Finora tutti gli Stati hanno dato priorità alle persone in età avanzata. Ma i dati sull’efficacia del siero potrebbero ribaltare la prospettiva.

Chi vaccinare prima contro il Covid: gli anziani che rischiano di più o i giovani con più contatti? Fin quando le dosi saranno limitate, dalla risposta dipenderà il tempo necessario a raggiungere l’immunità di gregge: il 75% degli immunizzati. «Il Parlamento valuterà l’ipotesi di inserire gli studenti nelle categorie da vaccinare prima», dice il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia. La Cina vaccina già gli universitari iscritti all’estero. Alcuni campus americani inseriranno presto il requisito dell’iniezione anti Covid per frequentare e l’epidemiologo di Harvard Marc Lipsitch raccomanda che si dia priorità agli insegnanti.

Ufficialmente però i giovani restano in seconda fila. Sul problema più urgente — salvare gli anziani — i Paesi europei sono per ora concordi. Un rapporto pubblicato ieri dall’European centre for disease control conferma che tutte le nazioni hanno messo al primo posto operatori sanitari e anziani. «Si è scelto di partire da quelli che sono stati i punti più critici dell’epidemia», spiega Paolo D’Ancona, epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità.

La decisione potrà essere rivista quando avremo due informazioni che ancora ci mancano. Quanto è efficace il vaccino negli anziani? E la preziosa iniezione protegge solo dalla malattia grave o impedisce anche di contagiare gli altri? «Sarebbe ora che i dati venissero resi pubblici. Fino a quando non sapremo questo, sarà difficile stabilire priorità in modo scientifico», spiega Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri e coautore del rapporto del Comitato nazionale di bioetica sui vaccini. Anche il Joint Committee on Vaccination and Immunisation, che ieri ha pubblicato le priorità per la Gran Bretagna, ammette: «All’inizio della campagna le evidenze sugli effetti dei vaccini sulla trasmissione del virus non saranno disponibili».

Se scopriremo di poter contare su un’immunità sterilizzante (i vaccinati non contagiano gli altri, oltre a essere protetti dai sintomi), l’ordine potrebbe ribaltarsi. E i giovani, o comunque chi viaggia e ha più contatti, potrebbero saltare in cima alla lista. «Sappiamo poi che negli anziani i vaccini funzionano meno, anche se non abbiamo informazioni specifiche sul Covid», spiega Garattini. Riservando alle età avanzate le dosi iniziali potremmo rischiare di non sfruttare al meglio una risorsa che all’inizio sarà estremamente scarsa. L’80% dei contagi, si è visto, nascono solo dal 19% degli infetti, che si comportano da superdiffusori.

Il problema è che nessuno dei tre vaccini pronti o quasi (Pfizer-BionTech, Moderna e AstraZeneca-Oxford) ha dimostrato di offrire un’immunità sterilizzante. «Qualche accenno viene da Oxford. Ma siamo alle dichiarazioni, non ai dati pubblicati» spiega D’Ancona. Una risposta più chiara arriverà dalle sperimentazioni che proseguiranno nei prossimi mesi. E coinvolgeranno, fra gli altri, i bambini al di sotto dei 12 anni finora esclusi dai test. In caso di immunità sterilizzante si potrebbe puntare sull’effetto cocooning, o “effetto bozzolo”: si preferisce vaccinare chi vive attorno a una persona fragile, piuttosto che la persona fragile stessa. Nessun dubbio, invece, sul dare la precedenza agli operatori sanitari. «Che da un lato garantiscono le cure ai malati, e non solo con il Covid, dall’altro rischiano di contagiare i loro pazienti», conferma Garattini. Solo gli Usa non hanno ancora sciolto del tutto il dilemma anziani od operatori sanitari e affideranno la scelta finale ai singoli Stati.

FONTE: La Repubblica.it

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