La comunicazione artistica vive di paradigmi; Vittorio Sgarbi ha definito Maradona il “Caravaggio del calcio”.

Nella mostra del 23 ottobre scorso, organizzata da Anna Maria Brazzò, musa dell’Arte e della Cultura, alla sala della Protomoteca del Campidoglio di Roma, è risultato di evidenza pubblica come, nel caso delle artiste Debora Di Lucca e Carla Bertoli, questa strategia sia poco praticabile; perché sono loro i paradigmi.

Per stabilire un rapporto di prossimità con i parametri espressivi delle due giovani artiste è utile un piccolo salto temporale, un ritorno al basso medioevo, quando è nata la bottega artigiana.

La comparsa della bottega artigiana, cui è seguita la bottega artistica (quella dove hanno studiato Giotto, Leonardo, Raffaello etc.) ha rappresentato un vero cambio di paradigma nella nostra curva antropologica: il primato dell’ingegno e della creatività sulla materia prima.

Anche Debora Di Lucca e Carla Bertoli lavorano con la materia prima e con la creatività; con differenti modi ma un unico punto d’incontro.

Il trattamento artistico di Debora è come di estrarre e liberare la creatività trattenuta nei corpi materiali; Carla segue il percorso opposto: si libera della creatività che è in lei rilasciandola negli intensi poliformismi e policromie delle sue opere.

Debora attua la michelangiolesca “arte del levare” manipolando ciò che Immanuel Kant chiamava “Ding an Sich” (la “cosa in sé”), ossia oggetti dotati di una propria storia espressiva realizzando capolavori di sintassi artistica non strettamente vincolati all’esistenza di una parete; quella medesima sintassi cui Carla approda partendo dalla materia nei suoi stati più elementari: pigmenti, forme e superfici da manomettere come le unità semantiche minime di un testo.

Il risultato dell’intenzionalità è uno sguardo stereometrico che utilizza la divergenza per conferire evidenza alle cifre artistiche individuali, di grande spessore.

Ad Anna Maria Brazzò il merito di coltivare nei cupi gironi del Covid la più realistica e concreta delle attività umane: l’astratta illusione dell’arte.

 

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