Il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate, è entrata ufficialmente la festa più pazza e colorata dell’anno: il Carnevale, periodo in cui molti paesi della Tuscia e ogni città erano, negli anno scorsi, invasi da maschere e coriandoli, luci, allegria, colori.

Le origini del Carnevale sono antichissime e si fanno risalire ai Saturnali romani che si celebravano in onore del nuovo anno.

Tuttavia l’etimologia del termine “carnevale” deriva probabilmente dal latino carnem levare, un’espressione popolare per indicare il banchetto che si teneva l’ultimo giorno subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima.

Carlo Goldoni, in una poesia dedicata al Carnevale, rappresentò così lo spirito della festa:

“Qui la moglie e là il marito
Ognuno va dove gli par
Ognun corre a qualche invito,
chi a giocar chi a ballar”.

Il Carnevale viterbese in particolare è molto antico e risale addirittura probabilmente al periodo intorno al 1200: fu menzionato in una pergamena inviata dal podestà Raniero di Pepone.

Successivamente, fu nominato da Lanzillotto:

«Del mese di Febraro il Venerdì del Carnevale li Brettoni dettero la Battaglia alla Torre de Bartolomeo de Panza».

Si sa che, in seguito, si facevano corse con il sacco, giochi vari e gare di corsa con i cavalli fino a un vero palio del Carnevale.

Gli anziani raccontano che il Carnevale, dopo la guerra, rappresentava la ripresa, il coraggio, la determinazione e il ritorno della gioia di vivere dopo aver vissuto tanto orrore.

Davanti a Schenardi e in tutto il Corso, le battaglie erano finalmente pacifiche, con borotalco e farina. Si facevano danze e c’erano spesso orchestrine nelle case e nelle piazze. Molti ricordano gli eleganti pomeriggi danzanti al teatro Unione, i balli più popolari dei circoli e le feste della Stampa.

Agli inizi degli anni ‘50 si continuò la tradizione della sfilata dei carri allegorici il giovedì grasso, la domenica e l’ultimo giorno di carnevale.
Naturalmente, le composizioni erano piuttosto semplici, realizzate in cartapesta, e raffiguravano soggetti strani. In genere, erano collocate sul rimorchio di un camion, trainato da un trattore.

Sul pianale, i ragazzi mascherati si divertivano a gettare
i coriandoli, che erano comprati da Pizzecacio e poi da Peppe Tramontana,
a cantare e a ballare.

Era tutto molto semplice, poco costoso e improvvisato: uomini vestiti da donne, capelli di paglia o di carta, tute, camicie da notte.
Con il passare del tempo furono migliorati sia i carri che le maschere.

Negli anni 70 e 80 tante battaglie con uova, farina, schiuma da barba.

Si andava a casa, dopo le “vasche” al Corso, bianchi da far paura! Tante le feste nei locali di allora il pomeriggio del sabato, del giovedì e del martedì grasso.

Si andava a ballare al Papillon, a San Faustino al Raimbow, in via Cattaneo. I più audaci arrivavano al Fire cat a Bagnaia o addirittura ai 2Cigni e all’Imperiale.

Spesso ci si organizzava a casa: allora via al gioco della bottiglia, ai primi baci, ai lenti. Tutti rigorosamente e semplicemente mascherati. Quanto ci si divertiva! C’erano ancora le cassette per la musica. Solo dopo arrivarono cd, tablet, chiavette, le maschere con i pixel…ma questa è un’altra storia.

Come da tradizione, invece, ieri pomeriggio, a Civita Castellana, dove la festa è particolarmente sentita, è stato esposto il Puccio a piazza Matteotti, nonostante la pandemia e la zona arancione. La presentazione del Puccio è avvenuta via Facebook.

Certamente non si svolgeranno le sfilate mascherate e i carri allegorici, ma intanto sono stati premiati quelli dello scorso anno insieme all’immagine vincitrice del Primo Concorso Fotografico dedicato al Carnevale di Civita, scattata da Ermanno Giordani.

Quest’anno il Carnevale si vestirà di arancione…come la nostra zona, aspettando nuovi colori.

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