Antonio Pesenti, primario di Rianimazione al Policlinico di Milano e coordinatore dell’Unità di crisi della Lombardia dice a Huffpost: “Molte Regioni non hanno strutture sanitarie adeguate a raccoglierli, è un problema serio”. E così si rischia di arrivare sempre dopo il virus

Abbiamo un problema: non ne veniamo a capo. Al netto di qualche spiffero off the record – il che la dice lunga sulla capacità di essere trasparenti – tutto quello che sappiamo dal Governo sui dati relativi al virus è che alcune Regioni, come il Lazio e la Toscana, sono più celeri e accurate di tutte le altre nel comunicarli. Eppure la questione dovrebbe essere la più limpida, completa e puntuale di tutte. Perché da questi dati dipendono le decisioni sulle restrizioni e la credibilità dell’Italia a tre colori. Perché solo così si può spiegare al proprietario di un bar in Calabria la ragione per cui ha dovuto abbassare le serrande in una Regione che ha un livello di contagi quattro volte più basso della Campania, dove invece i bar sono aperti. Ma da domani forse non più. Il grande buco nero dei dati apre un interrogativo: il monitoraggio messo in piedi dal Governo a fine aprile, quello con i famosi 21 indicatori, ha ancora un senso?

Un’altra fonte, sempre a taccuini chiusi, rivela che la Valle d’Aosta una volta (l’invio dei dati è settimanale) ha mandato un foglio in bianco all’Istituto superiore di sanità, il cervellone che riceve le informazioni dalle Regioni. Poi si sa, ancora off the record, che il Veneto ha avuto qualche difficoltà iniziale nell’inviare dati completi, ma poi ha recuperato. E che tutte le Regioni hanno comunque garantito una completezza delle informazioni, voce per voce, quantomeno del 70 per cento. Il che mette in luce un’approssimazione, al massimo una tendenza, non un censimento certosino di quello che sta avvenendo dentro i confini del proprio territorio. E dall’altra parte il Governo ha utilizzato la motivazione delle Regioni “lente” per giustificare i ritardi degli ultimi giorni. Quelli delle riunioni e delle relative conferenze stampa sui colori delle Regioni che “potrebbero cambiare”. E che però poi non sono cambiate perché i dati nuovi non ci sono. Quindi se ne parla domani, e poi dopodomani, o il giorno dopo ancora. E i dati nuovi, dice sempre il Governo per giustificarsi, non ci sono perché le Regioni sono in ritardo. E le Regioni a dire che la colpa è del Governo, che ha fatto le cose troppo complicate. Dice Giovanni Toti, presidente della Liguria: “La nostra Regione aveva proposto alla cabina di regia del Governo un sistema di dati più semplificato e veloce da analizzare per arrivare a una decisione”.

La questione dei dati, però, supera la dimensione dello scaricabarile istituzionale. Perché se la macchina dei dati si inceppa, le conseguenze non sono solo i ritardi del Governo o le proteste dei governatori, ma la capacità del Paese di fronteggiare il virus. E il tema, allargato, impatta sulla tutela della salute dei cittadini e, ampliando ancora la prospettiva, sulle loro libertà. Perché se si decide con dei dati vecchi o incompleti, si decide male. Significa tenere i cittadini sballottati tra una sensazione di relativa calma e una di estremo pericolo, nella possibilità di uscire di casa o in quella di ritrovarsi in lockdown. Basta mettere in fila, uno dopo l’altro, gli episodi che hanno dato visibilità a questo caos. La sera del 4 novembre il ministro della Salute Roberto Speranza firma l’ordinanza che colloca le Regioni nelle tre aree di rischio (rossa, arancione e gialla). E subito esplode la protesta di alcuni governatori che accusano il Governo di avere deciso sulla base di dati non aggiornati. I dati utilizzati fanno riferimento al periodo compreso tra il 19 e il 25 ottobre. L’Italia a tre colori è già datata, vecchia. All’indomani sono attesi i nuovi dati, ma il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro apre la conferenza stampa dicendo che i dati aggiornati non ci sono. Si parla dei dati vecchi perché bisogna spiegare le ragioni che hanno portato a collocare la Calabria in zona rossa piuttosto che la Campania in quella gialla. E invece servivano i nuovi dati per ridisegnare la cartina dell’Italia. Brusaferro dice che “saranno prodotti entro 48 ore” e si arriva così al 7 novembre. I dati non ci sono ancora. E si arriva all′8 novembre, ma i dati non si vedono. Finiscono sul tavolo della cabina di regia solo lunedì. E sono ancora dati vecchi, questa volta di due settimane. Il nuovo rimescolamento dei colori delle Regioni prende forma di nuovo in questo modo.

Ma al di là di un processo che oramai si è consolidato, quello che emerge è il dubbio che questo sistema di monitoraggio possa servire. Se lo chiede più di qualcuno anche dentro al Governo. Se cioè le Regioni sono in grado di raccogliere le informazioni in modo adeguato e tempestivo. Ci sono 21 indicatori da declinare ogni settimana e ognuno di questi indicatori richiede un impegno che si sta rilevando di fatto insostenibile. Da qui la lentezza nell’invio dei dati, l’incompletezza dei dati stessi, persino l’ipotesi che alcuni di questi dati siano taroccati. La procura di Genova indaga sul ritardo nella trasmissione dei dati dalla Liguria a Roma e sull’acquisizione di questi stessi dati con parametri non corretti. È un altro elemento che mette in evidenza come il sistema sia andato in tilt. Antonio Pesenti, primario di Rianimazione al Policlinico di Milano e coordinatore dell’Unità di crisi della Lombardia dice a Huffpost: “La qualità dei dati è il tombino in cui cadono spesso le rilevazioni epidemiologiche. Raccogliere i dati è un lavoro che deve essere fatto con metodo e qualità, ma in questo periodo non si riesce neppure a fare i tracciamenti”. E allora dove si è innescato il cortocircuito? Sempre Pesenti: “Molte Regioni non hanno strutture sanitarie adeguate a raccogliere i dati, è un problema serio”. Il rischio è sempre quello: arrivare più tardi del virus.

di Giuseppe Colombo

Fonte: https://www.huffingtonpost.it/entry/abbiamo-un-problema-sui-dati-non-se-ne-viene-a-capo_it_5fa96215c5b64c88d4036a22

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