“Tutti a scuola in presenza”. La dichiarazione di mantenere gli istituti aperti, anche in caso di un peggioramento del quadro sanitario (cosa che sta avvenendo), è fatta propria da moltissimi esponenti politici, giornalisti, intellettuali e esperti sanitari.

In cima alla lista, ovviamente troviamo la Ministra Lucia Azzolina, seguita a ruota dai soliti politici interessati ed esperti sanitari  che di scuola poco o niente capiscono.

Molto diversamente la pensa chi la scuola la vive quotidianamente, parliamo dei docenti e del personale ATA, che entrando ogni giorno in aula, conoscono molto bene la situazione. Molti di questi sono over 55 e quindi sono preoccupati giustamente per la loro salute, protetti solo dalla mascherina altruista o chirurgica (dotazione del Ministero della salute).

Ovviamente le ragioni avanzate da chi vuole tenere le scuole aperte sono riconducibili alla formazione e alla socializzazione. Entrambi gli aspetti rappresentano il fondamento e il coronamento della scuola pubblica e laica. Sono tutti riconducibili alla Costituzione, specificatamente agli articoli 2, 3 e 34.

Chi potrebbe non condividere quando si mette al centro della riflessione la formazione e quindi la necessità di non abbandonare una generazione di bambini e ragazzi, senza dotarli di strumenti culturali organizzati?

Come si legge nella Costituzione solo questa cassetta degli attrezzi permette ai ragazzi di divenire cittadini e quindi essere soggetti attivi nel contesto sociale. Ovviamente tutto questo si realizza in un contesto cooperativo, che permette alle conoscenze di costruirsi anche  attraverso  il confronto con i compagni.

Come sempre però occorre andare oltre le parole e le singole vicende per comprendere qual è il movimento sotterraneo che porta molti a volere le scuole aperte.

Viene spontaneo chiedersi a cosa pensavano queste stesse persone, quando la scuola veniva distrutta, devastata e depotenziata negli aspetti formativi dalla sciagurata Riforma Gelmini (classi pollaio, prelievo forzoso di otto miliardi…) e da tutte le politiche dei governi di centrosinistra (Riforma Renzi-Giannini, classi super pollaio prodotte dai diversi accorpamenti…) venuti dopo?

La risposta è semplice: sostenevano tutte le politiche che consideravano la scuola un bancomat, uno spreco…

Questa nuova attenzione, interessata e finta verso la scuola, stona con gli atteggiamenti diffusi che hanno portato Fioramonti a dimettersi (28 dicembre 2019) perché non riusciva ad avere al netto dei contratti 3 miliardi per la scuola.

Detto questo, quindi, è facile comprendere che l’apertura delle scuole è funzionale alla salvaguardia del ciclo produttivo. Lo stesso Ministro ha confermato la necessità di mantenere le scuole aperte ( infanzia, primaria e primi anni secondaria di primo grado) per dare modo ai genitori di andare a lavorare.

Non sarebbe giustificabile, ovviamente dal punto di vista costituzionale, affermare i reali motivi di questa ostinazione a tenere aperte le scuole. La conferma di questo disinteresse sta nella scarsa attenzione alle condizioni attuali nelle quali si propone la formazione e la socializzazione. Entrambe sono frammentarie, continuamente interrotte dai protocolli sanitari (contagi e quarantene) e depotenziate dalla riduzione della comunicazione orale per via delle mascherine da indossare sempre.

In aula poi la socializzazione è fortemente penalizzata dall’obbligo di rimanere seduti e a distanza. Eppure si continua a ripetere: “Tutti in presenza“, “La scuola è importante per i ragazzi, quindi deve rimanere aperta” anche nelle regioni rosse. E’ una palese contraddizione superata dal continuo affermare che le scuole sono sicure, perché i contagi sono esterni. Come ben sa chi la scuola la vive giorno per giorno, le scuole non sono isole felici, non sono più protette rispetto ad altri luoghi.

La maggiore crescita dei contagi del virus da fine agosto ad oggi è stata quella nella fascia di età da zero a 19 anni, e quindi nella popolazione scolastica (a cui andrebbero aggiunti ovviamente insegnanti e personale non docente). Lo certifica l’ultimo bollettino ufficiale di sorveglianza sul virus pubblicato dall’Istituto superiore di Sanità, che conteggia nella fascia scolastica fino a 19 anni 182.419 contagi, che il 25 agosto erano soltanto 9.544. La crescita quindi è stata del 1.473%, la più alta assoluta nella popolazione italiana.

Se ne deduce che le scuole non sono affatto sicure o che proteggono dal contagio più di altri luoghi.

E questo spiega la percezione d’insicurezza espressa da molti docenti. Sono impauriti, spaesati. Hanno la sensazione di essere “carne da macello“. Percepiscono la condizione di solitudine di fronte alla gestione quotidiana dell’emergenza sanitaria, dovuta anche all’assenza dei sindacati che sono distratti da altro. Si percepiscono trasparenti. Raramente, infatti si parla di loro quando si affronta il tema delle scuole aperte, dimenticando che oltre il 40% del personale scolastico rientra nella categoria della “persona fragile” e quindi maggiormente esposti al contagio. Rischio aumentato dalla dotazione delle mascherine chirurgiche o altruistiche (proteggono solo gli altri) e dalla presenza ancora di classi pollaio…

E fa tremare il personale della scuola il report sui contagi ufficiali diramato dalla regione Piemonte.

Da uno screening di massa effettuato la scorsa settimana tra studenti e personale della scuola è risultato che il rapporto di positività al covid per ambedue le voci ha abbondantemente superato il 30% di contagiati.

Dati terribili per i docenti e per gli alunni, pessimi segnali per una scuola che grottescamente i soliti interessati continuano a definire come luogo sicuro.

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