70 anni fa, moriva a Roma il grande Carlo Alberto Salustri, in arte TRILUSSA.

Nacque a Roma il 26 ottobre 1871 da Vincenzo, di professione cameriere, originario di Albano Laziale, e Carlotta Poldi, sarta bolognese. Nel 1872 la sorella Elisabetta morì all’età di tre anni a causa di una difterite.

L’infanzia del poeta fu molto travagliata: due anni dopo, infatti, il 1º aprile 1874, a causa della morte del padre Vincenzo, Carlotta Poldi decise di trasferirsi con il piccolo Carlo in via Ripetta, dove rimase per soli undici mesi, per poi trasferirsi nuovamente, nel palazzo in piazza di Pietra del marchese Ermenegildo Del Cinque, padrino di Carlo.

Trilussa frequentò le scuole municipali San Nicola. In seguito, nell’ottobre 1880, sostenne l’esame per essere ammesso al Collegio Poli dei Fratelli delle scuole cristiane, ma non era molto bravo a scuola e abbandonò presto gli studi.

Nel 1887, all’età di sedici anni, presentò a “Giggi” Zanazzo, poeta dialettale direttore del Rugantino, un suo componimento chiedendone la pubblicazione.

Il sonetto di ispirazione belliana, era intitolato L’invenzione della stampa, sfociava, nelle terzine finali, in una critica alla stampa. Fu pubblicato e accolto con successo.

La sua poesia dialettale è unica. Inimitabili i suoi sonetti, conditi di ironia e sarcasmo, anche se il suo inaspettato e improvviso successo non venne accolto favorevolmente dai belliani che lo accusarono anche di usare un romanesco amalgamato con l’italiano.

Trilussa fu anche padrino di battesimo del radiocronista sportivo dalla voce inconfondibile Sandro Ciotti.

Il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi nominò Trilussa senatore a vita il 1º dicembre 1950, venti giorni prima che morisse (si legge in uno dei primi numeri di “Epoca” dedicato, nel 1950, alla notizia del suo decesso, che il poeta, già da tempo malato, e presago della fine imminente, con immutata ironia, avesse commentato: “M’hanno nominato senatore a morte”).

Mai come oggi la sua satira poetica, è attualissima.

La stretta de’ mano

Quella de dà la mano a chicchessia,
nun è certo un’usanza troppo bella:
infatti te pò succede ch’hai da strigne quella
d’un ladro, d’un ruffiano o d’una spia.

Deppiù, la mano asciutta o sudarella,
quann’ha toccato quarche porcheria,
contiene er bacillo d’una malattia,
che t’entra in bocca e poi va nelle budella.

Invece a salutà romanamente,
ce se guadagna, tanto co l’iggiene,
eppoi nu’ c’è pericolo de gnente.

Perché la mossa te viè da dì in sostanza:
“Semo amiconi … se volemo bene …
però restamo a ‘na debbita distanza”.

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