Un passaporto per chi ha ricevuto le dosi di vaccino è difficile da implementare e scricchiolante dal punto di vista scientifico. Cosa diversa è un registro nazionale a fini epidemiologici.

Se ne parlava già tra la primavera e l’estate – sempre a sproposito – in relazione ai test sierologici, e ora l’idea di assegnare alle persone patenti d’immunità o passaporti vaccinali è tornata a circolare. L’intenzione potrebbe essere delle più nobili: incentivare l’adesione alla campagna vaccinale, fornendo un buon motivo in più per acconsentire alla chiamata quando arriverà il proprio turno. Tuttavia il passaggio da una dichiarazione d’intenti alla realizzazione pratica di un sistema di questo genere sarebbe molto complessa e lascerebbe spazio a parecchie storture.

E se da un lato è ritenuto da più parti urgente e necessario trovare modi per ridurre il numero degli scettici di fronte ai nuovi vaccini, dall’altro è difficile mettere a punto delle spinte gentili (fare nudging, in inglese) che siano allo stesso tempo efficaci e sensate dal punto di vista etico e sanitario. Consegnare un certificato che faccia da lasciapassare a livello nazionale o internazionale, però, non pare essere l’impostazione migliore.

Alcune criticità del patentino

Prima di poter realizzare davvero un sistema siffatto, bisognerebbe trovare risposta a una serie di domande. Partendo dalle cose più semplici: quanto a lungo dovrebbe valere questa patente, se ancora oggi non sappiamo la durata dell’immunizzazione garantita dal vaccino? E come si gestirebbero le differenze (di efficacia, di durata, di rapidità della reazione immunitaria indotta) tra le diverse formulazioni messe a punto dalle varie case farmaceutiche e che dovrebbero arrivare sul mercato nei prossimi mesi?

Pure ipotizzando che la proposta di limitare in base al patentino l’accesso a stadi, mezzi pubblici, cinema e altri luoghi non ponga criticità dal punto di vista normativo, costituzionale ed etico (cosa che invece è molto probabile), resterebbe poi da capire come gestire tutta quell’area grigia che la campagna di vaccinazione inevitabilmente lascia. Per esempio, ci sono persone che non possono essere vaccinate, per ragioni di disfunzioni immunitarie o per gravi reazioni allergiche pregresse: che dovremmo fare in questi casi? Assegnare d’ufficio il patentino, oppure negarlo a tempo indeterminato? Lo stesso varrebbe peraltro per milioni di bambini e ragazzi, per i quali come noto non c’è alcun vaccino disponibile, né pare possano arrivarne a breve.

E si potrebbe continuare all’infinito. Come sappiamo, il vaccino determina risposte immunitarie differenti da individuo a individuo e in generale non esiste alcuna formulazione che garantisca un 100% di immunità. Si parla secondo gli studi pre-approvazione di un 90%-95% a seconda dei casi, ma è plausibile che a livello di popolazione generale la copertura garantita sia un po’ inferiore. Allo stesso modo, non è ancora stato accertato se i vari vaccini siano in grado di prevenire solo la malattia o anche la trasmissione, e questo potrebbe fare una differenza enorme in termine di regole di contenimento.

Due possibili contro-obiezioni

Va detto comunque che, rispetto ad altre strambe idee circolate negli ultimi mesi, quella del passaporto vaccinale non è la più folle di tutte. Oltre alla questione dell’incentivare le persone, che resta tutta da dimostrare, ci sono almeno due elementi che potrebbero fare di per sé propendere per la creazione dei patentini.

Il primo è che, comunque, è meglio far assembrare solo persone vaccinate che persone miste, vaccinate e non. Aerei o treni a pieno carico, teatri stracolmi e altri punti di accumulazione delle persone sono certamente gli ultimi a poter essere riabilitati. E il poter creare una sorta di immunità di gregge iper-locale, sempre nell’ipotesi che i vaccini prevengano la trasmissione, darebbe l’opportunità di aprire prima, limitando però l’accesso solo a certe persone.

L’altra contro-obiezione, relativa a tutte le evidenti criticità dell’idea del patentino, è che comunque nessuna regola sarà mai perfetta. Del resto in questi mesi ci siamo abituati a procedure burocratiche tra il cervellotico e l’insensato, tra quarantene, doppi tamponi, auto-isolamenti, colori cangianti e congiunti vari. Insomma, se abbiamo costruito e ci siamo tenuti persino l’app Immuni, che di fatto non si è mai capito come andasse usata perché fosse utile, ormai possiamo fare qualsiasi cosa.

Un autogol comunicativo

Oltre alle questioni tecniche, scientifiche e legali, l’idea di un passaporto vaccinale potrebbe creare i danni peggiori probabilmente dal punto di vista della comunicazione e della percezione pubblica.

Anzitutto, l’assegnare il patentino ai vaccinati alimenterebbe una delle più pericolose fake news sui vaccini, che anche l’Istituto superiore di sanità ha tenuto a smentire: il vaccino non è un liberi tutti, né tantomeno dà l’esenzione al rispetto delle precauzioni anti contagio come mascherine e distanziamento. Uno dei motivi, naturalmente, è la già citata dubbia protezione sulla trasmissione del virus. Dare un certificato cartaceo o digitale che certifichi l’avvenuta vaccinazione vorrebbe dire comunicare implicitamente alle persone che è fatta, che possono sentirsi a posto, e potrebbe perciò lasciare passare un messaggio sbagliato e pericoloso per la gestione dell’epidemia. Un po’ come l’idea che indossare una mascherina sia sufficiente a prevenire i contagi.

L’altro punto cruciale di natura comunicativa riguarda il confronto con l’ipotesi dell’obbligatorietà. Certo, quella del patentino potrebbe essere presentata come una versione più soft rispetto all’istituzione di un obbligo vero e proprio, ma poi occorrerebbe capire quanto la mancanza del patentino precluda le attività quotidiane. Se limita poco, sarebbe sostanzialmente un mini-ricatto inutile. Se limita molto diventerebbe invece un obbligo di fatto, perché i senza patente si troverebbero in un sostanziale lockdown prolungato a tempo indeterminato. E trovare la giusta misura sarebbe una sfida per nulla banale: piuttosto, si potrebbe dire, meglio prevedere l’obbligo per specifiche categorie. O magari puntare su buona informazione e rafforzamento della fiducia, anche guardando oltre il Covid-19.

L’ipotesi di un registro vaccinale

Impostazione completamente diversa potrebbe avere un’altra delle ipotesi di cui si sta parlando negli ultimi giorni, ossia l’istituzione di un registro nazionale delle persone vaccinate. In questo senso, proprio come si è tentato di fare in primavera con gli screening sierologici nazionali, l’intenzione non è di fare valutazioni a livello individuale, ma di popolazione generale. Sapere in quali aree del paese (ma anche in quali fasce d’età, o categorie professionali) ci sono più o meno vaccinati può permettere di capire meglio dove è più urgente concentrarsi, oltre che di verificare quanto si stia concretizzando l’effetto protettivo delle vaccinazioni.

La rilevanza di un’iniziativa di questo genere sarebbe a livello di gestione del contagio e della circolazione del virus nel nostro paese, e soprattutto di natura scientifica. Anche perché, come noto, è molto improbabile che la pandemia si risolva completamente nel giro di qualche mese, ma richiederà strategie di medio e lungo periodo per la gestione dei contagi e il contenimento della curva epidemica. Comprendere bene che effetti garantisca il vaccino su milioni di persone è fondamentale per tarare meglio le strategie stesse.

Fonte Wired.it

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