“Dubbio amletico”

Un’espressione d’utilizzo ormai comune che è testimonianza stessa della potenza della letteratura e della sua interoperabilità: dall’Inghilterra, nonostante i quasi cinque secoli, il protagonista di un dramma di Shakespeare è in grado di influenzare la lingua italiana e crearne un modo di dire destinato a permanere nel tempo e nelle più varie forme, dal quotidiano, all’accademico, al musicale.

E’ simbolo, come detto, della forza letteraria la quale, a sua volta, è rappresentazione concreta della somiglianza dell’uomo in tutta la sua storia naturale di organismo, contro confini temporali, spaziali, culturali e politici. Probabilmente, e questo si evince dall’evidente utilizzo anche da parte di persone che sicuramente sanno poco e niente su Shakespeare, questa espressione può essere ormai considerata “autarchica”, nel senso che può vivere anche senza la diretta conoscenza della sua genesi. Ciò, probabilmente, perché riesce a racchiudere in sé la sostanza di quella condizione di ipnotizzante dubbio paradossalmente irrisolvibile in cui l’uomo incorre con costanza per tutta la durata della propria vita.

Vista l’importanza dell’espressione, data l’incidenza concreta nel linguaggio mondiale, e accertato con la riflessione che una rubrica letteraria non può esistere senza il letterato più famoso al mondo, ecco che nella puntata di oggi si è deciso di parlare proprio dell’atto terzo, scena prima, dell’Amleto, la famosa tragedia di Shakespeare.

E’ infatti nella prima scena del terzo atto che, dopo il dialogo tra re, regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz e Guildenstern avvenuto in una stanza nel castello, si sviluppa il monologo di Amleto, il quale inizia con quelli che sono, con tutta probabilità, i “versi” più famosi al mondo: “To be or not to be?” (“Essere o non essere?”) – il tutto, e questo va necessariamente detto, sempre rappresentato con lo stesso che regge un teschio in mano, fatto assolutamente erroneo che discende dalla confusione con un’altra scena, quella nel quale il protagonista scopre il teschio di Yorick.

Ma ritorniamo a noi: cosa intendeva, Amleto, con questa famosissima domanda? Il coraggioso giovane si trovava, in quel frangente, a ragionare sul proprio destino: dovrebbe, l’uomo posto in situazioni strazianti, “sofferire i sassi e i darsi dell’oltraggiosa fortuna” o “prender armi contro un mare di guai e […] porre fine a essi?

E dunque, in sostanza, vivere o morire? Agire o rimanere immobili? Arrivare a suicidarsi per placare le infinite pene a cui ci sottopone la vita? Amleto è bloccato in un dubbio che non ha evidentemente risposte concrete; è un po’ ciò che dicevamo nella prima puntata della nostra rubrica con Leopardi, e cioè che in alcun modo e in nessun tempo l’uomo potrà raggiungere delle risposte a tali domande. Diverse filosofie nel corso della storia possono aver preso una posizione o l’altra, più o meno netta, eppure la nascita dell’espressione “dubbio amletico” è, come si diceva, testimonianza stessa che alcune situazioni della vita non possano essere necessariamente ricondotte a una scelta giusta o una sbagliata, ma solo a una decisione individuale, sempre diversa e sempre esaminabile. E’ altresì da segnalare l’importanza stessa, per il tempo, di un dubbio tanto ragionato: la necessità di non affidarsi ciecamente a dogmi religiosi o spirituali, la voglia di indagare a fondo la realtà per capire i propri passi e quelli dell’uomo in generale, è sicuramente sintomo di una presa di distanza netta dalle certezze dei secoli precedenti, e in particolare del medioevo.

Alla fine, tuttavia, come ben sa chi conosce gli sviluppi della tragedia, Amleto deciderà con fortuna di lottare per vendicare il padre ucciso dallo zio e, pur rimettendoci la vita, avrà dimostrato come il coraggio porti, a prescindere, dei risultati, talvolta anche meritevoli di esser tramandati, come suggerisce lo stesso protagonista alla fine dell’opera, riferendosi a Orazio: “Orazio, muoio. Tu vivi; e riferisci onestamente della mia causa tutto quanto il giusto, a chi vorrà saperlo.

Sarà la vittoria del valore sul dubbio che, nonostante il dramma, porta, dopo l’emozionante intreccio, a ristabilire l’ordine. E’, vogliamo aggiungere infine, anche un po’ una presa di posizione da parte di Shakespeare e uno “sbocco” alla domanda senza sbocchi del dubbio amletico, un tentativo di conferire all’esistenza umana una nuova gerarchia di motivazioni per sé stessa, alla cima della quale sono posti i nuovi valori dell’epoca.

Testo italiano del monologo:

Essere, o non essere: questo è il problema:

che sia nel pensiero più nobile soffrire

i sassi e i dardi d’una crudele sorte,

o tendere le braccia contro un mare d’insidie,

e combattendo, porne fine? Morire: dormire;

niente più, e col sonno terminare

l’angoscia e i migliaia

di lasciti della carne, condizione

da accettare devotamente. Morire, dormire;

dormire: forse sognare: ahi, qui sta il problema;

perché in questo sonno di morte quali sogni possono venire

quando abbandonata la mescolanza al groviglio mortale,

ci frena questo pensiero: è il dubbio

che rende di così lunga vita questa miseria;

chi sopporterebbe le fruste e le derisioni del tempo,

le ingiustizie dell’oppressore, le insolenze dell’uomo orgoglioso,

le pene dell’amore disdegnato, l’indugio della legge,

l’arroganza dei poteri pubblici,

le offese fatte ai pazienti dagli immeritevoli,

quando uno, di propria mano, con un unico colpo,

potrebbe porre fine alla vita col pugnale?

Chi vorrebbe trascinarsi tali fardelli,

brontolare e sudare sotto una vita affannosa,

se quel timore di qualcosa dopo la morte,

regione sconosciuta, dai cui confini

non esiste viaggiatore che torni indietro,

non scombinasse tanto la volontà,

da farci preferire sopportare

quei mali che già abbiamo,

piuttosto che volare verso altri che non conosciamo?

In tal modo la coscienza ci rende dei vili:

e così la tonalità nativa della decisione

si scolora al rilesso sbiadito del pensiero,

e le imprese di grande vigore e momento,

per questa ragione deviano il corso,

e perdono il nome di azione.

Ma silenzio adesso!

La leggiadra Ofelia!

Siano ricordati i miei peccati.

Rappresentazione Amleto di Kenneth Branagh:

Testo inglese del monologo:

“To be, or not to be: that is the question:
Whether ‘tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles,
And by opposing end them? To die: to sleep;
No more; and by a sleep to say we end
The heart-ache and the thousand natural shocks
That flesh is heir to, ‘tis a consummation
Devoutly to be wish’d. To die, to sleep;
To sleep: perchance to dream: ay, there’s the rub;
For in that sleep of death what dreams may come
When we have shuffled off this mortal coil,
Must give us pause: there’s the respect
That makes calamity of so long life;
For who would bear the whips and scorns of time,
The oppressor’s wrong, the proud man’s contumely,
The pangs of despised love, the law’s delay,
The insolence of office and the spurns
That patient merit of the unworthy takes,
When he himself might his quietus make
With a bare bodkin? who would fardels bear,
To grunt and sweat under a weary life,
But that the dread of something after death,
The undiscover’d country from whose bourn
No traveller returns, puzzles the will
And makes us rather bear those ills we have
Than fly to others that we know not of?
Thus conscience does make cowards of us all;
And thus the native hue of resolution
Is sicklied o’er with the pale cast of thought,
And enterprises of great pitch and moment
With this regard their currents turn awry,
And lose the name of action.– Soft you now!
The fair Ophelia! Nymph, in thy orisons
Be all my sins remember’d.”

 

By Simone Chiani

Nato nel 1997. Viterbo. Diplomato al Liceo Psicopedagogico e laureato in Lettere Moderne. Autore dei libri Evasione (Settecittà, 2018) e Impronte (Ensemble, 2020).

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