Dalle curve morbidezze della “Venere” alle pienezze cromatiche di Tamara de Lempicka sino alle distorsioni cubiste, la figura femminile é uno dei grandi topos dell’arte universale.

Donna-madre natura é un archetipo che affiora spesso dal retrobottega della coscienza. Da tale siffatto materiale primordiale Maria Ester Campese (Campey) distilla immagini che raccontano un “altrove”.

L’hanno chiamata la “pittrice delle donne”; forse é più corretto dire “della donna”, perché le donne che Ester mette sulla tela sono astrazioni di un’unica circolazione tematica: la natura femminile. Per renderci più facile la percezione di tale universo, Campey usa un espediente pittorico-narrativo: l’immobilità. Fate attenzione! L’ immobilità della figura della figura di Campey non coincide affatto con la staticità dell’immagine pittorica o fotografica; ciò che Campey mette in scena è l’astrazione. Ossia quella particolare operazione cognitiva che dall’oggetto ci conduce all’essere. A modesto parere di chi scrive, la caratura stilistica dell’artista é proprio qui: saper estrarre l’essenza delle cose e consegnarla all’intelligenza collettiva. L’artista é il mediatore fra un’offerta oggettiva e una domanda soggettiva e l’arte é filosofia fatta con altri mezzi.

Per Campey la figura femminile é la via più breve per arrivare ai confini del mondo. Le sue opere sono ricche della freschezza e della spontaneità che ogni donna e ogni persona dovrebbe coltivare.

Anna Maria Stefanini

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