A Hong Kong mille poliziotti coinvolti in una retata che ha portato in carcere 53 politici e attivisti del fronte democratico. Ue: «Liberarli subito».

La falce della legge sulla sicurezza nazionale cinese si è abbattuta sull’opposizione di Hong Kong. Alle sei del mattino mille poliziotti sono stati lanciati in una retata che ha portato in carcere 53 politici e attivisti del fronte democratico. L’accusa è «sovversione», il rischio per questo capo d’imputazione è l’ergastolo, in base alla legge imposta da Pechino il 30 giugno 2020. «Questi soggetti avevano cercato di rovesciare il governo della città con un piano malefico», ha detto John Lee Ka-chiu, segretario alla Sicurezza di Hong Kong.

Gli arrestati sono esponenti politici e attivisti che avevano partecipato lo scorso luglio alle primarie informali dell’opposizione per selezionare i suoi candidati in vista delle elezioni per il Legislative Council, che si sarebbero dovute svolgere a settembre ma sono state annullate. È chiaro che «opposizione», in Cina e ormai anche a Hong Kong, equivale a «sovversione»: cercare di convincere la popolazione che ci può essere una forma alternativa a quella del Partito unico è visto come «piano malefico». Nella Repubblica popolare cinese è sempre stato così, dalla sua fondazione nel 1949; l’azione poliziesca di questa mattina vuole dimostrare che la legge vale anche per Hong Kong. A luglio, in due giorni, circa 610 mila cittadini si erano messi in coda davanti ai seggi non ufficiali aperti in 250 negozi, sotto tende in strada, anche in un vecchio autobus dismesso. Quello fu l’ultimo atto di sfida massiccia della City, l’estremo tentativo di spezzare il cappio della repressione stretto da Pechino. «Gli arresti coordinati di più di 50 attivisti pro-democrazia invia il segnale che il pluralismo politico non è più tollerato ad Hong Kong», ha detto Peter Stano, portavoce dell’Alto rappresentante Ue Josep Borrell. «Chiediamo la liberazione immediata delle persone arrestate», ha aggiunto.

«Il popolo di Hong Kong ha fatto un miracolo», disse allora il professor di diritto Benny Tai, vecchio promotore di «Occupy Central» nel 2014 che era tornato a lavorare per la resistenza politica. E Benny Tai è il più noto tra i 53 arrestati della retata di questa mattina. «È uno di quelli che avevano architettato il progetto sovversivo, volevano ottenere 35 seggi al Legislative Council in modo di avere i numeri per mettere il veto all’azione del governo e creare una situazione che avrebbe costretto la governatrice a dimettersi», ha detto l’accusatore John Lee Ka-chiu. Nel gruppo dei 53 ci sono in pratica tutti i candidati del fronte democratico.

E, per la prima volta, c’è anche un cittadino americano, l’avvocato John Clancey. Il legale fa parte dello studio legale Ho Tse Wai & Partners, che rappresenta diversi esponenti dell’opposizione. Clancey è stato anche tesoriere di un’associazione che ha contribuito a organizzare le primarie di luglio. Gli agenti della nuova unità speciale costituita per imporre sicurezza nazionale cinese sono andati a perquisire anche la casa ormai disabitata di Joshua Wong, l’eroe della Rivoluzione degli Ombrelli del 2014 che da novembre è in carcere per una manifestazione illegale di giugno. Cercavano prove per addebitare al giovane dissidente anche capi di imputazione per sovversione e collusione con potenze straniere, dicono gli amici di Wong. I poliziotti sono stati di nuovo anche nella sede di «Apple Daily», il giornale dell’editore Jimmy Lai, in cella da dicembre.

È chiaro che lo scopo è di mettere a tacere tutte le forme di dissenso. L’operazione ha suscitato la condanna di Antony Blinken, nominato da Joe Biden come prossimo segretario di Stato degli Stati Uniti. «Questa ondata di arresti di cittadini democratici rappresenta un’aggressione contro i diritti universali. L’amministrazione Biden-Harris sarà al fianco del popolo di Hong Kong e contro la repressione voluta da Pechino», ha scritto Blinken su Twitter. La Cina di Xi Jinping non ha cambiato linea durante gli anni di Donald Trump, nonostante la guerra commerciale, ci sono poche speranze che riveda adesso la sua politica su Hong Kong. Infatti a Pechino la portavoce del ministero degli Esteri ha commentato: «L’intervento della polizia era necessario, non si possono tollerare crimini di sovversione del potere statale».

Fonte: Corriere della Sera.it

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