Il conduttore è uscito dall’ospedale dopo 10 giorni di ricovero al Covid Center dell’Humanitas: «Ai negazionisti dico di stare un’ora dove sono stato io».

«Quando mi hanno detto che mi ricoveravano sono diventato verde, ho sudato freddo. Io li vedevo tutti, vedevo 24 persone immobili, intubate, come nei film di fantascienza». Lunedì Gerry Scotti è uscito dall’ospedale dove è stato ricoverato 10 giorni per Covid. Ripercorre i suoi giorni in ospedale e più volte il racconto è spezzato dalle lacrime che deve ricacciare in gola. Più volte invece ringrazierà tutto il personale che si è occupato di lui.

Come è iniziata?
«Ho avuto la classica settimana del fai da te, quella ordinata dai protocolli che mira a non intasare i pronto soccorso. È cominciata con febbriciattola, stanchezza, colpi di tosse. La soluzione codificata è tachipirina e cortisone. Una settimana e passa tutto. Invece no».

Quando le hanno detto «positivo» cosa ha provato?
«Le due grandi paranoie in quest’esperienza sono arrivate prima al tampone positivo, poi quando mi hanno detto che dovevo essere ricoverato. Avevo 36 e 2 e pensavo di star bene. Invece positivo. Quando ho sentito quella parola mi è sembrato improvvisamente di essere al di là del Muro di Berlino, non so come altro spiegarlo. In un attimo ho rivissuto i sei mesi di paura, terrore, precauzione, speranza che stiamo vivendo tutti. Perché proprio a me? Sentivo di non sapere nemmeno da dove cominciare a capire da dove fosse partito tutto».

La seconda reazione al di là del Muro?
«Ti viene l’istinto a non piangerti addosso, questa malattia è subdola, puoi stare due o tre giorni con poca febbre, addirittura senza come successo ad alcuni miei amici, e dopo 7 giorni ti negativizzi. Speravo di essere in quel mazzetto di fortunati vincitori del Boero, i cioccolatini con il regalo».

La seconda botta è stata il ricovero.
«Al secondo controllo al Covid Center dell’Humanitas a Rozzano mi è stato consigliato di rimanere da loro perché avevo tutti i parametri sballati: fegato, reni, pancreas. Ero già nell’unità intensiva, perché quando entri nel pronto soccorso del Covid Center non c’è l’area rinfresco, l’area macchinette, l’area vogliamoci bene: si apre una porta e da lì in poi vedi tutto quello che hai visto nei peggiori telegiornali della tua vita. Sono diventato verde, ho sudato freddo».

Fino all’anticamera della terapia intensiva…
«I medici mi dicevano di non spaventarmi: non la mettiamo in terapia intensiva ma in una stanza a fianco perché abbiamo bisogno di attaccare al suo corpo una serie di strumenti per monitorarla, per sapere se la sua macchina, il suo corpo, ha bisogno di cure particolari. Ero in una stanzina, di là c’era la sliding door della vita di tantissime persone. Con due altri pazienti ci strizzavamo l’occhio, dai che ce la fai. Ho appurato — stando lì, due notti e un giorno — che quella era l’ultima porta. Se decidevano di aprire quel varco… Io li vedevo tutti, vedevo 24 persone immobili, intubate, come nei film di fantascienza. Pregavo per loro invece che pregare per me».

L’hanno curata anche con il casco con l’ossigeno?
«Quando ho raggiunto lo stadio massimo di necessità di assistenza mi hanno fatto indossare il casco salvifico, è l’ultimo step indolore della terapia prima che ti intubino. Per un paio di giorni a orari alterni ho dovuto indossarlo anche io, è stato un toccasana. L’avevo visto in tv, letto suoi giornali, mi sembrava fantascienza. Ricordo lo slogan: il casco ti salva la vita. Adesso ho capito bene di che casco si tratta… Poi una mattina hanno girato indietro il letto e mi hanno riportato nella mia stanza».

Ha ricevuto tanti messaggi di affetto.
«Ho ricevuto una forma di affetto incredibile. Innanzitutto dal pubblico. Io non sono molto social ma le cose che ho postato sono letteralmente esplose. Quindi grazie di cuore davvero a tutti. Mi ha colpito molto anche l’affetto di tutti gli addetti ai lavori. Non voglio fare torto a nessuno, cito solo Carlo Conti, perché abbiamo vissuto un’esperienza in parallelo. Io gli chiedevo: quanti litri di ossigeno? Lui mi rispondeva 4. E io invece stavo ancora a 5. E la pastiglia, te l’hanno data? Abbiamo fatto come Coppi e Bartali… Ho ricevuto una marea di amore che fa bene al corpo e all’anima».

Chi ringrazia?
«Al Covid Center dell’Humanitas sono stati eccezionali. L’hanno preparato d’estate in due mesi, pronti alla seconda ondata. È stato pensato, studiato, logisticamente disegnato, creato e riempito di personale per affrontare questo tsunami. In quelle notti insonni vedevo un formicaio di ragazzi e ragazze, tutti sotto i 30 anni, non ce ne era uno fermo per più di 10 secondi. Un preghiera mi hanno fatto quando sono uscito: dica che non siamo eroi, dica che siamo ragazzi e ragazze che cercano d fare al meglio il proprio lavoro. È facile cavalcare gli errori e le polemiche, ma gli errori e le polemiche non sono di quelli che sono in prima fila, in trincea. Gli sbagli sono più indietro, nei quartier generali, appartengono alla politica. Non certo a loro».

Come esce da quest’esperienza?
«Ho cambiato idea su tante cose. Mi son tolto tutte le soddisfazioni che mi potevo togliere, ho avuto una vita ricca, ma adesso ho visto quanto è sottile il filo che ci attacca alla vita, ho visto che basta un attimo. È un’esperienza che mi ha migliorato come uomo e persona, sono più forte di prima e ho ribaltato le mie priorità. Rimangono sempre dieci. Ma l’ordine è diverso. Capisci il valore delle piccole cose della vita, un giro in bicicletta, trovarsi con tuo figlio al parco, una camminata: più sono banali e stupide e più valgono, persino una partita a carte con gli amici. La verità è che devo tenermi ciò che di buono questa esperienza mi ha dato, ma anche ciò che di brutto mi ha dato».

La prima cosa che ha fatto?
«Visto che il reparto Covid non ha il caffè (adesso dovrò donargli una bella macchinetta) la prima cosa è stata la moka, segno che mi è anche tornato il gusto. E poi potrà sembrare sdolcinato, ma non importa: tra un mese nasce mia nipote e vorrei essere in forma. Adesso sono guarito, sto bene, ho perso 11 chili — segno che non tutto il male viene per nuocere — ma devo riprendere tutte le forze. Voglio farlo anche per lei».

Cosa dice a chi minimizza la malattia, ai negazionisti?
«Bisogna prenderli e lasciarli in quella stanzina un’ora. Non c’è bisogno di 36 ore come è stato per me. Sicuro che cambiano idea».

FONTE: Corriere della Sera.it

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