Le Rsa spesso non riprendono chi è ancora convalescente dal Covid. Il carico è tutto sui reparti.

Ricoveri «sociali» con dimissioni difficili. La classificazione (di fantasia) potrebbe comparire in fondo alle cartelle cliniche del 10-20% di pazienti con Covid.

Soprattutto anziani, poveri, persone senza una famiglia solida alle spalle. Ma anche senzatetto, disoccupati, malati di solitudine che, oltre alla malattia da Sars-CoV-2, hanno una patologia altrettanto grave. La mancanza di alternative all’ ospedale.

È una moltitudine di bisognosi. Una volta guariti, non sanno dove andare o non se li prende nessuno perché non sono negativi al tampone e, se pure lo fossero, non avrebbero sistemazione appropriata. L’epidemia ha acuito un fenomeno già noto che in questa fase ha assunto contorni e dimensioni allarmanti. L’effetto è che, per esprimersi con un termine cinico, migliaia di pazienti «occupano» letti che dovrebbero essere liberati per lasciare spazio a degenti acuti.

Succede in ogni regione. A Modena una nonnina di 85 anni è diventata la mascotte del reparto di medicina. Trasferita da una Rsa (Residenza sanitaria assistenziale) con polmonite lieve da Covid, non ha più sintomi, però il tampone non si negativizza. La struttura da cui proviene non è attrezzata per gestire ospiti come lei e «non la riprende indietro». Il servizio apposito dell’ospedale sta cercando sul territorio un luogo idoneo dove trasferirla e assicurarle un minimo di riabilitazione. Il pericolo è che l’immobilità crei danni superiori a quelli della vecchiaia. Antonello Pietrangelo, direttore della medicina del capoluogo emiliano, teme di non farcela: «Adesso riusciamo a gestire bene dal punto di vista clinico anche i molto anziani. Il difficile viene dopo, quando cerchiamo di collocarli altrove. Non tutti i posti sono adatti. Parliamo di pazienti non autosufficienti che richiedono molte attenzioni da parte del nostro personale già sotto stress».

È guarita Lucia, 90 anni, contagiata in una Rsa dei Castelli Romani, sede di un focolaio. Ricoverata in un ospedale della Capitale, è lì da un mese, positiva al test. La sua ex residenza ora è Covid free e non è attrezzata per gestire ospiti a rischio. È finita in un Covid hotel vicino a Roma e chissà se la stanno seguendo in modo appropriato.

«Sono dimissioni difficili che oltretutto richiedono diversi tentativi di trasferimento e allungano in modo ingiustificato i tempi di degenza», enumera le tante storie che sfilano sotto i suoi occhi Andrea Fontanella, direttore della Medicina interna del Fatebenefratelli di Napoli. Dario Manfellotto, presidente della federazione delle associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti Fadoi, tenta una stima.

Il problema sociale delle dimissioni, specie al Centrosud, riguarda il 10-20% dei pazienti che «non avrebbero dovuto trovar posto in ospedale oppure non possono tornare a casa o nelle Rsa. Le procedure sono complesse, la burocrazia ci sommerge, quando tentiamo soluzioni, ad esempio rivolgendoci a strutture di riabilitazione, lungodegenza o Covid resort , riceviamo diversi rifiuti perché le persone indicate non risultano avere i requisiti necessari per essere trasferite. Le stesse difficoltà riguardano pazienti di comunità religiose che non vengono accettati da monasteri e conventi».

All’Humanitas, Salvatore Badalamenti, responsabile della medicina, spera che il problema si sblocchi questa settimana grazie alla negativizzazione di 20 anziani che così potrebbero essere di nuovo accolti nelle Rsa: «Dopo quello che è successo in queste strutture a marzo — spiega — è giusto che ci sia timore a riprendere un paziente infettivo. Però il carico è finito sugli ospedali».

Secondo Enrico Brizioli, amministratore di Kos Care, il maggiore gruppo di residenze per anziani private, il panorama si sta schiarendo. Almeno una trentina di cliniche sono diventate «Covid-Rsa», pronte a ospitare paucisintomatici o guariti positivi: «Abbiamo un centro a Campofilone, nelle Marche, e un secondo a Roma, il Parco di Veio. Le strutture funzionano in collegamento con l’ ospedale in modo da poter contare su un intervento tempestivo nel caso in cui un degente torni ad aggravarsi».

FONTE: Corriere della Sera.it

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