A Pavia un corso rapido per usare un respiratore. I camici bianchi: una follia. E i sindacati diffidano le Asl. L’appello ai dottori del San Matteo citando Papa Francesco

Faccia un passo avanti chi s’offre volontario… Come gli eroiken doktoren che disegnava Bonvi, come alpini sul fronte russo con le suole di cartone, negli ospedali si ricomincia a reclutarli. Giovedì mattina, al Sant’Orsola di Bologna, la direzione sanitaria chiama i primari di molti reparti ed emette l’ordine: servono urgentemente dottori che vadano ad aiutare nell’emergenza Covid. Otorino, oculisti, oncologi, qualunque tipo di medico. Un paio d’ore, e nelle corsie cominciano la conta e la paura: si fa una lista degli spostabili, si screma chi è anziano o ha famiglia, oppure chi s’è già ammalato nella prima ondata. Tot prescelti, tot posti: chi ci va? Qualcuno che si rifiuterebbe, altri che gradirebbero essere sostituiti. Si propone perfino il più antico e imparziale dei criteri di selezione — il sorteggio! —, ma alla fine, ok, ecco la decisione: largo ai giovani (una volta tanto…) e possibilmente senza prole. Camici bianchi, camici stanchi. A marzo, i medici si palleggiavano fra i cellulari gli sfottò sui colleghi assoldati a forza nelle terapie intensive («se non volete che un ortopedico curi la vostra polmonite, state a casa!») e s’aveva ancora voglia di scherzare. Poi è successo davvero.

Gli ortopedici sono andati nelle terapie intensive, gli specializzandi li han piazzati dove serviva. Otto mesi sono bastati a evitare che risuccedesse? No. In Veneto, si vedono veterinari che fanno i tamponi. Al Policlinico San Matteo di Pavia, qualche giorno fa, si sono organizzati corsi accelerati last minute per insegnare a dermatologi, ematologi, nefrologi che cosa fare una volta piazzati nei reparti Covid. «Ci hanno fatto un breve training per spiegare come funziona un respiratore e poi via, tutti dentro — racconta uno di loro —. Ma non ci si poteva pensare prima? Non abbiamo mai fatto queste cose, ed è un rischio per il paziente come per noi. Un’oncologa che non aveva mai trattato infettivi s’è trovata di notte al pronto soccorso, da sola, a gestire ventitré pazienti Covid. Uno può fare tutto, per carità. Ma con quale esperienza?». Al contrario della primavera scorsa, questa volta gli «eroi» si sono stancati sul serio: diciotto medici di varie specialità hanno inviato il 29 ottobre una lettera di protesta ai dirigenti della sanità lombarda per dire che no, in queste condizioni è una follia spedire nei reparti Covid chi non ha la preparazione adeguata, né la necessaria assicurazione. Stesso malcontento a Milano, Varese, Monza.

«Ci riserviamo di confermare o meno la nostra adesione ai turni di guardia», si legge nel documento dei medici, perché in tal modo malati già gravi vengono sottoposti a un rischio ulteriore e le polizze, per di più, in caso di colpa grave non coprono questi specialisti «estranei». Anche il sindacato dei medici Anaao-Assomed s’è mosso con una diffida formale alle Asl: «Le chiamate dei medici d’altre specialità sono perentorie — dice il segretario regionale, Stefano Magnone — e per contrastarle, siamo pronti anche alla denuncia penale. Il nostro non è un rifiuto di curare i pazienti. Ma per l’ondata di marzo sono già fioccate le denunce. E quando un magistrato apre un fascicolo, non è che convoca l’assessore Gallera: chiama il medico».
Il rischio personale è alto: due avvocati lombardi, Luigi Fornari e Cristina Poma, da settimane s’occupano d’un numero sempre maggiore di cause penali e civili, che coinvolgono sia i medici ospedalieri infettati, sia quelli accusati di negligenza dai pazienti. «È prevedibile che purtroppo questi casi aumentino con la seconda ondata — spiegano i legali —. E adesso s’aggiunge la presenza in corsia di personale meno specializzato, a fronteggiare una patologia così complessa. Per questi medici, cresce il pericolo d’infettarsi. E crescono i rischi giudiziari». Un esempio è un camice bianco lombardo, assistito dai due avvocati, spedito nella trincea del virus nonostante avesse un polmone mezzo asportato per un tumore: s’è ammalato e ora, arrabbiato e depresso, racconta d’essere stato «trattato male, mi han chiesto una mano e io l’ho data perché è il mio lavoro, ma dobbiamo essere tutelati da questo stress fisico ed emotivo. Capisco la prima emergenza, in primavera. Ma non si può arrivare a questa seconda ondata così impreparati, chiamando alla battaglia medici che non si sono mai occupati d’infettivi». Arrivano risposte? Una: è una lettera del presidente della Lombardia, Attilio Fontana, che ieri ha scritto ai medici furiosi del San Matteo. Per rabbonirli, li ha ringraziati degli sforzi, «memore delle grandi perdite subite». E ha chiesto loro di deporre le armi, facendo appello a continuare nella lotta: «Oggi più di ieri siamo nelle vostre mani». Spiegazioni sui ritardi? Nessuna. Solo una citazione di Papa Francesco: abbiamo bisogno di voi, dice il governatore, «silenziosi artigiani della cultura della prossimità e della tenerezza»…

 

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