chiacchiere. Si chiama Ma-gi-stra-tu-ra.

Allora, torniamo alla citazione del libro ed esaminiamo bene le frasi che contiene. Prima domanda: Palamara si riferisce a una procura in particolare, o il suo è un esempio generico? Diciamo che ragionevolmente si riferisce o alla Procura di Roma o a quella di Milano, perché solo a Roma e Milano (e forse a Napoli) ci sono giornalisti giudiziari di peso che scrivono liberamente per delle grande testate. E Palamara mette questi giornalisti tra i protagonisti di quello che lui chiama “Il Sistema”, e che sarebbe appunto il groviglio di potere anticostituzionale e illegale che domina il paese attraverso la magistratura.

Probabilmente Palamara quando pronuncia queste frasi, nell’intervista-libro condotta da Alessandro Sallusti, si riferisce a un procuratore in particolare, a degli aggiunti in particolare, a un ufficiale preciso della polizia giudiziaria, e anche a un giudice specifico e a un paio di giornalisti di cui ha in mente cognome e nome. Anche perché il riferimento alla frequentazione dell’abitazione del giudice, difficilmente è stato buttato lì a caso. È semplice immaginare che Palamara pensi a qualche caso specifico. Noi possiamo anche avere un sospetto su quale sia la procura e quali i nomi dei protagonisti, ma con i sospetti non si fa la storia.

Il problema comunque è generale, non riguarda una singola procura. Il problema è: è vero quello che denuncia Palamara? Cioè è vero che la magistratura italiana è un castello dominato non dal diritto ma dagli ammanicamenti? Ed è vero, come sostiene Palamara, che questa magistratura, quando riesce a incastrare insieme una squadra compatta fatta da Procuratori, sostituti, giudici, poliziotti e giornalisti, diventa una macchina molto più potente del potere democratico e legittimo?

Da una prima rapida lettura del volume, pubblicato da Rizzoli, e che sta già provocando varie reazioni tra i magistrati, si capisce che Palamara non si limita affatto a esporre una teoria generale o esempi vaghi. Racconta una montagna di episodi, con i nomi dei magistrati protagonisti, che delineano, nel dettaglio, il meccanismo del “sistema”. E danno una forte credibilità alle sue tesi. Tutto è organizzato secondo una logica di potere, dominata dalle correnti dei magistrati, e questa logica di potere costruisce non solo la struttura dirigente della magistratura (capitolo nomine) ma decide anche quali inchieste vanno aperte e quali no, e spesso determina persino le sentenze. Questo è l’aspetto più grave di tutta la faccenda. Perché è con le inchieste e con le sentenze che si decidono gli assetti della politica, si tengono sotto scacco i partiti, si influisce sulla vita personale, e sulla tranquillità o sulla infelicità, di migliaia di cittadini e delle loro famiglie.

Chiunque leggerà questo libro e non considererà Luca Palamara un pazzo (e noi sappiamo che tutto il gruppo dirigente della magistratura, in questi anni, non solo non lo ha considerato squilibrato ma anzi ha affidato alla sua saggezza il funzionamento di tutti i meccanismi e gli assetti del potere) non potrà non porsi questa domanda essenziale: quanti innocenti sono stati condannati e quanti colpevoli assolti in questi vent’anni per colpa del gioco delle correnti? Oltretutto noi diciamo vent’anni, perché Palamara è giovane e solo degli ultimi vent’anni è stato testimone. L’impressione è che negli anni precedenti le cose non fossero molto diverse.

Palamara ci racconta vari episodi. E da oggi, e poi nei prossimi giorni, riferiremo sui più significativi. Per cercare di capire insieme fino a dove arrivasse il marcio. Intanto dobbiamo dirvi subito una cosa che lascia abbastanza sbigottiti: l’uso delle cene. Voi sapete che tutto questo scandalo del palamaragate è scattato perché, seppure illegalmente, i finanzieri che rispondevano alla procura di Roma intercettarono e registrarono un dopocena all’Hotel Champagne, vicino alla stazione Termini, nel quale Palamara e altri magistrati incontrarono un paio di esponenti politici. Precisamente Luca Lotti e Cosimo Ferri. Non è bello che questo dopocena sia avvenuto. Ma non esiste, che io sappia, uno specifico articolo della Costituzione che stabilisce che i politici e i magistrati non possano discutere tra loro, anche in privato.

Invece esiste un articolo molto importante della Costituzione, il 111, che prevede la terzietà del giudice rispetto al Pm e alla difesa. E c’è l’articolo 105 che assegna al Csm il compito di controllare i magistrati e il loro lavoro, e di premiarli o punirli. Ora mi chiedo: è normale, è giusto, è nel rispetto della Costituzione, che Pm, giudici, membri del Csm si vedano a cena tutti insieme allegramente per discutere di nomine o di orientamenti politici, giuridici e culturali della magistratura? O invece, se ciò avviene, non solo si viola in modo evidente e spavaldo ogni idea del diritto e ogni possibile codice morale, ma si straccia la legalità e si ferisce in modo mortale la credibilità della magistratura?
Eppure il libro di Palamara racconta diverse di queste cene, e snocciola i nomi di magistrati autorevolissimi e di membri del Csm, e accenna anche a cene nelle quali a loro si aggiungevano esponenti politici di primissimo piano.
Tutto questo ci pone dinanzi a due problemi distinti e drammaticissimi.

Il primo, forse il più urgente, è cosa bisogna fare per fermare l’espandersi di questo potere illegale. Prima ancora di cercare le responsabilità, di stabilire se ci sono stati reati e quali, sarà necessario che la politica provveda a mettere un freno al sovversivismo evidente e pericolosissimo di gruppi della magistratura. Si tratta di ristabilire la legalità democratica, sfregiata e sospesa.

Il secondo problema riguarda la riforma e la riorganizzazione della magistratura. Noi sappiamo, con ragionevole certezza, che la magistratura è composta circa per l’80 per cento da magistrati molto seri, onestissimi e – almeno in gran parte – preparati. E per il 20 per cento, invece, da elementi che tengono in ben poco conto la giustizia e la verità, perché dipendono esclusivamente dal logiche di potere. Non possiamo gettare tutto a mare. Si tratta di intervenire per smantellare il potere occulto delle correnti e del cosiddetto partito dei Pm e per restituire alla magistratura la sua indipendenza che oggi non esiste più. Prima di tutto occorrono delle riforme serie (separazione della carriere, fine dell’obbligatorietà dell’azione penale, freno alle misure cautelari, responsabilità civile e professionale dei magistrati), e poi serve una ristrutturazione completa dei vertici.

Sappiamo che i vertici delle procure e dei tribunali sono stati nominati, in gran parte, in modo illegale. Sappiamo che molte inchieste e molte sentenze sono state pilotate. Può una società democratica accertare e accettare una situazione così grave senza reagire? Avete presente quando scendono in piazza quelli che agitano la questione morale, l’emergenza e l’onestà? Ecco qui: ora c’è davvero una questione morale aperta, una grande emergenza e un deficit gigantesco di onestà. Vogliamo dare un nome a tutto ciò? Ma-gi-stra-tu-ra.

 

Fonte: IlRiformista

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *