In tempi di Covid si replica la volontà politica di sempre: dare «qualcosa» a tutti, senza dare di più a chi ne ha veramente bisogno. Si chiamano bonus a pioggia.

Eppure è possibile «targettizzare» gli obiettivi, perché abbiamo tanti dati e su tutto. Quando introduci un bonus destinato a una categoria devi prima sapere da dove parti e, dopo un lasso di tempo ragionevole – non anni, ma mesi –, verificare i benefici ottenuti. Se siamo ancora al punto di partenza, il denaro erogato va solo ad aumentare il peso del debito sulle generazioni future. Oggi non sappiamo se quei soldi che lo Stato promette sono arrivati, quando, come, a chi e, soprattutto, se hanno sortito l’effetto sperato. Non ci mancano certo i «valutatori»: l’Istat, l’Inps, l’Agcom, la Corte dei Conti. Finora solo raramente l’intervento deciso usando la leva della fiscalità generale ha risolto qualche problema. Si potrebbe ribaltare la prospettiva; invece di dare sempre a tutti potremmo togliere qualcosa: far pagare meno tasse a chi è in stato di necessità. Si chiamano compensazioni fiscali.

Bonus bici per evitare la metropolitana

Prendiamo il bonus mobilità. L’emergenza sanitaria impone di affollare il meno possibile i mezzi pubblici nelle città e l’idea lodevole è di dare fino a 500 euro di sconto a chi acquista una bici (normale, elettrica o monopattino). L’annuncio parte a maggio e viene fissata al 3 novembre la presentazione della richiesta sul sito del ministero dell’Ambiente. Il noto «click day». La piattaforma Spid utilizzata per il rimborso va in crash: il server è troppo piccolo per gestire centinaia di migliaia di richieste tutte insieme.

E così succede che il primo che arriva si prende lo sconto, per gli altri occorre attendere il prossimo turno perché il plafond di 215 milioni di euro si è esaurito subito. Invece di usare la tecnologia per cancellare le code fisiche, le abbiamo replicate online.

Il vizio di fondo

Il vizio di fondo è proprio quello di dare soldi a tutti, con una modalità dove solo i più svelti se ne avvantaggiano. Col paradosso che non sappiamo neanche con chi prendercela. Forse col pc. Sta di fatto che anche chi vive in centro, magari in una Ztl di una grande città, ed è benestante ha potuto comprare una bici elettrica di 2 mila euro con una parziale copertura da parte dello Stato. Ovvero con i soldi delle tasse, anche di coloro che hanno minore disponibilità economica, vivono in zone più periferiche e sono costretti a prendere la metropolitana perché gli altri 1500 euro non possono permetterseli. Sarebbe stato più equo concedere uno sconto più alto a chi sta sotto una certa soglia di reddito e, magari, attraverso la più semplice forma di detrazione d’imposta. Oppure fai gestire il click day a chi lo sa fare, come il cloud di Google ad esempio. E comunque nessuno sa quanto la misura sia servita a potenziare il trasporto privato per prevenire l’affollamento nei mezzi pubblici. Visti i risultati si direbbe di no.

Bonus pc e tablet

È appena partito il bonus connettività. Allo Stato costa 1,15 miliardi di euro usando fondi dell’Europa. Qui almeno il tetto del reddito è stato fissato: fino a 500 euro per chi ha un Isee inferiore a 20 mila euro e 200 euro per chi è sotto i 50.000 euro. Questi fondi sono utilizzabili dal 9 novembre e lo scopo è quello di aiutare le famiglie a comprare i dispositivi (200 euro di sconto) e attivare una connessione veloce (300 euro in meno sull’abbonamento), cruciale per la scuola a distanza e lo smart working.

Una misura nobile che rischia però di tenere fuori quel 40% di italiani privi di internet veloce; fra questi gli 11 milioni di cittadini che abitano in zone a fallimento di mercato, dove la fibra non arriva e tanto meno un’adeguata connettività a 30 mega (lo standard di efficienza minimo). Su quest’ultima fetta di popolazione alcuni operatori stanno caricando sugli utenti l’onere della messa a terra: vuol dire che per garantirsi la connettività dal pozzetto a casa devono pagare di tasca loro. Per i collegamenti privati il costo può arrivare fino a 2.500 euro. A loro sarebbe destinato l’incentivo, ma dovrebbe essere più corposo, poiché gli abbonamenti degli operatori costano mediamente 400 euro all’anno e sono vincolati a 24/36 mesi.

Così c’è il rischio che chi ne ha veramente bisogno, e ha margini di spesa ridotti, non faccia nemmeno richiesta del bonus, mentre chi ha già una rete veloce può ottenere un potenziamento della connettività. Un servizio che le compagnie telefoniche fanno già gratuitamente.

Per avere lo sconto basta l’autodichiarazione

Nessuno si è poi preoccupato delle possibili frodi: chi ha una connessione in fibra può disdire l’abbonamento e farsene uno nuovo chiedendo il voucher. Inoltre il meccanismo dei controlli è inesistente e, quindi, può prendere il bonus anche chi non ne ha diritto. Il governo infatti non ha affidato l’onere dei controlli Isee all’Inps, che ha tutti i dati, ma agli operatori telefonici che a loro volta chiedono un’autodichiarazione. Se poi però salta fuori che gli utenti a cui sono stati erogati tablet e pc con lo sconto hanno mentito sul reddito, devono restituire i dispositivi. Qualora non avvenisse, come è assai probabile, ci penserà lo Stato a rimborsare gli operatori telefonici. Almeno è quanto avrebbe promesso il governo in una recente riunione riservata con gli operatori. Per non dissipare risorse pubbliche, crediamo che su questo debba intervenire la Corte dei Conti.

Bonus vacanze: un flop

La pandemia ha devastato l’indotto del turismo e il governo ha cercato di supportare la domanda. Anche qui l’intento è sacrosanto. Risorse disponibili: 2,4 miliardi. Destinatarie le famiglie con Isee sotto i 40.000 euro, sotto forma di bonus da 500 euro. In questo caso gli effetti economici sulla filiera li abbiano già, e non inducono a grandi elogi poiché in pochissimi ne hanno fatto richiesta. Meccanismo troppo complicato. Per gli utenti serviva scaricare l’app «Io» che, però, non è aggiornabile sugli smartphone datati. Poi accreditarsi con la piattaforma Spid, previa autenticazione con uno degli abilitatori. L’app rilascia un Qr Code presentabile alle strutture alberghiere per ottenere uno sconto dell’80% sulla fattura emessa fino a 500 euro e il restante 20% usabile come credito d’imposta nella dichiarazione dei redditi. Alla fine di tutta la procedura il cliente si è trovato di fronte al rifiuto di molte strutture ricettive. Per caricare lo sconto dovevano dare ai clienti le password del loro«cassetto fiscale», l’area riservata gestita dall’Agenzia delle Entrate dove gli albergatori caricano i loro dati. Avrebbero dovuto subito dotarsi di sotto-password, ma spesso non è avvenuto anche perché non tutti gli alberghetti e campeggi sono tecnologicamente avanzati.

I ristori agli albergatori

Il governo aveva immaginato oltre 5,1 milioni di domande, a fronte delle circa 1,5 presentate al 23 settembre per 689 milioni di spesa. Per sostenere la filiera del turismo sarebbero bastati maggiori contributi a fondo perduto, e alle famiglie la possibilità di detrarre direttamente una quota della fattura dalla dichiarazione dei redditi. Ora stanno partendo i ristori per il secondo lockdown, e stavolta qualcosa sta funzionando e occorre dirlo: il ristoro avviene tramite la piattaforma dell’Agenzia delle Entrate con accredito diretto su conto corrente. E il premier Conte si è speso affinché d’ora in poi venga utilizzata questa modalità. Peccato che i rimborsi siano tarati sulle perdite di fatturato tra aprile 2020 e l’anno precedente: un mese in cui i ricavi erano al minimo anche nell’era pre-Covid.

Di Milena Gabanelli

FONTE: Corriere della Sera.it

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