“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta” è ciò che si legge sulla tomba di Leonardo Sciascia, nato a Racalmuto il giorno 8 gennaio 1921, 100 anni fa, e morto il 20 novembre 1989, a Palermo.

Una frase che esprime un sentimento di distacco, ironico e dolente, verso la nostra Terra, ma anche una dichiarazione d’amore verso la vita. Non è facile lasciare il “nostro’ pianeta, con la sua bellezza, i suoi dolori, le contraddizioni e la sua dolcezza. Ce ne ricorderemo forse, e sapremo apprezzarlo, quando non saremo più qua. Un’ insopprimibile volontà di memoria che va oltre la morte, oltre lo spazio, come una necessità di infinito.

Scrittore, saggista, giornalista, drammaturgo, critico d’arte e anche maestro di scuola elementare, Leonardo Sciascia ha ancora molto da insegnare a tutti e, in particolare, alle nuove generazioni, nella loro stagione più vorace dell’apprendere, ma anche del demolire, nell’attuale desertificazione di idee e di critica. Dalla geografia intima dei suoi luoghi, che condivideva con amici e familiari, Leonardo Sciascia vede un mondo nel quale non si riconosce.

Racalmuto riassumeva quel mondo eppure ne restava a parte e Sciascia, da quell’ angolazione, riusciva ad analizzare con lucidità la Sicilia e la stessa Italia.

Cosa penserebbe dell’Italia di oggi, Leonardo Sciascia, come il suo capitano Bellodi della Sicilia? La guarderebbe forse con distacco dalla Noce, contrada di Racalmuto, provincia di Agrigento, un posto che non è né mare né montagna, dalla casa di campagna dove lo scrittore era stato portato sin dall’età di sette mesi e dove amava stare? Dalle sue memorie, nei suoi testi, sembra ancora di poter respirare l’aria di quei posti, fra fichi d’India, mandorli in fiore, palme, olivi secolari e giovani corbezzoli.
Lì sono nate e cresciute le sue opere.

Anna Maria, la figlia di Sciascia, ha scritto “Il gioco dei padri. Pirandello e Sciascia” (Avagliano 2009), descrivendo un padre rigoroso, ma amorevole e generoso con la famiglia e con gli amici. Come erano spesso i padri di una volta: severi e autorevoli ma affettuosi, non solo con i figli, ma anche con gli amici. Molto stretto il rapporto di Sciascia con Stefano Vilardo, classe 1922, l’amico fidato, il compagno di classe dell’Istituto magistrale di Caltanissetta, testimoni l’uno alle nozze dell’altro; sempre viva la frequentazione con i cari amici di Palermo, a lui vicini fino alla fine.

Una guida Sciascia è stato anche per Matteo Collura, giornalista e scrittore, autore di “Il maestro di Regalpetra. Vita di Leonardo Sciascia” del 1996.
Sciascia: uno spirito libero, critico, anticonformista, lucido e talvolta impietoso con le contraddizioni presenti nella sua bella Sicilia e nell’umanità stessa.
Pessimista ma anche ironico, pronto alla condanna sociale.

Leonardo Sciascia il giorno 8 gennaio avrebbe dunque compiuto 100 anni. Tutti ovviamente sanno in Sicilia chi è Sciascia, pochissimi hanno letto, capito e studiato i suoi scritti. La maggior parte dei siciliani lo ricorda quasi esclusivamente il bellissimo film di Damiano Damiani, che porta sul grande schermo il romanzo di Sciascia “Il giorno della civetta”. È rimasto celebre anche ciò che disse il padrino mafioso Mariano, esprimendo il suo rispetto per il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi, e dice: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.

E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.»

Verità e menzogna, relativismo pirandelliano e condanna sociale: riflettiamo ancora oggi su quel senso di giustizia pessimistico e sempre deluso di Sciascia.

Un Paese tristemente sempre uguale a se stesso.

Già Dante scriveva:” Ahi serva Italia, di dolore ostello…” nel VI canto del Purgatorio, della Divina Commedia. Leopardi stesso, nel suo “Discorso sopra lo stato presente
dei costumi degl’Italiani”, si soffermò sulla condizione dell’Italia.

Sciascia fece un ritratto di un Paese fondato sul conformismo, la supremazia e l’arroganza del potere e l’omertà.

Ciò che ad oggi è amaro constatare è la ancora incredibile attualità di quanto scritto da Leonardo Sciascia in molte delle sue opere.

“Ministri, deputati, professori, artisti, finanzieri, industriali: quella che si suole chiamare la classe dirigente. E che cosa dirigeva in concreto, effettivamente? Una ragnatela nel vuoto, la propria labile ragnatela. Anche se di fili d’oro.“

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