In questi giorni tutto il mondo parla della Giornata della Memoria, affinché nessuno dimentichi quanto è stato perpetrato nei confronti degli ebrei.

Tra queste disumane crudeltà, ci sono però state anche persone dal cuore grande, che hanno fatto di tutto per salvare tante vite umane. Primo fra tutti, va citato Oskar Schindler, (Svitavy, 2 aprile 1908 – Hildesheim, 9 ottobre 1974) imprenditore tedesco, che è ricordato per aver salvato durante la seconda guerra mondiale più di 1.000 ebrei dallo sterminio della Shoah. Nonostante non si conosca il numero esatto, secondo alcune fonti furono tra i 1.200 e i 1.300. 

Schindler utilizzò il pretesto di impiegarli come personale necessario allo sforzo bellico presso la sua fabbrica di utensili, la D.E.F

Deutsche Emaillewaren-Fabrik, situata in via Lipowa n. 4, nel distretto industriale di Zabłocie, a Cracovia. Il suo operato, sarà ricordato nella realizzazione di un grande film Schindler’s List – La lista di Schindler (Schindler’s List) è un film del 1993 diretto da Steven Spielberg, interpretato da Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes e dedicato al tema della Shoah.

   Viterbo, un Giusto tra le nazioni

Anche Viterbo vanta due cittadini riconosciuti Giusti tra le Nazioni. Termine, questo, utilizzato dopo la seconda guerra mondiale per indicare i non-ebrei che agirono in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale, per salvare anche un solo ebreo, dal genocidio nazista della Shoah.

Uno di questi si chiama Luigi Morelli infermiere presso l’Ospedale Grande, che, insieme a un medico salvò da morte certa una donna ebrea: Reale Di Veroli. La quale, dopo le prime cure, dall’ospedale la portarono, nascondendola, in una grotta fuori Porta Faul, e della donna si persero le tracce.

In seguito, poté raggiungere i parenti di Roma.

(A lui è stata conferita l’onorificenza ufficiale del memoriale di Israele. Il figlio del signor Luigi, Francesco, lo abbiamo visto nella trasmissione di Rai Storia, mentre ricordava i fatti accaduti).

Cosa era accaduto?

Veniamo alla storia.

Siamo nel dicembre 1943, (più precisamente il 2 dicembre).

Dai documenti rinvenuti presso il carcere di Viterbo, presso l’archivio di Stato di Viterbo, nonché dalle testimonianze raccolte, non risulta che la cattura degli ebrei viterbesi

venne effettuata da italiani insieme ai tedeschi, come qualcuno credeva.

Risulta invece, che venne effettuata da poliziotti della questura di Viterbo coadiuvati molto probabilmente dalla milizia volontaria locale della Repubblica Sociale (di cui si conoscono anche i nominativi).

I poliziotti, entrarono nell’abitazione delle famiglie Anticoli, Di Veroli e Di Porto Angelo, tutti imparentati tra loro.

L’abitazione si trovava in Via della Verità, 19.

Vengono arrestati Letizia Anticoli, suo marito Angelo di Porto (Vittorio Emanuele Anticoli, papà di Letizia, non fu catturato il 2 dicembre del 43 a Viterbo ma, il 3 marzo 44 a

Roma), (Angelo Di Porto è il marito di Letizia Anticoli, figlia di Vittorio Emanuele Anticoli e Reale Di Veroli.

Oltre a loro credo sia giusto ricordare che di quel nucleo familiare furono catturati anche due sorelle di Reale Di Veroli: Di Veroli Anna (Lalla) e Di Veroli Letizia e il figlio di

quest’ultima Moscati Angelo. L’unica sopravvissuta alla deportazione di questo nucleo familiare fu Di Veroli Letizia.

Li presero, per essere portati a Santa Maria in Gradi, carceri di Viterbo. Da qui, li avrebbero spostati a Fossoli, per essere definitivamente poi, trasferiti ad Auschwitz.

Dopo la cattura, il 26 marzo 1944, la Sora Reale Di Veroli mentre veniva trasportata insieme a una parte degli ebrei al campo di transito di Fossoli, cadde dal camion.

Pensando che fosse morta, nessuno se ne curò.

In realtà, non era morta, ma qualcuno la soccorse, e con un carretto di legno, la portò all’Ospedale Grande degli Infermi. Dopo alcuni giorni, di lei si persero le tracce. Cosa era accaduto?

Il babbo di Francesco, Luigi Morelli, infermiere, insieme ad un medico (conosciamo il nome, ma non avendo avuto la possibilità di contattarlo, non mi sento autorizzata a fare il suo nome), pur mettendo a rischio la propria vita la portarono, come già detto, in una grotta fuori Porta Faul.

Dopo varie cure, aveva il femore sinistro rotto, sempre di nascosto, la Sora Reale dopo l’arrivo degli alleati, tornò a Roma ricongiungendosi con i suoi parenti.

Ma la famiglia di Francesco Morelli, ha fatto ben altro.

Letizia Anticoli (figlia della Sora Reale e di Vittorio Emanuele Anticoli), aveva un figlio di nome Silvano, il quale il giorno dell’arresto, stava passeggiando con Rita Orlandi

(si sposerà Corbucci), cugina di Francesco, e figlia di sua zia Morelli. Il bambino fu tenuto nascosto fino al termine della guerra, poi finalmente anche lui si ricongiungerà con i suoi parenti che stavano a Roma.

Queste persone dal cuore grande, non hanno avuto paura di rischiare di essere arrestate, visto che era proibito aiutare gli ebrei, ma hanno scelto la via del cuore, della fratellanza e dell’amore.

Il cinque novembre, durante la trasmissione di Rai Storia (canale 54 del digitale terrestre), alle ore (20:40), abbiamo avuto il piacere di vedere il nostro Francesco Morelli, che rilasciava una sua testimonianza, il signor Mario Corbucci, figlio di Rita, (Angelo Di Porto, figlio di Silvano e pronipote di Reale Di Veroli) e il signor Luca Bruzziches, che si è sempre tanto attivato per far conoscere gli accadimenti di questa famiglie, considerate a tutti gli effetti viterbesi.

L’8 gennaio 2015, furono messe tre pietre d’inciampo davanti il loro portone di casa.

Dopo la seconda guerra mondiale il termine Giusti tra le nazioni (in ebraico: חסידי אומות העולם, traslitterato Chasidei Umot HaOlam) è stato utilizzato per indicare i non-ebrei che hanno agito in modo eroico a rischio della propria vita e senza interesse personale per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah.

È inoltre una onorificenza conferita dal Memoriale ufficiale di Israele, Yad Vashem fin dal 1962, a tutti i non ebrei riconosciuti come Giusti.

«Chiunque salva una vita salva il mondo intero
(Talmud babilonese)

Rosanna De Marchi

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