Aria fredda. Natale si avvicina anche se si nota poco con questo subdolo e maledetto Covid. Alla stazione Termini addobbi dimessi e in tono minore quest’anno.

A pochi giorni dal Natale tutta l’atmosfera che si avverte nella stazione è dimessa e ovattata, a differenza degli altri anni che in questo periodo vedeva un via vai indescrivibile di persone con negozi affollati e calca su scale mobili e androni..

Stamane invece poco movimento, poca gente, poche lucine. Tutti con l’ansia e la paura negli occhi e nel movimento. Diffidenti, distaccati. Tutti un po’ grotteschi nel loro indossare mille colorate mascherine.

Dai grandi schermi 6 per 8 disseminati negli spazi della stazione mi colpisce una immagine.

Orvieto. Viene pubblicizzata alla grande questa bella cittadina ai confini tra Umbria, Lazio e Toscana. Cittadina che dagli schermi emana immagini coloratissime che trasmettono un senso di calore e perfezione, d’impeccabile tenuta.

E io stamane devo proprio recarmi a Orvieto per motivi di lavoro.

Guardo l’orologio. 9,15.. Guardo il tabellone con orari treni. Primo treno utile per raggiungerla parte da Roma Termini alle ore 13,02.

Quattro ore di attesa.

Stridono quelle immagini coloratissime e accattivanti con una simile difficoltà nel poterla raggiungere.

In alternativa leggo che recandomi alla stazione Tiburtina c’è la possibilità di prendere un regionale alle 11,10.

Opto per questa soluzione.

Alle 12,30, treno delle 11,10 da Tiburtina puntuale, arrivo finalmente alla stazione di Orvieto.

Stazione desolatamente vuota. Unica forma di vita un gatto che cammina all’esterno dei binari, giocherellando con un pezzo di pagina di giornale.

Ricordavo che esisteva un bancomat della BNL, comodo per fare prelievi per chiunque arrivasse o partisse.

Mi ci avvicino. Ma con amara sorpresa noto che lo spazio adibito a bancomat è murato con enormi pezzi di legno. Poi scoprirò che la banca l’ha tolto perché non redditizio per loro.

Mi colpisce l’ascensore con l’enorme cartello “in manutenzione”.

Le scale mobili, quelle sono rimaste come un anno fa, non funzionanti.

Però noto degli operai che vi stanno lavorando.

Prima di avviarmi all’uscita mi organizzo mentalmente per comprare una rivista all’edicola.

Resto colpito da ciò che rimane dell’edicola. Uno spazio chiuso abbandonato e squallidamente vuoto, con dei pezzi di legno fradici accatastati sul pavimento. Una sensazione di degrado e sudiciume.

Una immagine deprimente.

Ripenso alle sfavillanti immagini di invito a venire ad Orvieto di quei maxi schermi.

E per un attimo penso di non essere sceso in quella Orvieto.

Ma nella sua brutta copia.

Esco dalla stazione e salgo sul pulmino che mi porterà al Centro Storico. Due signori seduti davanti a me, abbastanza informati e dal linguaggio forbito, parlano di acqua.

Commentano la decisione d’interrompere il servizio a molte famiglie morose, che prese dalle mille difficoltà del momento, non ce l’hanno fatta a pagare le bollette.

Si lamentano del fatto che l’acqua pubblica ad Orvieto costa agli utenti oltre il 25 % in più della media dei costi nazionali. In pratica in questo delizioso paesino del Centro Italia l’acqua costa più del vino.

Ma non mi interessano certi argomenti, e giro lo sguardo a osservare il percorso del pulmino sulla strada in continua salita e piena di grandi curve a gomito.

Sedute di fronte due belle signore parlano invece di scuola.

Una delle due, la più piacente, dai lineamenti regolari e sensuali e con uno sguardo che ti segna, parla della figlia che frequenta la scuola media Signorelli a Piazza Marconi.

Racconta di avere avuto un problema e di aver inviato una mail alla Dirigente della scuola. La quale l’ha prontamente ricevuta adoperandosi a risolverle il problema.

Anche io ho una figlia che frequenta la prima media in una scuola romana, e ogni volta che qualche genitore ha un problema deve sudare sette camicie per essere ricevuto dalla Dirigente Scolastica, che poi quasi mai interviene per rimuovere la criticità.

Penso con un mezzo sorriso e un po’ d’invidia che dovrei trasferire la figlia in questa scuola a Orvieto, o sperare che questa Dirigente Scolastica chieda il trasferimento alla scuola di mia figlia.

Interrompo i miei pensieri perché il pulmino è arrivato a piazza Cahen. Mi incammino per via Postierla, direzione Duomo, tappa finale della mia escursione orvietana.

Rimango colpito dalla pessima tenuta della strada.

Buche, striature, strani e disordinati avvallamenti dell’asfalto.

Penso con orrore a tutti i proprietari di due ruote. Come faranno a non cadere per terra con una strada simile..

Giungo davanti al Duomo. Sempre un incanto la sua vista. Guardo di fronte l’albergo chiuso da mesi, il ristorantino ai suoi piedi anche esso chiuso da mesi.

Nel grosso spiazzale non c’è una persona. Un senso di fredda desolazione.

Unici miei compagni che sembrano voler spezzare la mia solitudine mentre ritorno a piazza Cahen, percorrendo corso Cavour , sono alcune sagome di cartone raffiguranti improponibili musicisti.

Un senso di tristezza mi prende la mente, pensando a questa Orvieto con tanta miseria e poca nobiltà, con tanta ricchezza di immagini ma tanta povertà reale.

E la mente mi ritorna a quelle brillanti e sfavillanti immagini della stazione Termini.

Cosi colorate, perfette, accattivanti e sfavillanti.

Immagini di una Orvieto che non esiste, se non nella fantasia…

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