È fredda e triste quella mattina del 2 dicembre 1938. Antonia Pozzi, poetessa e insegnante, va regolarmente a scuola; i ragazzi la scorgono però piangere sommessamente.

Verso le 11 accusa un «malore»; saluta i suoi allievi sollecitandoli a «essere buoni» e si dirige a Chiaravalle, nella periferia milanese, un luogo dove si andava in bicicletta e dove aveva trascorso lunghi pomeriggi di studio. Si sdraia in un prato, e, assunta una dose massiccia di barbiturici, si lascia morire.

È troppo tardi quando un contadino la scorge e dà l’allarme; viene portata al Policlinico ma, ormai agonizzante, è ricondotta a casa la sera del 3 dicembre. Muore quella stessa sera.

Aveva scritto tre messaggi, uno dei quali ai genitori: “Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita.

Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite. Desidero essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia”.

I funerali si svolgono prima il 5 dicembre a Milano e poi il giorno 6 a Pasturo, dove è sepolta. Un forte vento di tramontana autunnale piega le piante e sferza le gote bagnate di pianto dei presenti, graffia l’erba mentre si snoda un lungo e triste corteo di persone, conoscenti e amici, giunti a salutarla per l’ultima volta.

Sono giunti fin lì per non lasciarla ancora sola ora che passa «all’altra riva, ai prati | del sole», come lei stessa aveva scritto, il 3 dicembre 1934, in Funerale senza tristezza.

La crisi di un’epoca s’intreccia alla sua tragedia personale e se, come scrisse in una lettera, “la poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che trafigge l’anima e di placarlo, nella suprema calma dell’arte”, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare, quel dolore non si placa nella sua poesia ma vi circola a volte sommessamente altre impetuosamente, sommergendo i suoi versi poetici nel modo stesso in cui travolge la sua vita.

Graffia l’anima la sua intensa espressione poetica:

«le corolle dei dolci fiori
insabbiate.
Forse nella notte
qualche ponte verrà
sommerso.
Solitudine e pianto –
solitudine e pianto
dei larici».

«All’alba pallidi vedemmo le rondini
sui fili fradici immote
spiare cenni arcani di partenza».

«Petali viola
mi raccoglievi in grembo
a sera:
quando batté il cancello
e fu oscura
la via del ritorno».

Antonia Pozzi era nata martedì 13 febbraio 1912. Era bionda, minuta, delicatissima. Suo padre era l’avvocato Roberto Pozzi, originario di Laveno, e sua madre la contessa Lina, figlia del conte Antonio Cavagna Sangiuliani di Gualdana e di Maria Gramignola. Il 3 marzo la piccola viene battezzata. Antonia cresce in un ambiente protetto, colto e raffinato: il padre è molto noto a Milano; la madre, educata nel Collegio Bianconi di Monza, conosce bene il francese e l’inglese e legge molto, soprattutto autori stranieri, suona il pianoforte e ama la musica classica, frequenta la Scala, dove poi la seguirà anche Antonia; è brava nel disegno e nell’arte del ricamo. Il nonno Antonio è persona coltissima, storico noto e apprezzato del Pavese, amante dell’arte, versato nel disegno e nell’acquerello. Amata e coccolata dalla nonna, Maria, vivacissima e sensibilissima, dalla zia Ida, sorella del padre, maestra, che sarà la compagna di Antonia in molti suoi viaggi; dalle tre zie materne, presso le quali Antonia trascorrerà brevi periodi di vacanza; la nonna paterna, Rosa, anch’essa maestra, che muore però quando Antonia è ancora bambina.

Nel 1917 inizia per Antonia l’esperienza scolastica. Non ancora undicenne affronta il ginnasio, presso il
Liceo-ginnasio “Manzoni”, da dove, nel 1930, esce diplomata per avventurarsi negli studi universitari, alla Statale di Milano.
Già incomincia a dedicarsi con assiduità alla poesia, ma, soprattutto, fa l’esperienza esaltante e al tempo stesso dolorosa dell’amore. È il 1927: Antonia frequenta la prima liceo ed è subito affascinata dal professore di greco e latino, Antonio Maria Cervi; non dal suo aspetto fisico, ma dalla cultura dalla passione con cui insegna, dalla moralità; il fascino diventa ben presto amore, ostacolato con tutti i mezzi dal padre e che vedrà la rinuncia alla “vita sognata” nel 1933, “non secondo il cuore, ma secondo il bene”.

Studentessa modello, nel 1930 Antonia entra all’Università nella facoltà di lettere e filosofia; discute la tesi sulla formazione letteraria di Flaubert, laureandosi con lode il 19 novembre 1935.

In tutti questi anni di liceo e di università Antonia sembra condurre una vita normale, almeno per una giovane come lei, di rango alto-borghese, colta, piena di curiosità intelligente: viaggia, impara le lingue, diventa “maestra” in fotografia: In realtà Antonia Pozzi vive dentro di sé un dramma esistenziale, che nessuna attività riesce a placare: né l’insegnamento presso l’Istituto Tecnico Schiaparelli, iniziato nel ‘37 e ripreso nel ’38; né l’impegno sociale a favore dei poveri, in compagnia dell’amica Lucia; né il progetto di un romanzo sulla storia della Lombardia a partire dalla seconda metà dell’Ottocento; né la poesia, che rimane, con la fotografia, il luogo più vero della sua vocazione artistica. Il suo tormento interiore termina drammaticamente il 3 dicembre del 1938. Aveva solo 26 anni.

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