Ne avremo anche per tutto il 2021, e chissà per quanto tempo ancora. Se con il virus (e non necessariamente a causa di esso) sono morti oltre 70mila italiani, per colpa del lockdown risultano invece definitivamente scomparse oltre 300 mila imprese.

Sono i terrificanti numeri di Confcommercio, che per il 2020 stima la chiusura definitiva di oltre 390mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi in generale. Fenomeno non compensato dalle 85mila nuove aperture. A questo si aggiunge la perdita di oltre 200 mila partite Iva in qualche modo collegate a queste imprese. Dietro le quali si nascondono lavoratori in negozi chiusi purtroppo per sempre. Il trend di chiusura degli esercizi commerciali dura ormai da tempo ma Confcommercio stima che il numero delle imprese chiuse a causa della pandemia sia di almeno 240mila unità. Aziende che senza il lockdown sarebbero cioè ancora in piedi.

Guadagnano solo i giganti del web

La conta dei danni non si ferma qui. Secondo la Cgia di Mestre, il fatturato perso dalle piccole e medie imprese italiane nel 2020 è quantificato in circa 420 miliardi. E il governo ha messo a loro disposizione, con i vari scostamenti di bilancio effettuati a singhiozzo e senza una chiara prospettiva, 29 miliardi. Nemmeno il 7%. Intere filiere andate completamente rase al suolo.

La più toccata è quella della ristorazione e dell’accoglienza alberghiera.  Ma ne escono irrimediabilmente menomati altri comparti quali i trasporti, la convegnistica e le fiere, il commercio ambulante, lo sport, la cultura, lo spettacolo e come abbiamo visto il commercio al dettaglio non alimentare. E secondo Mediobanca, nel primo semestre del 2020 le multinazionali del web (quindi per definizione non italiane) operanti in Italia hanno invece aumentato il loro giro d’affari del 17%.

Vent’anni per rimetterci in piedi

Ecco la vera faccia del cosiddetto Great Reset. Una suadente espressione anglofona dietro la quale si cela la più devastante distruzione economica e sociale ai danni della nostra classe media. Un furto in piena regola che getta nel lastrico milioni di italiani. Non è una normale crisi economica. È una vera e propria amputazione delle gambe che una volta sparite non consentiranno più di camminare; figuriamoci correre. Secondo il Centro Studi Oxford Economics, l’Italia tornerebbe ad avere il reddito che aveva ai livelli precrisi prima del 2008 soltanto nel 2035.

E nel frattempo non dovrebbe esserci una crisi che una. Previsione fin troppo ottimistica. Anzi, irrealistica. Tanto è vero che se consideriamo il tasso di crescita medio del nostro Pil dal 1999 al 2019 (quindi escludendo il 2020, cioè l’annus horibilis) – pari a un trimestrale +0,11%, che quindi tiene conto delle pesanti recessioni del 2008 e del 2011 (le quali, rispetto a questa, sembrano il paradiso) – l’Italia tornerebbe ad avere quel reddito sul finire del 2040. E purtroppo la stima è ancora ottimistica.

Perché i dati consolidati si fermano al terzo trimestre del 2020 e si arriva a quella data applicando un +0,11% a partire da questo finale del 2020. Impossibile! Infatti, in questo trimestre conosceremo un’altra terribile caduta del Pil, sempre a causa delle zone gialle, rosse o arancioni. Capite cosa vuol dire aspettare il 2040 per avere il reddito del 2008? Che a più di una generazione, fra le quali la mia, sono stati tolti sogni e prospettive.

Esiste un solo modo per recuperare in parte il tempo perduto. Lo dobbiamo ai nostri figli. Ricostruire il nostro Paese come accaduto dopo la Seconda guerra mondiale. Mettendo in circolo la moneta che serve. La nostra. E mollando per sempre questo inferno. Di questo passo e dentro la gabbia dell’euro faremo la fine dell’Argentina. Paese indebitatosi con una moneta non sua. Il dollaro. Come appunto noi con l’euro.

di Fabio Dragoni

Fonte: Nicola Porro

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