Il Paese s’interroga (giustamente) sui danni — didattici e psicologici — che DaD e clausura stanno provocando a un’intera generazione di studenti (e persino ai loro genitori). Quasi nessuno si preoccupa del disagio degli insegnanti. In questi giorni fa notizia la protesta inscenata da diversi studenti e (pochi) docenti contro la chiusura de facto delle scuole e il ricorso obbligatorio ai “device” per fare lezioni doppiamente faticose e minimamente efficaci.

Le TV propagandano l’immagine di una Scuola che, malgrado tutto, funziona grazie alle meraviglie della tecnica. Come poi le cose vadano davvero, lo sanno docenti e studenti. Basti ricordare il tempo perduto ad ogni ora di lezione per fare l’appello; per verificare che tutti gli alunni siano presenti in audio, in video, in attenzione, in concentrazione, in motivazione; per ripetere infinite volte le proprie parole e per farsi ripetere altrettante volte le parole dai discenti, spesso perdute a causa delle inadeguatezze delle medesime tecnologie di cui sopra; le quali, ancorché meravigliose, sono in Italia tutt’altro che adeguate ad un uso così massiccio e massivo.

Nel Bel Paese che non stima i propri insegnanti

I docenti, lo si sa, in Italia da un trentennio non vengono considerati come meriterebbero, né rispettati e stimati (come accade invece nei Paesi in cui chi educa e istruisce le giovani generazioni è onorato e ben pagato). Nello Stivale, dietro le dichiarazioni ufficiali dettate dal bon ton, si cela spesso un profondo disprezzo verso chi insegna, la cui professione alcuni non considerano nemmeno un lavoro. È questo il frutto avvelenato di 30 anni di campagne mediatiche diffamatorie, di politiche scolastiche miranti all’aziendalizzazione delle istituzioni scolastiche e all’impiegatizzazione e proletarizzazione (anche economica) degli insegnanti. Decenni di autentiche calunnie ai danni della categoria, pronunciate a cuor leggero anche da politici importanti.

Prima ringraziati, poi obbligati

Ecco perché dello stress dei docenti — adesso costretti (anche grazie all’accordo contrattuale siglato da CISL, ANIEF e CGIL) a insegnare attraverso uno schermo — nessuno si dà pensiero: tutto è dovuto, da parte di professionisti “invisibili” che il sentire comune non considera nemmeno veri lavoratori. Nella scorsa primavera, almeno, nelle scuole si permetteva ai docenti di scegliere tra didattica sincrona e asincrona, limitando il numero di lezioni “in diretta” davanti al videoterminale. Ora, col pretesto dell’emergenza ormai istituzionalizzata, si pretende da loro una DaD che fotocopi la vita di classe (con risultati tra il comico e il tragico).

Per chi crede di conoscere il lavoro del docente

Manca il contatto umano: è questo il primo motivo di stress. Insegnare non è mettersi in modalità “macchina da fiato” e ripetere a memoria le proprie conoscenze. Se fosse così, si potrebbe far lezione anche al citofono, e la potrebbe fare chiunque.

Insegnare è entrare in relazione col discente, con ciascun discente (e per questo le classi dovrebbero essere di 15 alunni), per motivarlo, coinvolgerlo, magari anche farlo divertire e sorridere mentre impara; per “accenderlo”, insomma. Come farlo, mediante uno schermo che non ti permette nemmeno di guardare una persona negli occhi?

La fatica di Sisifo (raddoppiata dalle “nuove tecnologie”)

La fatica è fisica e psichica. Stare quattro o cinque ore seduti davanti al pc la mattina, e altrettante il pomeriggio — peraltro in un momento in cui palestre e piscine sono chiuse — espone l’apparato muscoloscheletrico (e non solo) degli attempati “prof” a patologie gravi e croniche, che nessuna amministrazione si sogna nemmeno di risarcire.

La mente si affatica il doppio che in aula, inducendo alla depressione, alla rabbia, al senso di inadeguatezza. Coordinare il lavoro sugli allievi è difficile, faticoso, avaro di soddisfazioni. Cercar di motivare alunni già solitamente distratti (ed ora più assenti e annoiati che mai) è una fatica di Sisifo, quale nessun’altra professione conosce.

Si aggiunga lo sforzo immane che molti docenti hanno improvvisamente dovuto sostenere per accedere alle tecnicalità di piattaforme mai utilizzate prima, per confrontarsi con problemi di telematica che nulla hanno a che fare con la loro cultura e con la didattica. Il tutto nell’improvviso oscurarsi di qualsiasi rapporto affettivo, sia con gli alunni, sia coi propri colleghi. Ogni comunicazione passa ormai per lo schermo: e persino nei Collegi dei Docenti è impossibile parlar liberamente, giacché, col pretesto di far parlare tutti, ognuno deve limitarsi a dichiarazioni brevi, senza incrociare gli sguardi altrui, senza interazione umana. Tanto che non sarebbe peregrino interrogarsi sulla effettiva legittimità di organi collegiali ridotti così. Il linguaggio non verbale (ossia il 90% della comunicazione umana) si perde irrimediabilmente per strada.

Il digitale aiuti la Scuola, non la sostituisca

Il digitale può aiutare la Scuola: però non deve, mai e poi mai, sostituirla. Dovrebbe saperlo chi da otto mesi inonda i docenti di leggi, norme, circolari, regolamenti per regolamentare, normare, circoscrivere, irreggimentare la “nuova” didattica digitale; creando nei docenti ancor più stress e incertezza per il futuro.

Ed è davvero incredibile che qualcuno sia contento dei ”passi avanti” fatti dalla Scuola grazie alla pandemia, considerata «opportunità per innovare la didattica»!

Fonte: https://www.tecnicadellascuola.it/studenti-e-genitori-stressati-dalla-ddi-ma-ai-docenti-chi-pensa

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