Una macchia di case nel verde. E neanche tanto compatta, almeno a giudicare dal grande parco che accoglie i visitatori.

Una delle mie memorie più lontane del paese, va a collocarsi in una caldissima estate di oltre trent’anni fa. Una nota concessionaria motociclistica, assieme ad altri sponsor, organizzava gare di enduro. Alcune volte le competizioni si svolgevano presso il crossodromo di Viterbo, Capo di Ferro, sulla Strada Tuscanese, altre in giro per la provincia. Fu anche la volta di Villa San Giovanni in Tuscia, un comune che conta poco più di 1200 abitanti, posto a sud ovest del capoluogo.

L’atmosfera era festosa, decine di ragazzi con addosso tute aderenti e multicolori, che avevano occhi e orecchie soltanto per le moto e per il percorso, riempivano il versante di una collinetta. C’era anche l’immancabile chiosco e l’onnipresente camioncino della porchetta.

Il ricordo di quel momento, è polveroso come l’aria  di quella giornata che mi vedeva non ancora ventenne e alle prese con un gruppetto di motociclisti affamati e assetati. Il rombo dei motori delle enduro da fastidioso che era, diventò un sottofondo sopportabile dopo una manciata di minuti. Ci si abitua proprio a tutto.

Quest’anno, invece, ho conosciuto il borgo sotto una veste del tutto diversa.

Aveva piovuto per tutto il periodo delle vacanze natalizie, il cielo non voleva saperne di schiarirsi, e i raggi del sole non riuscivano a bucare le nuvole. Le temperature, però, erano di poco in risalita. Un tempo breve, nel fine settimana sarebbero ridiscese e la pioggia, che quel giorno era soltanto una minaccia velata, non avrebbe dato tregua durante il fine settimana. Siamo stati fortunati. Per una volta ancora.

Per raggiungere la nostra meta, abbiamo scelto  quella strada che percorrevo vent’anni e più fa, per recarmi al lavoro. C’erano diverse macchine al di fuori della scuola di Pietrara, era un giorno lavorativo ed era regolarmente aperta. Sarei voluta scendere ed entrare, per rendermi conto di quanto fedele fosse la mia memoria. Non l’ho fatto per motivi oggettivi, ma anche per non rovinare il ricordo ovattato che ne conservo.

E così ci siamo inoltrati nel fitto Bosco delle Valli, un luogo incantato, soprattutto durante la stagione fredda, quando le chiome degli alberi maturano un intenso arancione. L’ampia distesa boscosa occupa i fianchi della provinciale Blerana, che collega la frazione di Cura di Vetralla a Blera, l’antica Bieda.

Nella prospera selva spiccano cerri e querce,  il sottobosco è costituito da arbusti e ginestre. Il territorio è venato di fossi e rivoli d’acqua, che interrompono dolcemente la quiete dell’ambiente.

Inoltrandosi prima nella macchia e poi  in un varco tra le rocce, ci si immette in una caverna e si scopre un tempietto  con un piccolo santuario che conservava le statue di Demetra e di sua figlia Persefone.

Demetra, dea greca figlia di Crono e Rea e sorella di Zeus, era venerata anche presso gli Etruschi, che le conferirono il nome di Vei e i Romani, di cui ricordiamo il più noto Cerere. Una storia complicatissima lega le due figure mitologiche, specie la minore, al ciclo delle stagioni e rese la madre dea dell’agricoltura, della semina e dei frutti, in buona sostanza protettrice della fecondità della terra, degli animali e dell’intero genere umano.

A testimonianza del ritrovamento, presso il museo etrusco, collocato nella Rocca Albornoz di Viterbo, è stata allestita un’intera sezione, completa in ogni sua parte.

Lasciata la provinciale, abbiamo imboccato la lunga Via Principe Umberto, che svetta tra i campi, scoprendo la rigogliosa Valle del Biedano e i Monti della Tolfa.

A Villa San Giovanni in Tuscia, il cui nome racchiude tre specificità, ossia la presenza nel territorio comunale dei resti di una villa romana costruita nel II secolo dopo Cristo, che tanta importanza dovette avere, il nome del patrono, San Giovanni Battista (presente sullo stemma comunale mentre battezza Gesù nelle acque del fiume Giordano), e la regione cui appartiene, la Tuscia, siamo arrivati nel giorno di mercato.

C’erano diverse persone in giro, e l’atmosfera era particolarmente vivace, probabilmente nei piccoli centri il giorno del mercato è ancora atteso con ansia.

Dalla grande Piazza Savoia, si dipartono a raggiera diverse vie. Alcune, le più larghe, conducono alla parte esterna del paese, altre, che abbiamo pensato si potessero percorrere soltanto a piedi, si introducono nel piccolo e ben tenuto centro storico di origine medievale.

Ci siamo incamminati per una di queste, Via XXIV Maggio, fino ad arrivare di fronte al Palazzo del Comune, che si affaccia sulla piazza omonima nominata anche Piazza della Fontana, vista la presenza di un fontanile in ghisa, riprodotto in stile cinquecentesco ma costruito nel 1888. Anche il palazzo che ospita l’amministrazione comunale, di dimensioni piuttosto ridotte, è stato edificato in tempi abbastanza recenti, nel 1910, sulle fondamenta di quella che era la vecchia Chiesa di San Giovanni Battista, eretta nel XVI secolo. Accanto, sulla torre, l’orologio, posto negli anni ’30. Tutti elementi moderni, fatta eccezione per un antico portale in peperino che era inglobato nella chiesa preesistente. Nel luogo in cui sorge la piazza, in tempi molto remoti, vi era collocato un gruppo scultoreo che rappresentava “Eros e Psiche”, rinvenuto nel 1957.

 

Abbiamo svoltato verso destra, e ci siamo ritrovati all’interno della piazza su cui si affaccia la Chiesa di San Giovanni Battista costruita a cavallo tra il secondo e il terzo decennio del 1700 per volere del popolo  e finanziata dallo stesso.

La chiesa è costituita da un’unica navata, lungo la quale si aprono quattro cappelle, ed è coperta da una volta a botte. Sull’altare spicca la pala dipinta dal pittore Francesco Guerrini, che rappresenta la natività del santo cui è intitolata, con la Vergine, Santa Elisabetta e San Zaccaria. All’interno del tempio vi sono alcune opere  appartenenti ad un’epoca precedente alla costruzione: il piedistallo in marmo della fonte battesimale, datato 1588 e l’acquasantiera, in cui è riprodotto lo stemma della Famiglia Anguillara, del 1563. Degno di nota un affresco in cui è rappresentato il Battesimo di Gesù, realizzato nel 1865, in cui si delinea il paese nelle forme che aveva a quel tempo.

Gli interni si distinguono per gli stucchi color panna e tinte pastello in tono. In alto l’organo monumentale, costruito dalla ditta La Monica di Viterbo nel 1795.

Con le spalle rivolte all’alta facciata in pietra tufacea, con cui sono costruite la maggior parte delle abitazioni e su cui poggiano le fondamenta del paese, ci siamo spostati verso la punta settentrionale di Villa San Giovanni in Tuscia. I vicoli erano semideserti, abbiamo intravisto diverse persone all’interno di quelle accoglienti, almeno a giudicare dall’esterno, abitazioni. Alcune di esse ci hanno guardati incuriosite, probabilmente perché non sono troppo abituati a visitatori nelle fredde mattine dei giorni feriali. Abbiamo misurato i passi sui lastroni in peperino, separati l’uno dall’altro dal muschio, specie nelle vie su cui i raggi del sole stentano ad addentrarsi. Girando, abbiamo scoperto delle piccole case a schiera, anch’esse in tufo, i cui tetti digradavano regolarmente l’uno dopo l’altro. Ci è sembrata una riproduzione in scala delle più note case di San Martino al Cimino.

A servire quelle dimore, non c’era alcuna strada asfaltata o lastricata, ma un viottolo di terra battuta ricoperto d’erba. Il posto è davvero suggestivo, e in grado di riportare indietro nel tempo, facendoci immaginare i contadini che, alle prime luci dell’alba, lasciavano i propri alloggi per recarsi nei campi o a  governare quegli animali che assicuravano loro carne e latte.

E la storia del borgo parte da molto lontano, difatti sono state ritrovate numerose testimonianze di insediamenti etruschi e romani di età imperiale.

Di poco defilata rispetto alla centrale Via XXIV Maggio, in Via delle Fortezze, una struttura ricopre e protegge un prezioso e ben conservato mosaico di epoca romana. Si suppone fossero i bagni appartenuti a una residenza di campagna, edificata attorno al II sec. d.C. , secondo alcune fonti mentre, secondo altre, risalirebbe a oltre 100 anni dopo.

 

Non si hanno notizie certe di ciò che accadde per un lungo periodo, se non che alcuni monumenti, che debbono aver goduto di una certa rilevanza, andarono distrutti a causa delle invasioni e dei saccheggi che furono perpetrati nei secoli. Era facile che in quelle terre arrivassero manipoli di soldati fuoriusciti dalle fila  degli eserciti, diretti a Roma, che avanzavano lungo le due importanti strade poco distanti: la Via Cassia e la Via Clodia.

Le incursioni che pesarono maggiormente sulla città furono quelle dei Longobardi di Re Liutprando, e di Federico II.

Fino al XV secolo si susseguirono lotte tra le signorie dei Farolfo di Viterbo e dei Di Vico.

Si arrivò, così al 1500, quando Papa Leone X concesse a un membro della famiglia Anguillara-Orsini, Renzo da Ceri, questo territorio e i limitrofi come ricompensa per i servigi che aveva prestato alla Chiesa.

Quel lembo di terra di Tuscia, che per secoli era rimasta desolata e animata soltanto dalla natura, ricominciò a popolarsi grazie alle numerose famiglie dei coloni che lì si stabilirono. Dopo alcuni decenni, venuti a mancare eredi della famiglia tenutaria, il possedimento tornò, per mano di Pio II, alla Camera Apostolica che lo diede in affitto.

Alcune versioni, contrastanti con questa, narrano che nel corso dei secoli San Giovanni fu sempre contesa tra le Signorie locali e la Chiesa e passò dai Di Vico agli Orsini e da questi ultimi agli Anguillara, fino a quando, appunto,  papa Pio II Piccolomini decise di concedere il feudo nella Camera Apostolica.

Intorno al XVII sec. l’insediamento diventa un comune e assume il nome di S.Giovanni di Bieda, (l’attuale e vicina Blera) che verrà mantenuto fino al 1961, quando verrà trasformato in Villa San Giovanni in Tuscia.

Poco distante dalle casine, una chiesetta, che gli abitanti definiscono “La Chiesola”, ma dedicata alla Madonna della Neve. Era chiusa. Abbiamo sperato che le pesanti e vissute porte in legno si schiudessero sotto la nostra spinta ma, con grande delusione, ci siamo dovuti accontentare di immaginare gli interni, forse non lussureggianti e artificiosi, ma in grado di rievocare, magari, quella visita pastorale che nel 1612 compì il Cardinale Tiberio Muti.

Fu innalzata sulle rovine delle antiche costruzioni romane nella seconda metà del XVI secolo, con il contributo, e per devozione, della popolazione sangiovannese, fu affidata alle cure della confraternita omonima. Ci siamo soffermati ad osservare l’incisione sull’architrave in peperino in cui è scolpito il nome “Sancta Maria ad Nives 1871”.

Discutendo su quante sorprese potesse ancora riservarci quel piccolo borgo immerso nella natura, abbiamo continuato a vagare per le stradine lastricate, cercando angolazioni particolari da cui scattare delle foto che potessero un giorno rammentarci l’anima del paese. E’ strano, ma spesso l’obiettivo non riusciva a far altro che a puntare verso il “fuoriporta”, verso la campagna, che tanta armonia riesce a infondere.

Tornando verso la piazza posta al centro del paese, abbiamo incontrato un bellissimo lavatoio, di cui una targa ricorda la data in cui venne costruito e riporta i ringraziamenti al sindaco Giuseppe Moretti ed altri, come si legge, benemeriti cittadini.

Il 22 agosto dell’anno 1888, per ciò che si legge dall’epigrafe, la popolazione sangiovannese, salutò l’arrivo dell’acqua potabile in paese e, sei mesi dopo, il compimento dell’impianto che stavamo ammirando.

Nelle menti sono scorse le figure che sono entrate a far parte dell’immaginario collettivo. Ci sono apparse davanti agli occhi le donne del popolo dalle guance rubiconde per effetto del sole cui erano esposte in estate e della tramontana che in inverno batteva sulle stesse, con le maniche arrotolate sopra al gomito, per non essere bagnate dall’acqua che guizzava a causa dello sbattere dei panni sulla pietra inclinata in  peperino. Chissà quante chiacchiere, gioie e dispiaceri, dicerie e preghiere, debbono aver udito quelle vasche.

Si era fatto tardi, e la fine del giro era quasi arrivata. Ci siamo avviati verso la zona che guarda a Blera, cercando una via per raggiungerla. Ci siamo imbattuti in abitazioni rurali, ricoveri agricoli, strade sterrate e senza uscita, senza riuscire a trovare una via che ci conducesse all’altro, suggestivo, comune.

Alcune indicazioni in legno evidenziavano la presenza di necropoli etrusche risalenti al VII sec. a. C., tra cui quella denominata di Ponton Graziolo.

Le tombe che le appartengono sono allineate su di un costone tufaceo che si affaccia sul Rio Canale. La maggior parte di esse non può essere visitata in quanto ancora interrata. Nei dintorni si trova una via cava, intagliata nel tufo per un’altezza massima di circa sei metri, che collegava la vicina Blera con gli insediamenti presenti in territorio sangiovannese. E’possibile calpestarne circa 150 metri in quanto il resto si è progressivamente ricoperto per via delle frane e dei fenomeni atmosferici. Si pensa che questa via sia stata utilizzata sia in Età Romana, come collegamento con la Via Clodia, che univa l’Urbe a Grosseto, che durante il medioevo dai pellegrini che percorrevano la Via Francigena e la usavano come via di raccordo.

Il sole, che nelle prime ore del giorno aveva stentato a mostrarsi, aveva deciso di farci un regalo e di splendere sugli ampi scenari di campagna e sul piccolo borgo, che ci ha fatti sentire, anche se per poche ore, sangiovannesi.

 

Fonte: viterbox

 

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