Tra i più grandi pensatori nell’ambito della letteratura italiana novecentesca non poteva che finire Luigi Pirandello, un uomo in grado di comporre disegni di parole tali da sovvertire tutti i pensieri che stanno alla base delle nostre vite quotidiane.

L’opera di cui vogliamo parlare oggi è un romanzo che nella vita cronologica del genio di Agrigento si pone all’ultima posizione: Uno, Nessuno e Centomila; prima di esso altri capolavori assoluti come Il Fu Mattia Pascal e I Vecchi e i Giovani.
Ciò che in ognuna di queste meraviglie ritorna è in modo assoluto la filosofia del relativismo conoscitivo, disparata in mille sotto-correnti o riflessioni minori; tutti conosciamo la visione grottesca del mondo pirandelliano con le maschere, ma c’è anche altro come la lanterninosofia (apparsa proprio nel “Fu“) o l’incomunicabilità umana.

Uno, Nessuno e Centomila, divenuta anche spesso opera teatrale di grande successo (nella forma del monologo) narra delle avventure di Vitangelo Moscarda (Gengè), figlio di un banchiere usuraio che ne ha ereditato un incancellabile pregiudizio prima che i favori economici.

La riflessione sul relativismo conoscitivo e le maschere umane è subito tema forte del romanzo: il protagonista si accorge di avere un difetto al naso mai notato prima, e da lì, grazie alla capacità retorica fuori dal comune di Pirandello, viene travolto in una sorta di follia che gli fa perdere tutto. Si accorgerà, infatti, che oltre ad aver avuto sempre quel difetto fisico, se ne è portato anche dietro fin da bambino un altro, e cioè quello economico del padre, il quale pur essendo un’altra persona, per la mentalità bigotta dell’uomo (soprattutto in riferimento al “paese” come è ben visibile nel romanzo d’esordio L’Esclusa) non poteva che essere ricondotto al figlio.

L’esempio perfetto, ricorrente nell’opera pirandelliana, è quello del pazzo/folle: Moscarda comincia ad agire in una maniera che per gli altri è del tutto illogica, ma che invece, nel suo io, ha un senso profondo. Avendo iniziato a vedersi “da fuori”, come scisso in due , il protagonista cerca di sovvertire tutto ciò che i suoi conoscenti avevano dato per scontato, mettendo in dubbio, con forza iperbolica, tutto il mondo fatto di relativismo e apparenze in cui viviamo.

Da queste apparentemente ingenue soluzioni, il siciliano riesce a tirar fuori un romanzo-saggio in grado di porre il lettore in condizione di mettere in dubbio tutto ciò di cui vive. Affetti, credenze, traguardi, stima di sé: chi incontra quest’opera ne esce in modo del tutto diverso da quello in cui vi è entrato.

Il libro si chiude con l’apparente ritiro di Vitangelo e una sorta di follia che però, a un occhio più attento, si scoprirà essere caratteristica del resto del mondo, e meno di tutti del nostro protagonista.

Il relativismo conoscitivo, già riscontrabile dal titolo, risiede nel fatto che ognuno di noi tiene di conto la propria realtà credendo che essa sia la sola e unica vera, non contando che per alcuni possa non valere nulla o addirittura possa valere in modo completamente opposto, e in centomila altri modi. Il pensatore novecentesco arriva silenziosamente alla conclusione che nulla si possa fare per cambiare questo mondo: la gente continuerà ad ascoltare solo la propria realtà, e ciò che ne deriverà per l’eternità sarà una mancanza di comunicazione totale incolmabile.

Brevi estratti da Uno, Nessuno e Centomila:

“Non mi conoscevo affatto, non avevo per me alcuna realtà mia propria, ero in uno stato come di illusione continua, quasi fluido, malleabile; mi conoscevano gli altri, ciascuno a suo modo, secondo la realtà che m’avevano data; cioé vedevano in me ciascuno un Moscarda che non ero io non essendo io propriamente nessuno per me: tanti Moscarda quanti essi erano.”

“La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi é destinata a scoprire l’illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.”

“Che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci, non ci siamo intesi affatto.

“Ogni realtà è un inganno.”

“Una realtà non ci fu data e non c’è, ma dobbiamo farcela noi, se vogliamo essere: e non sarà mai una per tutti, una per sempre, ma di continuo e infinitamente mutabile.”

“Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire.”

“Che relazione c’è tra le mie idee e il mio naso? Per me, nessuna. Io non penso col naso, né bado al mio naso, pensando. Ma gli altri? Gli altri che non possono vedere dentro di me le mie idee e vedono da fuori il mio naso?”

Un video del romanzo raccontato in 3 minuti:

 

By Simone Chiani

Nato nel 1997. Viterbo. Diplomato al Liceo Psicopedagogico e laureato in Lettere Moderne. Autore dei libri Evasione (Settecittà, 2018) e Impronte (Ensemble, 2020).

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