Budget troppo limitato, equilibrismi e mancanza di trasparenza hanno appesantito la risposta dell’Ue. Ma sono ancora tanti i punti da chiarire.

Italia costretta a stare al passo della Germania, anche per quanto riguarda la vaccinazione? Nell’ultima settimana, non sembra, dato che ha fatto fatto quasi il doppio dei vaccini dei tedeschi, e momento è al 2° posto nell’Ue per numero di vaccini somministrati ogni 100 persone, nonché nella top-10 mondiale tra i paesi con più di 10 milioni di abitanti.

Basta col vittimismo immotivato. Ma il guaio è che la Ue nel complesso è parecchio distante sia dai numeri degli Stati Uniti che del Regno Uniti, e anni luce da quelli di Israele: i Paesi Bassi hanno iniziato solo da pochi giorni le vaccinazioni, ad esempio, e la Francia ha vaccinato appena qualche migliaio di persone.

Considerato che l’Europa è al momento il peggiore focolaio al mondo di coronavirus insieme agli Stati Uniti, è evidente che questi numeri sono preoccupanti: qualcosa non è andato per il verso giusto.

Tra equilibrismi e urgenza

Bisogna partire dall’estate, quando gli Stati membri hanno incaricato la Commissione europea di negoziare a loro nome con i produttori dei vaccini più promettenti, per evitare una guerra all’accaparramento. Con lo stupore di molti, la strategia di limitare il “nazionalismo vaccinale ha funzionato, e gli Stati più poveri non si sono azzuffati con quelli più ricchi.

Dato che in estate non era ancora chiaro quando quali vaccini sarebbero stati pronti per il mercato per primi, l’Ue ha deciso di diversificare più di altri paesi, e si è rivolta a ben sei diversi produttori. Nei mesi invernali si è così assicurata due miliardi di dosi, per coprire 450 milioni di abitanti circa. L’obiettivo finale del piano? Arrivare a una copertura vaccinale del 60-70 per cento prima dell’autunno dell’anno in corso, sperando così che il livello di immunità comunitaria sia sufficiente ad alleviare le restrizioni.

Non tutto è andato nel migliore dei modi, però, se la stampa di mezza Europa si sta chiedendo come mai le vaccinazioni procedano così lentamente.

La Commissione ha puntato sui cavalli sbagliati?

Poco dopo la maxi-spesa dell’Ue, dalle case farmaceutiche sono arrivate brutte notizie: il vaccino AstraZeneca (400 milioni di dosi acquistate) ha avuto diversi problemi in fase di testing, e l’I contratti che le case farmaceutiche hanno firmato con governi vincolanti a livello internazionale: chi prima compra, prima viene servitoAgenzia europea per i medicinali non l’ha ancora approvato (differenza del Regno Unito, che lo sta già distribuendo, forse anche come colpo spettacolare per accompagnare la Brexit e dimostrare che chi fa da se fa per tre). Il vaccino Sanofi (300 milioni di dosi acquistate) ha avuto invece problemi con la misurazione della quantità di principio attivo nelle fiale, e un ritardo di 3-6 mesi ha fatto slittare le consegne in tutto il mondo.

Alla fine, l’unico vaccino già in fase di consegna in Europa è quello di BioNTech/Pfizer, di cui la Commissione ha comprato inizialmente “appena” 200 milioni di dosi (all’Italia ne spettano 26 milioni, sufficienti per 13 milioni di persone). Una buona notizia è che a questo si aggiungerà presto il vaccino di Moderna, appena approvato e che potrebbe coprire soltanto nel nostro paese altri 5 milioni di persone entro settembre. Ma con gli altri vaccini l’Ema sta procedendo lentamente, e potrebbe anche decidere di limitare le fasce di età a cui somministrarli.

A lasciare perplessi gli osservatori è soprattutto la tempistica dell’Ue, che ha comprato le 200 milioni di dosi di BioNTech soltanto l’11 novembre – superata dagli Stati Uniti, che avevano già comprato le loro dosi il 22 luglio. In seguito, nonostante BioNTech si fosse dimostrata la l’opzione probabilmente più rapida e di successo, l’Ue si è rifiutata per mesi di comprare dosi aggiuntive ma ha ordinato, il 17 novembre, 400 milioni da CureVac, azienda tedesca che non aveva nemmeno iniziato la prova della Fase 3.

Perché non si è ordinato di più da BioNTech?

La spiegazione di molti analisti è che, nonostante le rassicurazioni di BioNTech, l’Ue volesse comunque puntare su una mazzo di vaccini più variegato. E soprattutto perché BioNTech è troppo costoso (12 Euro a dose) e complicato (raffreddamento a -70°C) per alcuni paesi, che trovandosi in una situazione pandemica meno grave di altri avrebbero chiesto di risparmiare sul budget.

Ma non è finita qui. Secondo l’accusa lanciata da diversi giornali tedeschi, la Commissione avrebbe puntato molto su Sanofi, azienda farmaceutica francese, per equilibrare le nazionalità dei produttori, sacrificando così la tedesca BioNTech, più affidabile. La spiegazione però non sembra reggere, dato che l’Ue ha comprato come si è detto altre 400 milioni di dosi da un’altra tedesca, CuraVac. Inoltre, adesso la Francia si ritrova ad essere tra i paesi più impantanati, sia per numero di morti giornalieri da Covid, sia per quanto riguarda le vaccinazioni. Se è stato un calcolo a tutela dell’industria locale, è fallito clamorosamente.

Di sicuro c’è che non solo l’Ue paga una ridotta autonomia strategica, rispetto alle sue potenzialità, ma che non può permettersi nemmeno di fare voce grossa. I contratti che le case farmaceutiche hanno firmato con governi sono vincolanti a livello internazionale: chi prima compra, prima viene servito, e la Commissione non può in nessun modo dirottare i vaccini già precettati da altri. Questo spiega il vantaggio attuale di Stati Uniti, Regno Unito e Israele.

Fatto il danno, però, l’Ue non avrebbe potuto forse riordinare rapidamente da BioNTech? Anche perché, a metà dicembre, la Germania nel silenzio generale ha deciso di comprare altre 30 milioni di dosi di BioNTech oltre a quelle comunitarie, e la Danimarca l’ha subito seguita. A questo punto, per evitare di scatenare una corsa disordinata all’acquisto, l’Ue è corsa ai ripari e, il 29 dicembre, ha ordinato per tutti i 27 altre 100 milioni di dosi BioNTech, sulle quali aveva già un’opzione. L’8 gennaio ha annunciato in pompa magna un altro riordino da 200 milioni di dosi.

Purtroppo, come risultato delle decisioni estive, l’Ue ha a disposizione al momento solo 300 milioni di dosi del primo vaccino sviluppato sul suo suolo. Forse non sorprende che gli stessi giganti farmaceutici siano rimasti perplessi da questa strategia. L’inventore del vaccino BioNTech/Pfizrer, il dottor Ugur Sahin, ha parlato dell’incapacità dell’Ue di garantire dosi sufficienti per se stessa: “Apparentemente c’è stata questa convinzione: ne avremo abbastanza, non sarà così male, abbiamo tutto sotto controllo. La cosa mi ha stupido“.

Il punto centrale è che non è detto che un ordine iniziale più grande iniziale avrebbe portato a una vaccinazione più rapida di tutti gli europei. Il famoso “collo di bottiglia” della distribuzione lenta non è costituito, infatti, solo dalla insufficiente dimensione degli acquisti. Il ministro della Sanità tedesco, Jens Spahn, ha detto che “era chiaro sin dall’inizio che non avremmo avuto abbastanza vaccini… la ragione non è una quantità troppo bassa di ordini, ma la mancanza di capacità produttiva“. In pratica, un ministro tedesco che sta dicendo ai tedeschi che non ci sono abbastanza dosi di un vaccino fabbricato in Germania, in un momento in cui persino l’Italia si sta vaccinando a un ritmo più veloce. Che portata politica ed economica ha tutto ciò?

L’Ue, normalmente non certo avara di sussidi, non è riuscita in un momento critico a mettere in atto uno sforzo congiunto di investimenti che sostenesse la sua industria farmaceutica. BioNTech ha ottenuto solo 50 milioni di euro in prestiti e circa nove milioni di euro in sovvenzioni (in dieci anni). La Germania ci ha messo di tasca propria 375 milioni di euro per avviare costruire un nuovo impianto a Marburg, che sarà operativo se tutto va bene a febbraio. A quel punto l’azienda potrebbe espandere in modo massiccio la sua produzione di vaccini per tutta l’Ue. Per un confronto, però, gli Stati Uniti hanno versato ben 18 miliardi di euro nell’Operation Warp Speed. Vedremo in seguito come neppure questa cifra colossale abbia garantito una condizione radicalmente diversa del malato statunitense, ma la differenza è lampante.

Quale sarebbe stata l’alternativa

E se ogni membro dell’Ue si fosse preso cura di se stesso, come il Regno Unito? Non è detto che le cose sarebbero filate più lisce. Tra le conseguenze più probabili ci sarebbe potuto essere un aumento generale dei prezzi, a causa delle diminuite economie di scala; un dominio da parte delle nazioni con maggiore capacità  di spesa, e dunque una “classifica” di approvvigionamento con la Germania e i Paesi Bassi ai primi posti, e i paesi come la Croazia o l’Ungheria indietro, oppure costretti a ricorrere a vaccini più economici ma forse anche meno sicuri, come quello russo.

Senza contare che non servirebbe a molto, ad esempio, una Italia o una Germania vaccinate più velocemente di tutte e una Spagna ancora in preda alla pandemia, con possibili mutazioni del virus che rendono inutili i vaccini degli altri. Rallentando tutti, forse, si è evitata una frantumazione politica, economia e sociale dell’Ue fin dalle prime fasi della corsa vaccinale.

Cosa doveva essere fatto meglio? Innanzitutto aumentare i fondi per l’acquisto dei vaccini. Merkel e altri leader del governo avrebbero dovuto stanziare più soldi. Com’è noto, la Commissione non può stampare moneta o fare di testa sua, ma solo spendere gli Euro che vengono autorizzati dagli Stati-membri.

L’Ue, inoltre, avrebbe dovuto rendere più trasparente la sua strategia di negoziazione con i produttori (i prezzi sono stati rivelati praticamente per sbaglio, su Internet). La stampa non può valutare seriamente le azioni dell’Ue se non sa quali accordi ha concluso. Ha scritto l’europarlamentare socialdemocratico tedesco Tiemo Wölken: “Ciò che mi dà molto fastidio è la mancanza di trasparenza. Il Parlamento Europeo è stato escluso durante l’intero processo. Questa scatola nera di negoziazione, per quanto riguarda il contenuto del trattato, sta mostrando i suoi frutti, perché noi come Parlamento non abbiamo avuto voce in capitolo“.

La mancanza di trasparenza rischia di favorire – come spesso succede nell’Unione – la deresponsabilizzare i governi nazionali. La Commissione ha presentato una strategia vaccinale all’inizio di giugno, tutti gli Stati membri hanno approvato il progetto, e in seguito sono stati costantemente informati sulle trattative in corso. Nessun obbligo formale inoltre ha costretto i singoli paesi ad aspettare l’approvazione dell’Ema. Roma, Berlino o Parigi sapevano fin dall’estate quale fosse la strategia in termini di quantità di consegne. Le cifre erano note da mesi.

Va anche detto che nessun governo si sta parando, per una volta, dietro le scelte comunitarie. Tuttavia, i leader disposti a scusarsi pubblicamente dei ritardi sono ancora pochi: tra questi c’è il campione degli austeritari, il primo ministro olandese Mark Rutte, che ha ammesso che il suo governo si è fatto trovare impreparato a gestire il vaccino BioNTech, con la sua catena del freddo estremo.

Ai problemi di budgeting se ne aggiungono altri, più strutturali: le contrattazioni tra categorie diverse per stabilire le priorità con cui vaccinare, la necessità di convincere le fronde di no-vax, la difficoltà a reclutare sufficiente personale medico pronto a vaccinare. Anche negli Stati Uniti, del resto, stanno sorgendo problemi nella distribuzione: puntavano a 20 milioni di vaccinati entro fine anno, ma hanno ricevuto 14 milioni di dosi e ne hanno somministrate meno di cinque. In definitiva, l’inizio di gennaio sembra davvero una fase troppo prematura per verificare lo stato della vaccinazione nell’Ue, e per fare un bilancio più definitivo è meglio aspettare la fine della primavera.

Secondo il sito Politico, le dosi extra di vaccino già acquistate da Germania e Danimarca fuori dall’accordo europeo arriveranno soltanto dopo che saranno distribuite dosi extra acquistate dalla Commissione, e non hanno fatto aumentare il prezzo del vaccino. Sebbene Ursula Von Der Leyen sia stata inequivocabile (“no ai negoziati paralleli degli Stati, l’accordo Ue è vincolante“) si è guardata bene dal citare espressamente Berlino per la sua decisione frettolosa. Il gioco delle accuse incrociate all’interno dell’Ue potrebbe dunque ricominciare al primo nuovo intoppo; è anche vero che, visti i precedenti storici, poteva andare già molto peggio di così.

La ricerca degli errori di Bruxelles

Non c’è dubbio che la crisi sanitaria sarà sfruttata da alcune compagini politiche che sono, paradossalmente, tra i primi bacini elettorali dei complottisti per i quali il Covid è solo una immensa impostura. Si pensi all’AfD tedesca: il governo Merkel viene in questo momento criticato dall’estrema destra perché non è stata adottata una linea “prima i tedeschi” dagli stessi referenti dei no-mask, ma il ministro Spahn sta difendendo la sua scelta, dicendo che sono stati ordinati vaccini a sufficienza, e che è un successo della politica tedesca garantire vaccini a tutta l’Unione nello stesso modo. Basterà?

Per quanto pretestuose o male informate possano essere le critiche, molto spesso sono anche pertinenti. Più pericoloso ancora è dare l’impressione che l’Ue non debba affrontare alcuno scrutinio: soprattutto nel momento in cui si fa, per una volta, accentratrice di decisioni e strategie. Quando la diplomazia di Bruxelles commette errori, come è stato evidentemente in estate, deve sopportare il fatto che i dubbi sull’architettura europea e la sua legittimazione possano provenire anche da voci interessate a smantellarle entrambe; questo è uno di quei casi. Solo così l’Ue potrà giustificare la convenienza di farne parte, nella speranza che, a differenza della crisi finanziaria, dei migranti e del debito greco, stavolta non ci siano danni irreparabili.

Fonte: Wired.it

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