8 dicembre 1980. La sveglia presto. Il servizio fotografico della Leibovitz. Quel bacio a Yoko. Chapman, l’assassino, che lo aspetta sotto il Dakota. I proiettili alle spalle. La corsa in ospedale. La morte. La notizia data in Tv per un caso. Un racconto al rallentatore delle ultime ore di vita dell’ex Beatle.

Lunedì 8 dicembre 1980 è una giornata incredibilmente mite a New York. Si toccheranno i 18 gradi. Al settimo piano lato Est del Dakota Building, nell’appartamento con quattro camere da letto e uno splendido affaccio sul Parco con parziale vista su The Lake abitato dai Lennon, ci si sveglia presto. Ma attenzione, questa non è una novità.

Chi pensa che la coppia di artisti più popolare e discussa del mondo faccia vita sregolata si sbaglia di grosso. A testimoniare ciò i facoltosi coinquilini di John e Yoko che sette anni prima avevano faticosamente dato il benestare (atto necessario e dall’esito affatto scontato nei condomìni di New York, tant’è che l’agente immobiliare che segui l’operazione parlò di un vero miracolo) all’acquisto da parte dei Lennon della proprietà messa in vendita da Robert Ryan.

Ryan era un attore dal passato luminoso. Nel dopoguerra aveva preso parte a innumerevoli pellicole di Hollywood arrivando a una candidatura al premio Oscar come migliore attore non protagonista nel 1947 per la sua interpretazione del cattivo Montgomery, assassino antisemita (nel romanzo era omofobo, ma sarebbe stato troppo per la Hollywood degli anni 40) di Odio Implacabile (Crossfire). Ryan veniva spesso chiamato per interpretare parti da duro o da cattivo in pellicole noir, western e in film di guerra. Cattivo sullo schermo ma buono e impegnato nel sociale nella vita reale. Buono e innamorato della moglie Jessie, così innamorato che alla sua morte per cancro nel 1972, Robert decise di vendere la casa dove avevano vissuto insieme e cresciuto i loro tre figli e di trasferirsi all’88 di Central Park South dove morirà anche lui di cancro nel luglio del 73.

Prima di insediarsi al Dakota i Lennon chiesero a un medium di organizzare una seduta spiritica per garantirsi che l’appartamento non fosse abitato da spiriti maligni. Nel corso della seduta si manifestò lo spirito di Jessie Ryan che fece sapere ai Lennon che riteneva quella casa ancora sua e che avrebbe continuato ad abitarla, ma non aveva nulla in contrario al loro ingresso e li avrebbe lasciati vivere la loro vita in pace. Dopo l’approvazione dei coinquilini anche quella dei fantasmi: il trasloco dal loft un po’ hippie di Bank Street, West Village, all’aristocratico interno 72 del Dakota poteva avere inizio.

Yoko si prese la briga di chiamare Lisa, la figlia minore dei Ryan, per dirle che sua madre abitava ancora felicemente in quell’appartamento con loro. “Se il fantasma di mia madre è davvero da qualche parte, io penso che sia qui vicino a me e non certo lì con voi” fu la sua risposta. Stravaganze da artisti, dunque, ma incastonate in una vita tutto sommato regolare, soprattutto dal 9 ottobre del 1975 quando, nel trentacinquesimo compleanno di John, Yoko mise al mondo il piccolo Sean.

La mattina dell’8 dicembre 1980 c’è comunque un motivo in più per attivarsi presto: in casa Lennon è attesa la fotografa Annie Leibovitz che deve realizzare un servizio per Rolling Stone. Lennon ha appena pubblicato (il 17 novembre) Double Fantasy, primo album dopo 5 anni di assoluto silenzio nel corso dei quali si è concentrato soprattutto a fare il papà. John aveva già avuto un figlio, Julian, dalla prima moglie Cynthia. Ma era il 1963, piena beatlemania, anni in cui John (e Paul e George e Ringo) erano personaggi di dominio pubblico, nel senso più stretto del termine, quello che esclude a loro stessi la possibilità di determinare i propri movimenti, le proprie azioni.

Qualcosa di molto vicino alla definizione di “prigioniero”. Dodici anni dopo e in una città come New York, abituata a masticare e digerire con noncuranza qualsiasi cosa attraversi il suo abbacinante caos, a John è permesso uscire di casa in bicicletta con Sean e farsi un giro al Parco passando del tutto inosservato. Il massimo della scocciatura è qualche autografo da firmare al piccolo drappello di fan che – quasi ogni giorno e quasi in qualsiasi condizione atmosferica – stazionano davanti all’ingresso del Dakota sperando di incrociare l’ex Beatle.

Drappello che non manca neppure quell’otto dicembre e che è già posizionato davanti all’ingresso sulla 72esima strada quando, poco dopo le 9, la Leibovitz si fa annunciare ai Lennon. Annie sale al settimo piano, chiacchiera, allestisce, scatta. Verso le 11.00 è soddisfatta del lavoro fatto, ma John no. Insiste per essere fotografato insieme a Yoko. Leibovitz è riluttante. Jann Wenner, co-fondatore ed editore della rivista, le ha affidato un incarico ben preciso: porta a casa uno scatto come quello di Unfinished Music No. 1 ma senza Yoko. Unfinished Music No. 1 è il primo album solista di John Lennon, registrato insieme a Yoko Ono in un’unica notte il 19 maggio del 1968. Si tratta di un lavoro sperimentale e d’avanguardia che ben poco aveva a che fare con la musica prodotta dai Beatles in quel periodo.

La foto di copertina a cui fa riferimento Wenner è un nudo integrale frontale (sul fronte del disco e posteriore sul retro) di John e Yoko, scattato (anzi, autoscattato) nell’appartamento londinese di Ringo Starr ai primi di ottobre del ’68. Ovviamente l’iniziativa fece molto scalpore all’epoca e l’album fu distribuito nel novembre di quell’anno, ma “protetto” da una sovracopertina marrone che lasciava intravedere solo i volti dei due artisti. Per Wenner però quello scatto ha un’importanza evocativa particolare. Chiese e ottenne di poterlo utilizzare (nella versione “posteriore”) per la copertina del numero di Rolling Stone celebrativo dell’anno di vita della rivista, nel novembre del 1968, raddoppiando le vendite. Del resto proprio una foto di Lennon aveva tenuto a battesimo la copertina del primo numero di Rolling Stone. Era il 9 novembre del 1967 e si trattava dello scatto di Douglas Kirkland sul set del film How I Won the War: un primo piano di John che fischietta con l’elmetto militare in testa.

Alla fine Leibovitz cede alle richieste pressanti di Lennon e scatta con una Polaroid una serie di foto dei due insieme. Prima vestiti, poi – questa è la sua richiesta – nudi. John si spoglia senza problemi, ma Yoko non è disposta a togliersi i pantaloni. “Allora non toglierti nulla” le dice la fotografa. E’ l’intuizione giusta. Ne esce quello scatto di John nudo che, in posizione fetale, abbraccia Yoko baciandola su una guancia. A occhi chiusi. Mentre lei guarda un altrove oltre la sua testa. Leibovitz cercava un bacio simile a quello che i due si scambiano sulla copertina di Double Fantasy, ma trova qualcosa di molto più potente, e non solo per le tragiche circostanze che seguiranno.

“This is it. This is our relationship” è ciò che esclama Lennon dopo avere visto lo scatto. “E’ la foto della mia vita – dirà in seguito la Leibovitz – quella per la quale verrò ricordata”. La foto diventerà la copertina di Rolling Stone del 22 gennaio 1981 e nel 2005 verrà indicata dalla American Society of Magazine Editors come migliore copertina di una rivista degli ultimi 40 anni.

Nel drappello che sosta davanti all’ingresso del Dakota quella tiepida mattina c’è anche Mark David Chapman, l’uomo del destino. Ha con sé, come molti altri, una copia di Double Fantasy. A differenza di tutti gli altri ha in tasca anche una copia del libro Il Giovane Holden di J.D. Salinger e una rivoltella, una Charter Arms “Undercover” calibro 38, che ha armato con cinque proiettili a punta cava.

Chapman è nato 25 anni prima a Fort Worth, in Texas, ma ora vive a Kailua, Hawaii dove ha sposato Gloria Hiroko Abe, americana di genitori giapponesi. Soffre di depressione e di vari disturbi psichici che lo hanno portato a un tentativo di suicidio e ad alcuni ricoveri. Ciononostante, per vivere fa la guardia giurata. A New York arriva con il dichiarato intento di uccidere John Lennon. Dichiarato giorni prima di partire per New York alla moglie Gloria. Le parla a lungo della sua ossessione e le mostra il revolver e le munizioni, ma lei non avvisa la polizia e nemmeno i servizi sociali. Il 7 dicembre Chapman incontra nella stazione della metropolitana della 72esima strada il cantante James Taylor, lo riconosce e gli si rivolge sovraeccitato farneticando di suoi fantomatici progetti artistici dei quali – dice – John Lennon sarebbe stato al corrente ed entusiasta.

Quella notte, in una lunga telefonata, racconta tutto alla moglie e conviene che sia necessario chiedere aiuto a qualcuno. Consapevolezza che lo abbandona al risveglio la mattina successiva, quando lascia la sua stanza allo Sheraton per recarsi un’ultima volta sotto il Dakota.  In mattinata Chapman familiarizza con alcuni fan di Lennon che stazionano con lui davanti all’ingresso del Dakota. In particolare con Jude, Jerry e un fotografo amatoriale, Paul Gores. Nel corso della mattinata c’è anche un primo contatto di Chapman con i Lennon, ed è con il piccolo Sean. I genitori sono stati “sequestrati” dalla Leibovitz e così ad accompagnare il piccolo Sean per una passeggiata è la tata Helen Seaman.

All’uscita dal Dakota Sean viene riconosciuto, Chapman gli si fa incontro, gli fa un complimento, una carezza sulla testa. Helen Seaman non è una tata qualsiasi: è la moglie di Norman Seaman, famoso impresario newyorkese di giovani artisti d’avanguardia. E’ un uomo che ha passione per questo lavoro e per l’arte d’avanguardia, ci crede davvero. E’ il numero uno perché riesce sempre a trovare un teatro off-Broadway disposto ad accogliere uno dei suoi artisti sconosciuti, un giornalista disposto a fare una recensione. E riesce sempre a fare il tutto esaurito. Poco conta che in realtà regali la maggior parte dei biglietti. Lui lo fa perché non vuole che un teatro mezzo vuoto possa turbare l’artista e rovinare la performance. Tanto amore, poco guadagno. Infatti è costretto a vivere nel Bronx in una casa modesta con Helen, numerosi figli, un esercito di gatti e un beagle.

Yoko Ono lo conosce grazie al di lei primo marito, Toshi Ichiyanagi, compositore d’avanguardia. Seaman la aiuterà ad affermarsi portandola dai loft e le gallerie di Downtown Manhattan, dove era di casa, alla più popolare vetrina di Midtown, mettendo in scena il 24 novembre del 1961, il suo recital “A Grapefruit in the World of Park” (il cui sottotitolo era “Piece per fragole e violino”) alla Carnegie Recital Hall, una sala da 298 posti (ovviamente tutti esauriti) collocata al terzo piano nel palazzo della prestigiosissima Carnegie Hall. Il legame tra Norman Seaman e Yoko Ono non si scioglierà mai e, anzi, si stringerà notevolmente con l’arrivo dei Lennon a New York. Tanto da portare Helen a essere scelta come tata di Sean, convivente con i Lennon al settimo piano del Dakota, e da dare in uso a Norman uno degli altri 5 appartamenti acquistati nel tempo dai Lennon nel Building.

Quel breve contatto con Sean dà a Chapman la conferma che i Lennon sono a New York, sono in casa. La mattina scorre senza ulteriori emozioni. All’ora di pranzo Jude e Chapman si allontanano per mangiare qualcosa insieme. Lei gli chiede delle Hawaii, parlano del più e del meno, poi tornano in postazione in attesa che qualcosa accada. E qualcosa accade. Sono da poco passate le 5 e mezza del pomeriggio quando una limousine grigia si ferma davanti all’ingresso del Dakota. Chapman capisce che potrebbe essere il momento buono e si avvicina alla limousine. In quel momento i Lennon escono dal Dakota e vanno verso la vettura. Yoko va spedita ed entra in macchina mentre John si ferma a firmare qualche autografo. Chapman è paralizzato. Paul Gores, il giovane fotografo amatoriale, lo spinge fisicamente verso John e lo incita: “Hey, cosa fai? Dai, è il tuo momento. Sei qui che aspetti da tutto il giorno, sei venuto dalle Hawaii… vai a prenderti il tuo autografo!”.

Chapman si desta e meccanicamente allunga la sua copia di Double Fantasy a John assieme a una biro Bic blu e gli chiede un autografo. “Sure”, certamente, risponde John che prende l’album e la biro, sceglie una zona chiara della foto di copertina, in corrispondenza del collo di Yoko Ono, e fa un autografo sotto il quale scrive “1980”. Poi alza lo sguardo e dice a Chapman: “E’ tutto? Vuoi qualcos’altro?”. La scena è fissata in uno scatto di Gores dove si vede Lennon in primo piano che autografa l’album e Chapman dietro di lui, sulla destra. E’ l’ultima immagine di John Lennon in vita.

Chapman non ha altre richieste e John raggiunge Yoko sulla limousine che li condurrà al Record Plant Studio, tra 44esima e Ottava, dove i due sono attesi per lavorare su Walking on Thin Ice, un brano di Yoko prodotto da John che suona anche la chitarra solista.   Chapman sente che il suo Maelstrom si sta avvicinando e prova a invertire la rotta. Chiede a Gores di non andarsene, invita a cena Jude. In una delle pochissime interviste rilasciate in questi quarant’anni Chapman spiegherà che quelle richieste erano un tentativo disperato della parte sana di sé di dare un finale diverso alla storia.

Se Jude avesse accettato il suo invito a cena lui se ne sarebbe andato di lì. E, no, non voleva che Gores restasse per immortalare il suo atto di follia, voleva che restasse per impedirgli di commetterlo. Entrambi rifiutano e lasciano la 72esima per fare ritorno alle loro case e, inconsapevoli personaggi di questa tragedia omerica, per dare modo al destino di compiersi.

E il destino puntualmente si compie, mettendo in fila un’altra serie di casualità. Alle 22.30, terminato il lavoro in sala di registrazione John e Yoko decidono di fare ritorno a casa invece di andare direttamente a cena. John decide di passare a dare la buonanotte a Sean prima di recarsi allo Stage Deli sulla settima, a due isolati dalla Carnegie Hall, per mangiare qualcosa con Yoko. I Lennon decidono di farsi lasciare davanti all’ingresso della Dakota invece di farsi accompagnare fino nel cortile interno. Sono pochi passi, quindici, venti metri al massimo, ma faranno la differenza tra la vita e la morte.

Sono le 22.50 quando Yoko scende per prima dalla limousine, lato sinistro, e cammina verso l’ingresso. Dopo di lei scende John che la segue a circa 5 metri di distanza. Chapman appoggia la sua copia autografata di Double Fantasy in una fioriera. Si mette alle spalle di Lennon e dalla distanza di circa 3 metri gli scarica addosso tutti e cinque i proiettili del suo revolver. Quattro vanno a segno. Tre di questi lo trapassano attraversando il polmone sinistro e l’arteria succlavia sinistra. Uno dei tre, dopo aver attraversato il torace, finisce la sua corsa nel braccio sinistro. Il quarto resta conficcato nell’aorta. Il quinto, quello che non va a segno, infrange una vetrata del Dakota.

Lennon perde sangue copiosamente dalle ferite e dalla bocca, ma ha la forza e il tempo per cercare riparo salendo cinque gradini all’interno del palazzo e per dire “I’m shot, I’m shot”. Yoko dapprima istintivamente scappa, poi torna indietro e si getta sul corpo di John oramai collassato a terra. Jose Perdomo, portiere del Dakota, corre verso un immobile e assente Chapman, gli toglie la pistola di mano e la getta lontano. Poi gli urla “Ma ti rendi conto di che cosa hai fatto?”. Chapman, calmo, risponde: “Sì, ho appena sparato a John Lennon”. Jay Hastings, assistente di Perdomo, soccorre Lennon. Gli apre la giacca di pelle nera e solleva la maglia per provare a tamponare le ferite, ma di fronte al torace squarciato di John desiste, lo copre con la giacca della sua uniforme, gli toglie gli occhiali coperti di sangue e chiama il 911.

Nel frattempo Chapman, inerme e disarmato, si è tolto la giacca (per rendere evidente alla polizia, quando arriverà, che non ha altre armi addosso) e ora è in piedi, con una t-shirt dell’album Hermit of Mink Hollow di Todd Rundgren addosso, davanti all’ingresso del Dakota che legge la sua copia de Il Giovane Holden.   Gli agenti Steven Spiro e Peter Cullen con la loro volante sono all’angolo tra 72esima e Broadway quando arriva la chiamata. In meno di 2 minuti sono al Dakota, ammanettano Chapman e lo fanno sedere sul sedile posteriore della macchina. Chapman non oppone alcuna resistenza. La volante con gli agenti Herb Frauenberger e Tony Palma è tra 82esima e Columbus Avenue e arriva poco dopo. Palma scende e vede i colleghi che stanno mettendo in sicurezza Chapman. Chiede: “Dov’è il ferito”. “E’ dentro”, gli rispondono.

Entra e trova John faccia a terra, in un lago di sangue. Capisce che la situazione è disperata. Prende John per le braccia mentre Frauenberger lo solleva per le gambe e lo portano fuori. Non c’è tempo per aspettare un’ambulanza bisogna correre in un ospedale. Palma e Frauenberger sistemano John sul sedile posteriore di un’altra volante appena arrivata. Alla guida c’è l’agente Jim Moran, 45 anni, con lui c’è Bill Gamble. Moran i Beatles li aveva visti da vicino nel 1964, quando, giovane poliziotto, aveva dovuto difendere dagli assalti delle fan impazzite il Delmonico Hotel, su Park Avenue e 59esima, dove i quattro occupavano la suite all’ultimo piano. Dove Dylan andò a trovarli portando con sé un po’ di erba da fumare. Dove fu la loro prima volta. Dove ebbe inizio una incredibile corsa che quella notte stava finendo sul sedile posteriore della sua volante.

Moran parte verso il St. Luke’s – Roosevelt Hospital all’1111 di Amsterdam Avenue, poco meno di quattro chilometri dal Dakota, quasi tutti corsi a sirene spiegate su Central Park West in direzione Nord. Moran non si capacita, si volta e chiede “Ma tu sei John Lennon?”. John rantola qualcosa, ma è impossibile dire se abbia coscienza di ciò che accade. Mentre guida Moran chiama il Roosvelt Hospital e chiede di prepararsi ad accogliere un uomo ferito in condizioni disperate. Tutti i medici in servizio al pronto soccorso del Roosvelt interrompono ogni attività e si preparano a gestire l’emergenza.

Alle 23.00 la volante di Moran arriva al pronto soccorso del Roosvelt. John non respira e il suo cuore ha smesso di battere. Viene caricato su una barella e portato di corsa in una sala per le emergenze. Immediatamente dopo al Roosvelt arriva una seconda volante, quella degli agenti Palma e Frauenberger che si sono occupati di accompagnare Yoko Ono.   Tra i pazienti trattati in quel momento al Roosvelt Hospital, appoggiato su una barella in un corridoio del pronto soccorso, c’è Alan Weiss. Alan Weiss ha 29 anni ed è senior producer, l’equivalente di un giornalista, della popolare trasmissione di informazione Eyewitness News su Channel 7.  E’ stato trasportato lì in seguito a un incidente stradale. Attraversava Central Park in sella alla sua Honda 650 senza casco quando un taxi lo ha fatto cadere. Ha battuto la testa, gli fischiano le orecchie ed è confuso.

Una dottoressa ha appena cominciato a occuparsi di lui quando arriva la chiamata per un’emergenza: sta arrivando un uomo gravemente ferito. Weiss può attendere. Per quanto confuso non può non vedere ciò che gli passa davanti agli occhi: medici, infermieri e due poliziotti spingono una barella che trasporta un uomo coperto di sangue. Entrano esattamente nella stanza affianco all’ingresso della quale è posizionato lui. I due poliziotti escono e si fermano per un istante a pochi passi da lui. “Incredibile, John Lennon…”. Weiss si sveglia dal suo torpore e chiede al poliziotto “Scusi, vuol dire che quello è John Lennon?” I poliziotti non rispondono e se ne vanno. Weiss allunga biglietto da visita e biglietto da venti dollari a un inserviente e gli chiede di chiamare il numero del suo ufficio per dare la notizia che probabilmente hanno sparato a John Lennon. L’inserviente si allontana.

Torna un uomo della security dell’ospedale che dice a Weiss che nessuna persona dello staff può fare telefonate per conto dei ricoverati e gli restituisce il biglietto da visita. Anche lui non risponde alla domanda di Weiss: “Ma quello è John Lennon?”. Per quanto confuso Weiss non può non vedere ciò che continua a passargli davanti agli occhi. E questa volta ciò che vede è una donna dai lineamenti asiatici, con un cappotto di pelliccia che piange disperata. Non può essere sicuro che sia Yoko Ono, ma il puzzle comincia ad avere tante tessere al posto giusto. Weiss si alza dalla sua barella e va in cerca di un telefono a monete. Un altro uomo della security prova a fermarlo, ma un poliziotto gli dice di lasciarlo andare.

La serata non ha bisogno di ulteriori complicazioni. Weiss riesce finalmente a chiamare la redazione. Dall’altra parte del telefono c’è Neil Goldstein che gli conferma di avere ricevuto la notizia di una sparatoria al Dakota e di avere già inviato una troupe. Tutto coincide. Weiss rientra e torna alla sua barella. Da una finestra di vetro che affaccia sulla sala dove è stato portato John vede ciò che accade all’interno. I medici stanno tentando una operazione di rianimazione estrema, con un massaggio cardiaco a cuore aperto. Qualcuno si accorge dell’osservatore indiscreto e Weiss, sulla sua barella, viene trasferito in una saletta adiacente.

In quel momento la radio del Roosvelt Hospital per un caso davvero incredibile inizia a trasmettere All My Loving, la prima canzone suonata dai Beatles il 9 febbraio 1964 alla loro prima apparizione all’Ed Sullivan Show davanti a una platea di 73 milioni e 700 mila telespettatori in occasione della prima tournée americana dei quattro: “Close your eyes and I’ll kiss you, tomorrow I’ll miss you…”Chiudi gli occhi e io ti bacerò, proprio come questa mattina davanti alla Polaroid di Annie Leibovitz, proprio come sulla copertina di Double Fantasy.

Passa non più di un minuto e mezzo e Weiss sente una voce di donna urlare “No, no, oh no”. Attraverso la porta vede passare Yoko Ono abbracciata a Devid Geffen, il padrone della Geffen Record, etichetta con la quale i Lennon hanno pubblicato Double Fantasy. A Yoko era appena stata data la notizia che alle 23.15 i medici avevano abbandonato ogni tentativo di rianimare John che era stato dichiarato “morto all’arrivo”. Poco dopo Weiss viene raggiunto dalla dottoressa che lo aveva preso in carico al suo ingresso. Le chiede subito: “E’ morto? Era Lennon?”. La dottoressa gli dice che non può rispondere e che comunque ci sarà una conferenza stampa tra 40 minuti. Il tempo che Yoko ha chiesto per raggiungere Sean al Dakota ed evitare che apprenda la notizia dalla televisione. Ma questo Weiss non lo sa.

Lascia la stanza e si precipita al telefono per dare la notizia. Viene messo immediatamente in collegamento con una radio del network ABC, al quale appartiene Channel 7, che sta trasmettendo in diretta e rilascia un’intervista al volo. La notizia viene contestualmente comunicata al presidente di ABC News, Roone Arledge che decide di farla dare immediatamente in Tv. In quel momento ABC sta trasmettendo in diretta il Monday Night, la partita del lunedì sera del campionato di football americano NFL. In campo ci sono i Miami Dolphins e i New England Patriots. Telecronisti Frank Gifford e Howard Cosell. Si gioca a Miami, la partita è cominciata alle 21.00 e stanno per finire i tempi regolamentari. Il risultato è di 13-13; New England blocca il cronometro con un timeout a 3 secondi dal termine e manda in campo il kicker John Smith che tenterà un calcio dalle 20 yard che può valere l’incontro.

Frank Gifford commenta in diretta: “John Smith è in campo, ma ora non ci interessa ciò che sta accadendo in campo. Howard, devi dire che cosa abbiamo saputo” e passa la parola a Cosell, che Lennon lo aveva anche intervistato, proprio durante un Monday night, sei anni prima. “Sì, lo dobbiamo dire. Ricordiamo che questa è solo una partita di football, non importa chi vince e chi perde. E’ accaduta una indescrivibile tragedia, confermataci dai colleghi di ABC News a New York: John Lennon, davanti alla sua abitazione di New York, probabilmente il più famoso di tutti i Beatles, è stato colpito da un arma da fuoco due volte alla schiena, trasportato al Roosvelt Hospital è stato dichiarato morto all’arrivo”.

Sono le 23.40 dell’8 dicembre a New York come a Miami. Il calcio di Smith verrà bloccato dalla difesa dei Dolphins. La partita andrà al supplementare e il risultato finale sarà 16-13 per Miami.

FONTE: Rai News.it

 

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