Gianfranco Spiteri dell’Ecdc ha studiato come la malattia è entrata in Europa. Le origini in Cina risalgono all’autunno scorso. È verosimile che anche in Europa fosse presente da tempo prima di scatenare l’epidemia.

Il primo caso osservato di coronavirus risale al 17 novembre 2019. È un uomo di 55 anni della provincia dell’Hubei, quella con Wuhan come capoluogo. Anche se domani Sars-Cov-2 compie il suo primo anno di vita accanto all’uomo, è verosimile che la circolazione, in Cina, fosse iniziata già da qualche settimana. Gianfranco Spiteri è un epidemiologo di Malta che lavora all’Ecdc (European Centre for Disease Control) a Stoccolma. Con i suoi colleghi, si è occupato di ricostruire la comparsa del coronavirus in Europa.

I primi casi ufficiali in Europa risalgono al 24 gennaio in Francia e al 28 in Germania. È verosimile che il coronavirus fosse già presente da tempo?
«Ci sono evidenze che Sars-Cov-2 sia arrivato prima di queste date. Il virus è stato trovato nelle acque reflue in Italia a dicembre, un uomo ricoverato in terapia intensiva in Francia era positivo, si è scoperto più tardi, già il 27 dicembre. Il fatto che quel paziente non avesse viaggiato significa che probabilmente il coronavirus era già in circolazione da qualche tempo nell’area di Parigi».

Anche il sequenziamento del genoma del virus e la ricostruzione degli alberi genealogici permettono di farci un’idea sulla sua evoluzione?
«Gli studi di filogenetica fissano l’origine di Sars-Cov-2 in Cina tra settembre e l’inizio di ottobre del 2019. D’altra parte sappiamo che per un certo periodo i casi possono diffondersi in modo silenzioso, a causa degli asintomatici. È necessario un po’ di tempo prima che le infezioni diventino significative. La grande ondata di marzo nel Nord Italia è stata probabilmente preceduta da settimane di circolazione più limitata. Lo abbiamo visto anche in altre città, come Madrid o New York. Occorrono dei contesti particolari e individui con un gran numero di contatti sociali perché l’epidemia raggiunga numeri importanti e arrivi a sommergere ospedali e terapie intensive».

Perché oggi ci troviamo con una seconda ondata così intensa? Era attesa?
«Sì era attesa. L’avevamo prevista a giugno, ricordando che molte epidemie, per esempio di influenza, hanno avuto seconde ondate più intense delle prime. Durante l’estate abbiamo visto tra la popolazione una grande “fatica da Covid”. Dopo mesi di lockdown, in molti hanno pensato di poter tornare ai comportamenti normali e il virus ha ripreso a crescere. In questo autunno però abbiamo a che fare con una capacità di fare test molto superiore rispetto alla primavera. I numeri sono più alti anche perché registriamo più casi. È difficile fare confronti diretti con la prima ondata».

In Europa stiamo finalmente raggiungendo il picco?
«Non ancora. Ci vogliono diverse settimane da quando vengono prese misure severe».

Non c’è nulla che sembri funzionare per frenare questo virus. Cosa ci aspetta?
«Test e tracciamento possono dare una grossa mano, ma nonostante il loro potenziamento stanno cedendo in molti paesi. Il distanziamento allora diventa l’unica soluzione. Se neanche questo funziona, non resta che il lockdown. L’alternativa non è praticabile: il collasso del sistema sanitario va evitato non solo per i pazienti di Covid, ma anche per tutte le altre persone che hanno bisogno di cure».

Le scuole andrebbero chiuse?
«In realtà non hanno dimostrato di creare grandi focolai, soprattutto quando i bambini sono piccoli».

Perché in Asia la situazione è tornata alla normalità?
«Dove il tracciamento soffre, le app che permettono di risalire ai contatti dei positivi sono molto utili. In Asia poi la popolazione è più abituata alle mascherine e forse meno propensa al contatto stretto per ragioni culturali».

E il secondo compleanno del coronavirus come lo immagina?
«Se avremo vaccini efficaci, non solo nei giovani ma anche negli anziani, abbastanza dosi per tutti e la disponibilità delle persone a vaccinarsi, nel prossimo anno faremo passi importanti per uscire dalla pandemia. Ma non penso che riusciremo ancora ad abbracciarci o a liberarci dalle mascherine. Questa è una pandemia da cui usciremo in tempi lunghi».

FONTE: La Repubblica.it

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