Da un anno a questa parte stiamo vivendo un periodo veramente pesante.

La pandemia che ha colpito tutto il mondo ha creato tanti problemi, in primis la salute, ma anche un crollo economico che è tremendo quanto il virus. Molte, troppe, sono le persone che hanno perso il lavoro, che non sanno come mantenere decorosamente la propria famiglia.

In tv, vediamo tantissime persone che si rivolgono alla Caritas, per ricevere un piatto caldo. Quante famiglie non sapranno come scaldare la propria casa? Quanti bambini, non potranno nemmeno seguire le lezioni scolastiche perché i genitori non hanno la possibilità di comprare un cellulare, un tablet? Questi dolorosi pensieri, mi riconducono ai racconti che ho raccolto sul mio libro: 17 GENNAIO 1944. Racconti che parlano di miseria, freddo, fame; era la quotidianità.

C’era il Patronato scolastico, per i poveri anche il refettorio.  

La scuola che io ho conosciuto durava fino alla quinta elementare, ma non tutti riuscivano a completarla. Mia madre mi diceva che prima era fino alla sesta, e per lei era un vanto aver fatto tutte e sei le classi. Io ho ripetuto alcune volte e la quarta non l’ho mai fatta.

I libri scolastici non cambiavano, erano sempre gli stessi per tutti gli anni, per i più poveri interveniva il patronato che li dava gratuitamente, sui libri c’era il timbro del Patronato Scolastico, e al termine degli studi si dovevano riconsegnare per farli utilizzare a chi veniva dopo di noi.

A mezzogiorno, finite le ore scolastiche, si andava al refettorio a mangiare, lì si trovavamo anche tante famiglie disagiate, alle quali era dato cibo gratuitamente.

Altre famiglie andavano presso i frati cappuccini, qui usciva all’aperto un frate, frà Antonio, portando un grande calderone d’alluminio pieno di minestra, poi, con un grosso mestolo anch’esso della stessa lega, riempiva di minestra i recipienti di latta, o di coccio, che le persone avevano portato da casa.

 Altre famiglie si rivolgevano presso le suore del Buon Pastore, distribuivano anch’esse da mangiare. Queste minestre servite dai frati o dalle suore erano definite “pacchia” o “sbobba”.

Da non pensare che tutti questi disagi venissero a causa della guerra, questo accadeva già prima.

La gente era molto sofferente.

Esisteva il libretto dei poveri: quando una persona si ammalava, un familiare portava un foglietto del suddetto libretto, con il nome cognome indirizzo dell’ammalato, in farmacia e qui era lasciata la chiamata per il medico condotto, che all’epoca era il dott. Marzetti.

Tutti i giorni passava dalla farmacia; quando trovava “la chiamata”, andava presso l’abitazione del richiedente e visitava la persona senza farla pagare.

Le medicine prescritte non erano come quelle di adesso, in genere erano prodotti galenici ed erano preparate dai farmacisti o dai frati.

Essi, secondo il bisogno, preparavano una cartina con dentro il prodotto che necessitava alla malattia. Questo preparato il malato lo avvolgeva in un’ostia, poi lo bagnava con un po’ d’acqua, dopodiché lo inghiottiva, aiutato ovviamente da un bicchiere d’acqua.

Tra i frati, molto famoso era Padre Daddario che prima stava nel convento a piazza della Morte, poi si trasferì dai frati Cappuccini.

Andava per le campagne o in montagna a raccogliere le erbe migliori nei periodi giusti e confezionava le misture che poi venivano usate come decotti, impiastri, o altro.

uno dei tanti ricordi di vita vissuta”

Rosanna De Marchi

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