Scomparse le difese contro il coronavirus in due terzi dei soggetti positivi: l’ipotesi dei ricercatori delle università di Torino e Parigi XIII che sul paese valdostano indagano anche in ottica vaccino.

Immuni a giugno, vulnerabili a dicembre. Venti dei 31 abitanti di Cogne, in Valle d’Aosta, che avevano contratto il Covid durante la prima ondata la scorsa primavera, sono risultati privi di anticorpi alla nuova campagna di test sierologici lanciata a ridosso del Natale.

Dai dati dello studio del professor Fabio Truc, originario di Cogne, oggi fisico specializzato in oncologia sperimentale all’Università di Parigi XIII, che ha analizzato la risposta al coronavirus dei 1300 abitanti del paese montano, emerge un dato preoccupante: l’immunità per chi ha già contratto la malattia non è persistente e gli anticorpi decadono nell’arco di sei mesi.

“Non è un dato del tutto anomalo perché anche altri coronavirus, come i raffreddori, si comportano in questo modo, prova ne sia che ci ammaliamo di raffreddore continuamente, ma certo questi numeri impongono una riflessione attenta sulla validità del vaccino“, spiega Fabio Truc, che ha curato lo studio insieme a Gianpiero Gervino del dipartimento di Fisica dell’Università di Torino.

L’analisi era partita alla fine della prima ondata perché Cogne era risultata una delle località con la più bassa incidenza di malati con sintomi: appena 5 su poco meno di 1300 abitanti. Due soli focolai: uno in Comune, che aveva coinvolto anche il sindaco Franco Allera, e uno in ambito famigliare. Uno screening sierologico su tutta la popolazione a metà giugno aveva poi consentito di fissare a 31 il totale dei contagiati nella prima ondata.

“Si trattava comunque di un numero molto basso – spiega Truc – tanto che con un team di genetisti del San Raffaele di Milano avevamo iniziato a immaginare una componente genetica che garantisse particolare protezione alla popolazione”. La teoria è stata però smentita dai numeri della seconda ondata: oltre un centinaio di contagi, numerose vittime e persino un caso di reinfezione – un signore di ottanta anni – con sintomi estremamente più gravi la seconda volta tali da richiedere il ricovero in terapia intensiva.

“La seconda ondata ci ha dimostrato che a proteggere Cogne in primavera era stato solo il lockdown precoce, scattato il 4 marzo, prima che nel resto d’Italia grazie all’annullamento di una competizione sportiva – ricorda Truc – ora gli esami fatti sui positivi della prima ondata ci dicono che la copertura degli anticorpi non è duratura nel tempo. Una memoria resta – conferma il docente – una traccia si vede, ma non in maniera tale da avere una significativa automatica protezione”.

Dei 31 abitanti testati a giugno, a dicembre, dopo sei mesi, il 65 per cento ha perso gli anticorpi che erano invece presenti prima dell’estate. Il 35 per cento dei contagiati ha conservato gli anticorpi e tra costoro ci sono sia persone che avevano avuto sintomi, sia asintomatici. “Non c’è particolare differenza – sostiene Truc – in un caso di paziente completamente asintomatico la carica di anticorpi è addirittura cresciuta da giugno a dicembre”.

Insomma ogni organismo risponde alla malattia in maniera diversa, ma le scoperte che derivano dallo studio su Cogne aprono una serie di questioni sulla validità del vaccino. “Se anche in soggetti sintomatici il virus decade in meno di sei mesi, come si comporteranno i vaccini? A questa domanda per adesso non ci sono risposte – ammette Truc – e in ogni caso la protezione si può garantire con i richiami, ma sarà fondamentale proseguire gli studi nei prossimi mesi”.

Fonte: La Repubblica.it

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