Si complica il cammino di Giuseppe Conte per ottenere una maggioranza solida in Senato. Renzi e Italia viva verso l’astensione: dal partito dell’ex premier si stacca solo un deputato, Vito De Filippo

 Dicono a Palazzo Chigi, senza nascondere l’amarezza, «il progetto di Conte di creare un centro moderato, liberale ed europeista per il momento è congelato, non decolla».

Non usano la parola «fallito», ma ci sono vicini.

Riferiscono che il capo del governo è molto dispiaciuto, che è consapevole che la maggioranza in Senato sarà solo relativa, che al momento quota 161 è solo un miraggio ma pazienza, per ora si andrà avanti in questo modo.

Filtra dallo staff del capo del governo: non esiste che il premier non vada in Parlamento per verificare i numeri di cui dispone, non è un dramma se non avrà la maggioranza assoluta dei senatori, ci sono più di una decina di precedenti storici, governi che sono andati avanti con una delle due Camere che registrava di fatto una maggioranza relativa, da Cossiga a Berlusconi, da D’Alema a Dini, sino a Ciampi e Andreotti, Moro e Fanfani.

L’ennesima giornata al cardiopalma, con il pallottoliere del Senato che va su e giù, ma che si ferma ampiamente sotto quota 161 (qui sotto tutti i conteggi), e che continua a gravitare intorno a 155 senatori, ma non di più, registra in primo luogo la conferma di una posizione di netta chiusura sia del Pd ma soprattutto dei Cinque Stelle nei confronti di Renzi. Ha deciso di astenersi l’ex segretario del Pd, bene, forse ha ricompattato il suo gruppo. Ma con gli ex alleati non avrà comunque nessuno spiraglio di collaborazione.

Ne è la conferma la riunione del Movimento Cinque Stelle: per i vertici, per i capigruppo, per i capidelegazione, «è stata ribadita da tutti l’assoluta compattezza del Movimento attorno al presidente Conte». Una posizione che «non è in discussione», così come resta confermata «l’impossibilità di qualunque riavvicinamento con Renzi, che ha voluto lo strappo nonostante i nostri parlamentari avessero lavorato bene su tanti progetti» con deputati e senatori di Italia viva. Da parte dei presenti è emersa netta la volontà di «non voltarsi più indietro, continuiamo a lavorare pensando solo al bene del Paese». Insomma le aperture dei renziani, i rammarichi, i possibili passi indietro, non vengono nemmeno presi in considerazione.

Anche il Pd riunisce i suoi vertici e la posizione non è distante da quella del Movimento, in una nota che segue alla riunione si accusa Matteo Renzi di aver creato «condizioni sempre più difficili per garantire un governo adeguato al Paese in una situazione di emergenza, rischiando di aprire scenari imprevedibili. Ora per garantire una piena trasparenza si vada nelle sedi appropriate, quelle parlamentari, dove tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità per salvaguardare gli interessi del Paese».

Insomma l’ipotesi che Conte si dimetta prima di un riscontro parlamentare a quanto pare non esiste.

E questo nonostante una giornata in cui sembrano sfilarsi tutti i possibili costruttori, o responsabili, di un nuovo governo guidato sempre da Conte.

Dopo tre giorni di trattative l’Udc si sfila e fa traballare l’operazione responsabili, «non ci prestiamo a giochi di palazzo e stiamo nel centrodestra», tuonano di buon mattino con una nota, «i nostri valori non sono in vendita». Non basta: l’operazione Maie-Italia 23 non dà i frutti sperati, il pontiere Clemente Mastella viene sbugiardato su Twitter da Carlo Calenda che racconta di esser stato contattato e di aver respinto l’offerta. I suoi senatori non sosterranno Conte, in cambio di un appoggio del Pd nella campagna a sindaco di Roma. Ne viene fuori un disastro, una zuffa social al termine della quale il sindaco di Benevento si chiama fuori: «Io tentavo di mettere mattoni, altri di toglierli, e quindi se la vedessero loro».

I renziani si fregano le mani: le sirene del Pd non spaccano il gruppo e a lasciare per rientrare in casa dem è solo il deputato Vito De Filippo. «Al Senato i 18 senatori saranno decisivi visto che la maggioranza al momento è tra 150 e 152. Non rispondiamo alle provocazioni e lavoriamo sui contenuti», esorta il senatore fiorentino parlando ai suoi: torneranno a riunirsi domenica per decidere se in Senato sarà davvero astensione o meno.

Per il momento al governo mancano i numeri, martedì la prova dei fatti al Senato, ma in due giorni tutto può ancora cambiare.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *