Curioso, che chi demonizza la massoneria tout court e tifa per Donald Trump “non sappia” che lo stesso Trump è massone.

Ancora più curioso è che a farlo sia un alto prelato, divenuto arcivescovo nell’era Wojtyla: «Un pontefice eletto grazie anche ai buoni uffici della massoneria più reazionaria, allora incarnata da personaggi come il potentissimo Zbigniew Brzezinski», anche lui di origine polacca (e tanto longevo da “fabbricare”, trent’anni dopo, il mito del cavaliere buono nella persona del suo pupillo Barack Obama, tuttora in azione accanto a Kamala Harris e all’ologramma quasi-presidenziale di Joe Biden). E poi: come dimenticarle, le foto di Brzezinski in Afghanistan in compagnia di un altro dei suoi protetti, Osama Bin Laden, al tempo in cui il cosiddetto fondamentalismo islamico – di marca Cia, in realtà – “serviva” a supportare i mujaheddin (non ancora Talebani) contro l’invasione sovietica del paese asiatico che si incunea tra la Cina e “l’impero” russo? Fa sorridere, in fondo, anche un altro aspetto: il prelato apocalittico finito sui giornali criminalizza Joe Biden, che è formalmente cattolico, mentre il suo beniamino (Trump) è classificato tra gli evangelici, cioè i protestanti, contro cui il Vaticano scatenò le guerre di religione.

Insieme a Sergio Magaldi, Marco Moiso e Paolo Franceschetti, in un’intera puntata della trasmissione web-tv “Massoneria On Air” condotta da Fabio Frabetti di “Border Nights”, è Gioele Magaldi a mettere a fuoco i retroscena delle dirompenti lettere «di sapore manicheo» in cui monsignor Carlo Maria Viganò ha sostenuto Trump come “figlio della luce”, esaltandone le presunte virtù, contrapposte alla schiera dei “figli delle tenebre” che si sarebbero accomodati all’ombra dello scolorito prestanome Biden. Il loro obiettivo? Sfruttare il coronavirus per arrivare a sottomettere la popolazione dell’intero pianeta, tecno-schiavizzata e sottoposta a un regime orwelliano, distopico, fondato sulla “polizia sanitaria”: fine dei diritti e delle libertà che hanno finora protetto il perimetro dell’Occidente democratico. Ancora più curioso, dice Magaldi, è che a rimpiangere la libertà democratica – in nome del tradizionalismo più retrogrado, però – sia un arcivescovo che considera una sciagura il Concilio Vaticano II, che tentò di avvicinare la Chiesa al mondo (e alla modernità del presente) rinunciando a una parte della sua antica autorità clericale e ierocratica.

Allo spirito di riconciliazione animato da Giovanni XXIII, Viganò sembra opporre l’intransigenza pre-conciliare d’altri tempi, quelli della messa in latino, ovvero l’autoritarismo dogmatico storicamente espresso da quel Vaticano che, più di qualunque altro potere, l’ha combattuta duramente, la libertà, perseguitando – anche coi roghi e le inquisizioni – chiunque si opponesse al suo spietato dogmatismo, per secoli usato come supporto dell’Ancien Régime, l’assolutismo monarchico sorretto dalla presunzione teocratica del Papa-Re. Nel suo saggio lettissimo e ignorato dal mainstream (”Massoni”, edito nel 2014 da Chiarelettere), il progressista Magaldi l’ha ricordato chiaramente: è davvero ipocrita “sbianchettare” anche dalla storiografia il ruolo delle logge che – in Francia – fecero letteralmente crollare quel regime plurisecolare, di origine feudale, in nome di “libertà, uguaglianza e fraternità”. Che poi la massoneria – vincitrice, e fondatrice della stessa nozione di Stato laico – sia diventata anche una cupola di rinnegati “neoaristocratici”, il primo a dirlo è stato proprio il massone Magaldi, che chiama “contro-iniziati” i cavalieri (neri) contro cui oggi si abbattono, giustamente, anche gli strali di monsignor Viganò.

Come dire: l’analisi “cospirazionista” di Viganò sarebbe perfettamente sposabile, se poi il prelato – forse anche deluso dall’esser stato messo da parte, “promosso” nunzio apostolico negli Usa onde non farlo assurgere alla porpora cardinalizia – non scivolasse malamente, in modo troppo grossolano non per essere sospetto, su dettagli decisivi. Come si fa a credere che “non conosca” l’identità massonica dell’amato Trump? Si può quindi parlare, in questo caso, di malizia? Un termine che – scherza Magaldi – rimanda virtualmente proprio al soggetto che Viganò dichiara di voler combattere, cioè il “demonio”. A proposito: com’è che, nelle premesse delle sue lettere rivolte a Trump, Viganò sembra richiamarsi alla visione gnostico-manichea del primo Sant’Agostino (il mondo intero come opera del Male), per poi invece professare la sua fede verso quello Yahweh che la tradizione teologica considera il Dio dell’Antico Testamento, creatore dell’universo? Se le suggestioni apocalittiche dell’eretico Viganò (”eretico”, almeno, nella sua strenua opposizione a Bergoglio) offrono ai massoni più d’uno spunto di riflessione sul piano puramente speculativo, Magaldi predilige l’analisi politologica, incluso l’inevitabile “cui prodest”.

Siamo sicuri – si domanda – che le esternazioni di Viganò abbiano davvero aiutato Donald Trump? Non sarà, invece, che gli hanno alienato intere fette dell’elettorato cattolico statunitense? Nella visione espressa dal prelato, l’intera modernità sarebbe da cestinare: il nostro modo di vivere, la possibilità di scegliere liberamente. E non è forse quello – in fondo – che vogliono gli stessi “figli delle tenebre”, che oggi provano a sottometterci con il terrore sanitario? In questo, ammette Magaldi, Viganò coglie nel segno: è davvero preoccupante, la piega che stanno prendendo gli eventi. Ma il primo errore da evitare, aggiunge, è quello in cui cadono i complottisti, i “manichei” di oggi, incapaci di discernere tra realtà e incubo, progetto malevolo (contrastabile) e predestinazione irrimediabile. «Sono gli stessi che usano il termine Deep State per non usare l’altro, quello giusto: back-office del potere». Viganò va persino oltre: al Deep State abbina la Deep Church, fingendo di non sapere che una parte del Deep State (meglio, del back-office) è schierato con Trump. E non potrebbe essere altrimenti, visto che Trump è ancora in campo, e che «fu eletto nel 2016 proprio con il sostegno determinante del back-office massonico progressista».

Magaldi sa di cosa parla: associazioni, circoli, parlamentari, persino governatori. Decisero che l’incognita Trump era preferibile alla “certezza” Hillary e al suo finto progressismo, asservito al neoliberismo globalista più inquietante e bellicoso. Missione compiuta, in un certo senso: Trump – come richiestogli – ha risollevato l’economia tagliando le tasse e aumentando il deficit, mettendo anche fine agli “sconti” concessi, alla Cina, dall’élite massonica reazionaria dei Brzezinski e dei Kissinger. Ed eccoci, infatti, alle prese con la cosiddetta pandemia, esplosa a Wuhan «un minuto dopo l’umiliazione inflitta a Xi Jinping con i dazi finalmente impostigli da Trump». C’è del marcio, in una narrazione che omette la verità essenziale? «Eccome: sotto questo aspetto ha ragione, Viganò». Solo che, per Magaldi, sbaglia obiettivo: «Accusa Bergoglio di aver “ceduto” sul fronte dei diritti civili, quando semmai è stato troppo timido anche su quel versante. Ma soprattutto, come ricordato da Mike Pompeo in mondovisione, la pecca di Bergoglio è un’altra: ha consegnato al governo di Pechino il potere di nomina dei vescovi cattolici in Cina». E l’ex Celeste Impero è proprio la potenza geopolitica utilizzata oggi dal “partito cinese”, in realtà anche euro-atlantico, che manipola l’emergenza sanitaria per puntare alla sua meta di sempre, la contrazione della democrazia invocata dalla Trilaterale già nel 1975.

Una storia lunghissima, che Bob Dylan vede iniziare già con l’omicidio di John Kennedy nel 1963, per poi passare – dieci anni dopo – dal golpe in Cile contro Allende che servì a insediare il neoliberismo privatizzatore direttamente al governo, aprendo così la strada all’ideologia dominante che avrebbe poi incoronato Reagan e la Thatcher. Di quale “nuovo ordine mondiale” si vaneggia? Il neoliberismo l’ha già imposto, il suo, e con tutti i mezzi: dalla colonizzazione delle università alla “militarizzazione” dei media, dal ricatto finanziario (spread) al terrorismo “false flag”, sotto falsa bandiera, cominciato con il crollo delle Torri Gemelle e proseguito, di orrore in orrore, fino alle stragi targate Isis, messe a segno grazie alla puntuale “distrazione” degli apparati di sicurezza. L’Operazione Corona, semmai, non è che l’ultimo giro di vite. La novità è un’altra: la resistenza, finalmente visibile su scala planetaria, interpretata – a modo suo, con mille maschere – dallo stesso Trump, che oggi denuncia colossali brogli elettorali ai suoi danni: uno spettacolo che non passerà certo inosservato.

Direttamente dal back-office, Magaldi ci informa che il “partito cinese” sarebbe stato comunque fermato: se pensava di poter contare su Joe Biden per marciare spedito verso le prossime tappe della sua agenda “infernale”, come la definisce Viganò, a spuntargli le unghie ha provveduto un patto infra-massonico, maturato nel famoso back-office. Ovvero: «Biden ha accettato di co-gestire l’eventuale presidenza, lasciandosi guidare anche da “fratelli e sorelle” di scuola progressista, nonostante l’affollamento di massoni reazionari ai vertici del partito democratico». La lezione di Magaldi è laica: saper leggere tra le righe, diffidando degli schemi del riduzionismo complottistico a fette grosse. Una visione facilotta e “manichea” che si ferma spesso al bianco e al nero, senza vedere l’infinita scala di grigi di cui è fatto il mondo, nella sua complessità dinamica, confusa e piena di palesi contraddizioni: incluse quelle (millenaristiche, e a doppio taglio) di monsignor Viganò. Qualcuno si stupisce, che il back-office sia sempre al lavoro? «Fintanto che gran parte dei cittadini italiani e mondiali si comporteranno da sudditi e asini (oppure da leoni e lupi solo sulla tastiera), è normale che le battaglie più incisive si combatteranno soprattutto nel back-office».

«Quando invece gli abitanti del mondo si renderanno degni di quella sovranità pro-quota, di quel diritto-dovere alla cittadinanza attiva che consentirebbe loro di diventare determinanti – aggiunge sempre Magaldi – i primi a rallegrarsene saranno proprio quei massoni progressisti che, da secoli, sacrificano il loro sangue e le loro vite in nome di un popolo sovrano che continua a comportarsi, per lo più, da “popolo somaro”, diviso in tifoserie parrocchiali e tribali». Un gregge animoso solo a parole, e soprattutto «poco incline a studiare seriamente come funziona la società e quanto ciascun cittadino potrebbe fare quotidianamente per migliorarla». Chiosa Magaldi, rivolto agli scettici: «Invece di lamentarvi di quello che i massoni progressisti fanno, per mettere una toppa all’ignavia e all’insipienza dei popoli, anzitutto ringraziateli per il loro coraggio e la loro intraprendenza avanguardistica, e poi rimboccatevi tutti le maniche». Questa, infatti, è l’altra notizia: se siamo diventati semplici “spettatori”, è anche perché l’abbiamo accettato noi per primi. E dunque: da che parte sta, davvero, chi si limita a evocare le “buie forze di Arimane”, senza in realtà muovere un dito per cambiare davvero il corso delle cose?

FONTE: Libreidee.org

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