Si tratta probabilmente dell’unica elezione di papa in cui un’intera città collaborò fattivamente con lo Spirito Santo. L’elezione papale del 1268-1271 (allora non si chiamava ancora “conclave), durata 1006 giorni, è la più lunga della storia della Chiesa e la più citata dalle enciclopedie e dai libri di storia. L’elezione di papa Gregorio X avvenne il 1° settembre 1271; quindi, tre giorni prima della festa di S. Rosa, cadrà il 750° di quell’evento liberatorio; fortemente voluto dalla città di Viterbo e al quale la città intende dare il giusto tributo storico. Ma il vero tributo è quello della città a se stessa.

Per comprendere bene le ragioni di quell’evento eccezionale è necessario ricostruire il contesto storico dell’epoca, che era quello dello scontro tra papato e impero e tra le fazioni dei guelfi e dei ghibellini, lascito della famosa “lotta delle investiture”, il durissimo scontro tra l’istituzione papale e il Sacro Romano Impero sul diritto di nomina del papa e degli ecclesiastici, che contrassegnò tutto il periodo dal 1075 al 1122, quando papa Callisto II e l’imperatore germanico Enrico V stipularono il famoso Concordato di Worms, probabilmente il secondo concordato dopo l’editto di Tessalonica (380 d.C., atto con cui gli imperatori romani ratificarono il cristianesimo quale religione di stato) e l’antecedente dei Patti Lateranensi del 1929.

Ai tempi dei fatti di Viterbo un terzo potente attore, guelfo e filo-papale, occupava la scena europea: la monarchia francese, a quel tempo sotto re Luigi IX di Francia (1214-1270), detto Luigi il Santo.
Uno degli eventi più sanguinosi di quel periodo fu proprio la decapitazione del 16-enne Corradino di Svevia, erede della dinastia degli imperatori germanici, inflitta dal guelfo Carlo d’Angiò, figlio del re francese Luigi VIII.
Un ulteriore efferato delitto si consumò proprio a Viterbo proprio durante lo svolgimento dell’elezione; un delitto tutto interno alle ramificazioni della monarchia franco-inglese: l’assassinio di Enrico III d’Inghilterra, nella chiesa di S. Silvestro, da parte del cugino Guido Montfort, all’epoca vicario di Carlo d’Angiò in Toscana. Un delitto ricordato da Dante nel XII Canto dell’Inferno.
Il complesso scenario storico dell’epoca include anche l’ottava crociata, quella in cui parteciparono Carlo d’Angiò ed Enrico III e in cui morì il re di Francia Luigi IX.

Ma perché l’elezione si svolse proprio a Viterbo? Per due ragioni concorrenti. Perché in quel periodo Viterbo era la “Città dei Papi”, ossia la sede pontificia ufficiale al posto di Roma, dal 1257 al 1281, per decisione di Alessandro IV (ma diversi papi soggiornarono a Viterbo per periodi più o meno lunghi praticamente per tutto il Medioevo e parte del Rinascimento) e perché l’antica tradizione esigeva che l’elezione si svolgesse proprio nella chiesa cattedrale della città dove era deceduto il precedente papa; in questo caso Clemente IV, uno dei papi amanti e residenti nella sede viterbese.
Ovviamente i cardinali incaricati dell’elezione del nuovo papa non erano estranei ai torbidi eventi di quel periodo.
Il Sacro Collegio era composto di 20 cardinali ma uno si trovava al seguito della VIII crociata e due morirono durante il conclave. Le fonti storiche riferiscono che 7-8 fossero di parte guelfa, filo-angioina, la cosiddetta “pars caroli” e 8 di parte ghibellina, o “pars imperii”, filo-germanica ma è certo che i prelati fossero divisi in svariate fazioni da rancori e dissapori personali e famigliari. Dal momento che per l’elezione del nuovo papa era necessaria la maggioranza qualificata di due terzi, è evidente come la composizione dei conflitti interni fosse alquanto difficile da raggiungere.

Fonti storiche, non del tutto certe, riferiscono che i cardinali trovarono due intese: Filippo Benizi, stimatissimo religioso e Bonaventura da Bagnoregio (1217/1221 – 1274), successore di S. Francesco d’Assisi; ma entrambi avrebbero rifiutato la designazione. Le medesime fonti indicano che Bonaventura si sarebbe impegnato molto per un accordo fra i cardinali; un accordo tuttavia che prevedeva la nomina di una figura esterna al collegio. Naturalmente anche Carlo d’Angiò e il nuovo re di Francia Filippo III seguivano con interessata premura il corso degli eventi.

È esattamente in questo stallo che entra in scena l’attore risolutivo: la città di Viterbo.

Il podestà Alberto di Montebuono e il capitano del Popolo, l’energico Raniero Gatti, in rappresentanza del sentimento dei cittadini viterbesi, il 1° giugno 1270 chiusero le porte della città, fecero condurre a forza i cardinali elettori nel celebre Palazzo di Papi con il severo ammonimento di tenerli segregati fino ad elezione avvenuta. Non soltanto: Gatti fece anche ridurre le razioni alimentari e scoperchiare la parte del tetto del salone dove i prelati erano confinati.
Bonaventura inasprì ancora di più i suoi pubblici biasimi al punto che questi raggiunsero finalmente un accordo parziale: costituirono una commissione a sei delegandola ad individuare, entro due giorni, il successore di Clemente IV. La commissione si rivelò particolarmente produttiva e, in poche ore individuarono nel piacentino Tedaldo Visconti il nuovo papa; una figura che però presentava due problemi: era fuori dall’Italia impegnato nella IX crociata e non era nemmeno ordinato prete, avendo ricevuto soltanto i cosiddetti “ordini minori”. Tedaldo giunse a Viterbo il 10 febbraio 1272 venendo immediatamente ordinato prete. L’incoronazione ufficiale come papa della chiesa cattolica venne celebrata in Roma il 27 marzo col nome di Gregorio X. Tra i primi atti del nuovo pontefice fu la modifica delle procedure d’elezione e l’introduzione di regole severissime, comprendenti persino la scomunica, la rimozione dai pubblici uffici e il titolo di “infami” ai cardinali negligenti.

Quello di Viterbo fu il primo vero conclave della storia della chiesa: “conclave” viene dal latino “clausi cum clave”.

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